Anna Lombroso per il Simplicissimus

Povera Cicciolina così denigrata alla sua discesa in campo, oggetto di riprovazione e scherno. Al giorno d’oggi invece verrebbe elogiata e premiata con la carriera e i successi che merita una donna “arrivata” , incarnando una “novità di grande significato sociale e culturale”.
È stato quello l’esordio dell’inventario di vieti stereotipi offerti dal Presidente Mattarella nel rituale discorso di fine anno. E se l’avete visto particolarmente determinato e vigoroso (come può esserlo una di quelle sagome di cartone che fanno pubblicità ai distributori) nel confermare la sua ferma volontà a portare a termine il suo secondo mandato, dipende di sicuro dalla forza, in forma di energetico per anziani irriducibili.
Deve essere quella che gli dà la certezza di ricoprire un ruolo cruciale di custode dei valori di un impero criminale che si traducono nella cancellazione dei contenuti sociali, politici e morali del lavoro retrocesso a servitù, nella demolizione dell’edificio di diritti conquistati in anni e sanciti da quella costituzione diventata un pamphlet volonteroso consegnato a guitti e traditori, nella abrogazione della storia anche nella forma di memoria collettiva, colpevole di riaccendere in qualcuno una fiammella di coscienza e un anelito di libertà, processo favorito dallo smantellamento dell’istruzione pubblica.
E se Meloni si riferisce continuamente e solo all’entità “nazione”, anche lui ha dismesso il concetto di patria così obsoleto e anzi criticabile perché evoca sovranismi inammissibili, per ricorrere a quello di Repubblica: che vive nella fatica di chi lavora e nell’ansia di chi cerca il lavoro. Eh si l’ideologia imperante si nutre di miti e istituti penitenziali, di sacrifici in capo ai giovani che preoccupano il capo dello Stato (Stato, altro concetto ormai inusuale, dopo il successo di sistema, a causa della sua secondarietà rispetto ai poteri privati) in quanto autori o vittime di incidenti sulla strada, di condanne a rinunce e abiure ideali e dei propri talenti.

Ma soprattutto la Repubblica sarebbe “nell’iniziativa di chi fa impresa e crea occupazione. Rimuovere gli ostacoli è un impegno da condividere, che richiede unità di intenti, coesione, forza morale”. Il monito va a che non fa il suo dovere di cittadino contribuendo al benessere di tutti.
Così il presidente che ha collaborato a confezionare il governo che passerà alla storia ancora più di quelli di Berlusconi per aver smesso di riservare indulgenza agli evasori per ricorre invece a misure di vero e proprio aiuto, condoni, scudi, grazie e remissioni, non si risparmia nella deplorazione per idraulici, baristi, ristoratori perché “la Repubblica è nel senso civico di chi paga le imposte perché questo serve a far funzionare l’Italia e quindi al bene comune”. E difatti Elkann in attesa di prefezionare l’acquisizione insieme alla sua cerchia di apparato statale e istituzioni si è comprato quella in forma di “informazione” in modo da consolidare la potenza dei ceti dominanti, delegittimare il dissenso, tacitare le voci critiche e aiutare l’anestesia di un popolo impaurito e ricattato.

La distanza tossica dalla nostra realtà è dimostrata proprio dall’attaccamento a luoghi comuni, evasori sono artigiani, pubblici esercizi, perché la loro trasgressione offende una legge che invece ha messo a norma delocalizzazioni effettuate in una notte, sedi legali in paradisi fiscali di aziende di interesse nazionale con il dumping di ENI, ENEL, Exor, FCA, Ferrari, Mediaset, Cementir, Luxottica, Ferrero, Illy, Campari e così via.
D’altra parte il patron locale di Draghi non può non perseguire il disegno di cancellare il tessuto produttivo del Paese, quel sistema di piccole e medie imprese ancora di “qualità” che vengono considerate parassitarie e incompatibili con la distopia che ci aspetta, un mondo globalizzato grazie al dominio incontrastato di multinazionali, giganti della farmaceutica, imprese addette alla digitalizzazione che al presidente piace tanto come d’altra parte si addicono le svariate forme di controllo sociale a disposizione di governi assoggettati.
Dietro di lui si intravvedeva uno striminzito albero di Natale. Perfino il presepe che potrebbe urtare la civile convivenza di culture altre in nome del politicamente corretto ha perso cittadinanza. Comunque i dati dicono che la tradizionale cerimonia ha portato a casa “solo” 10 milioni 643 mila 452 gli spettatori. Meno rispetto allo scorso anno, quando davanti alla tv ce n’erano 13 milioni, 541 mila 758.
Il fatto è che il loro presepe non ci piace.