Quando un ceto politico viene selezionato per piegarsi ai poteri reali che determinano la sua sopravvivenza e la sua permanenza in quella che una volta veniva chiamata la stanza dei bottoni ignari che essi sarebbe stati sostituiti dagli schermi tattili, è quasi ovvio che rimangano come pugili suonati, quando, per qualche motivo, la musica cambia. Così con l’avvento di Trump e la caduta di interesse degli Usa per la guerra ucraina si assiste allo spettacolo pietoso di gente che non sa che pesci pigliare. Dopo aver  partecipato in ogni sua fase alla preparazione del conflitto che avrebbe dovuto distruggere la Russia, abbandonando qualsiasi possibile diversificazione rispetto a Washington, ora si trovano nella fossa dei leoni. Gridano al tradimento e maledicono Trump così fascista che non vuol fare la guerra, vogliono continuare il conflitto ad ogni costo e Londra lavora giorno e notte per organizzar sabotaggi ogni qualvolta si parli di cessate il fuoco o di colloqui di pace. Come per esempio è accaduto col gasdotto dato alle fiamme.

Tuttavia l’Ue non è in grado economicamente e tanto meno militarmente di condurre effettivamente una guerra contro la Russia, tanto che tutti i Paesi, tranne la Germania, hanno rifiutato il piano di riarmo da ottocento miliardi della von der Leyen e i suoi vari passaggi: ci si accorge che tutto il sistema della Nato poggia di fatto sulla deterrenza americana e che ci vorrà molto tempo prima di poter costruire un sistema di difesa efficace e autonomo, mentre in precedenza si era insistito sull’urgenza e sull’ imminenza di una invasione russa, completamente inventata dagli spin doctor del sistema, che non coincidono ovviamente con il potere politico visibile.  Da una parte si invoca la Nato, dall’altra ci si vuole ribellare ad essa e fare da soli con un oggetto di piacere per gli speculatori, ovvero l’esercito europeo.  Ma ogni giorno si assiste a una qualche giravolta disperata perché il problema è evidente: la guerra è persa, ma sono solo i Paesi della Ue ad averci rimesso essendo stati costretti a tagliare i ponti con la Russia che è il Paese con più risorse al mondo e su cui era stata costruita l’economia del continente. Detto in altro modo: la guerra  in Ucraina può anche finire, ma le conseguenze della sconfitta rimarranno e cancelleranno la prosperità europea e assieme ad essa il consenso o la rassegnazione  verso questo costrutto geopolitico di carattere sempre più oligarchico.

Ovvio che il ceto politico così poco intelligente, così eterodiretto dal globalismo da aver combinato questo  disastro epocale, stia cercando in tutti i modi di far sì che la guerra continui per perpetuare la propria permanenza al comando o comunque la propria presenza nel teatro dei burattini. Ma senza alcuna strategia riguardo al futuro, solo per istinto di conservazione. Tuttavia nel tentativo di perseguire questa impossibile strada, sta mettendo a nudo le proprie viscere e scoprendo i propri istinti. La manifestazione di Roma, organizzata dalla cosiddetta sinistra e da reperti archeologici di vario genere nell’asserire più Europa (Ue in realtà) attraverso la guerra, è stata da questo punto di vista una rivelazione e uno choc per molti. Soprattutto è stato un momento di illuminazione sul baratro che separa ciò che ancora si intende idealmente per sinistra con quella reale e politicante. Ciò ha dato il destro alla Meloni di infierire svelando qualche passo di un supposto evangelio di questa parte politica, ovvero il Manifesto di Ventotene. In realtà si tratta di un testo a suo tempo inviso sia al Pci che inizialmente anche al partito socialista, proprio per la sua ambiguità e il riferimento al potere economico come  sovraordinato rispetto alla democrazia, sia pure quella liberale. E a questo punto non parrà strano che al Pci non piacessero nemmeno i progetti di unione europea ispirati al primato del potere economico. Se Benigni avesse compreso Berlinguer invece di prenderlo in braccio forse si sarebbe astenuto dal fare penose lezioncine, pensando di essere Bertoldo, mentre è solo Cacasenno. Il che naturalmente piace a un certo pubblico che beve la più scontata e bugiarda delle retoriche come se fosse una bibita rinfrescante. E che naturalmente pagherà le conseguenze della propria della propria assenza etica dietro lo strepitio delle parole.

Dunque in mezzo alla più totale confusione e in questo vivere alla giornata vengono alla luce i resti di naufragi, vecchi amuleti dell’ideologia, scaramanzie e ballon d’essai. Di certo non c’è da meravigliarsi che il tentativo di salvare l’Ue diventi il più forte pericolo proprio l’Unione  nel nome della quale si sta recitando la commedia dell’autonomia e della battaglia a tutti i costi. Non durerà a lungo ovviamente, ma a questo punto tornare indietro, alla “favola bella”  che ieri ci illuse è ormai impossibile: rimane la guerra.