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Archivi tag: Mattarella

I Raiot contro Foa

FoàViviamo in un Paese libero? O meglio, viviamo in un Paese dove le persone che inneggiano alla libertà la vogliono davvero e ne comprendono il senso? C’è da dubitarne vedendo cosa è successo dopo la notizia della presidenza Rai a Marcello Foa: su questa scelta che è certamente una delle meno infelici dell’ultimo trentennio, ci sarebbero argomenti pro e contro un po’ per tutti in una gamma che va dall’ultravioletto del liberista euro oligarchico, all’infrarosso dei compagni di salotto, fino agli angoli più bui della società contemporanea. Tuttavia le reazioni, immediatamente lanciate dall’establishment attraverso i loro giornali, si riferisce a un twitter del maggio scorso contro un discorso del presidente: “Il senso del discorso di #Mattarella : io rispondo agli operatori economici e all’Unione europea, non ai cittadini. Ma nella Costituzione non c’è scritto. Disgusto”. 

Francamente non capisco dove sia lo scandalo che se esiste è semmai nelle parole di un presidente che ha dimenticato la Costituzione e il senso stesso del suo mandato. Ma ad ogni modo la legge che riguarda l’offesa all’onore e al prestigio del presidente, non esclude affatto il diritto di critica, anche se a questo puntano  i difensori dello status quo, i chierichetti di ogni potere. Già la legge stessa, infliggendo una pena spropositata all’offensore quirinalizio rispetto a quelle comminate per lo stesso reato nei confronti di singoli cittadini o di pubblici ufficiali, mostra la sua chiara derivazione dallo statuto monarchico e la cosa diventa evidente quando la legge estende la medesima pena anche a chi offenda il sommo pontefice. Insomma siamo di fronte ad arcaismi pre costituzionali che sono sopravvissuti abbastanza a lungo da collegarsi ai nuovi incipienti assolutismi.

Comunque l’esile battaglia anti Foa, che anticipa il suo insediamento, proprio nel tirare fuori l’aneddoto presidenziale che va semmai a onore del protagonista, svela in pieno il retro pensiero di avere al vertice della Rai uno che in qualche modo potrebbe remare contro l’establisment, abituato fin dall’epoca Monti a banchieri e a giornalisti trilaterali totalmente “embedded” nelle narrazioni del potere globalizzato e incapaci di qualsiasi idea in proprio, circostanza questa giudicata assai positivamente. Non a caso l’Uffington post ( senza l’acca la testata ci guadagna in realismo) lo chiama già sovranista come se fosse un insulto, mentre qualcuno col dente avvelenato lo accusa di fake news non sulla base di documentazioni, ma semplicemente per non essersi allineato con i grandi giornali che esprimono l’ufficialità occidentale.  Dunque un personaggio che potrebbe creare problemi proprio nel momento in cui è necessaria l’unanimità assoluta, per sedare le forze centrifughe ormai abbastanza forti. Vedremo se ci sarà una qualche frattura verso il grigio passato della velina selvaggia dei Tg o vi sarà una rapida normalizzazione, perché una cosa è dirigere e amministrare un giornale svizzero, un’altra scrivere su un blog, un’altra ancora essere a capo della Rai con tutti i suoi intrecci ormai incancreniti, ma di certo l’insieme di queste prime reazioni non esprime una preoccupazione di libertà, quanto quella di una possibile “licenza” dalle verità ufficiali. Da questo punto di vista il voler affiancare Foa solo a Salvini è una sorta di narrazione a una dimensione prodotta da gente che vive in questa condizione di deminuzio intelletuale dalla quale non vuole, ma soprattutto non sa riscattarsi.  E’ invece interessante il fatto che l’esperienza giornalistica di Foa, come posso testimoniare personalmente, si sia addensata tutta nella vicenda della caduta del muro di Berlino e nella crisi dell’Urss, vale a dire negli eventi che hanno dato origine alle derive contemporanee e sono assurte e mito fondativo del neo liberismo finanziario nonché delle sue costruzioni monetarie e istituzionali: ora che la corrente sembra incontrare ostacoli e va incontro alle proprie contraddizioni sarà interessante vedere cosa farà questo liberale un po’ malato di Ostalgie.

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Il Quirinale dei vincoli

MATTARELLA (1)Adesso che le acque si sono momentaneamente calmate voglio ritornare sul piccolo golpe Mattarella contro Paolo Savona perché in passato passato l’economista aveva espresso dei dubbi riguardo alla moneta unica. Ora come si sa i difensori a prescindere dell’inquilino del Quirinale, ovvero i grandi giornali e le televisioni hanno utilizzato a man bassa l’argomento della tenuta finanziaria e dei vincoli esterni determinati da trattati che sarebbero prevalenti rispetto all’ordinamento interno, per dimostrare la legittimità di un no di Mattarella alla proposta di  un ministro critico verso questo assetto. Non voglio ritornare sulla questione, la uso come vedrete per dire altre altre cose, ma mi pare evidente che la semplice nomina di un ministro che in anni passati aveva espresso qualche euroscetticismo non possa assolutamente essere un argomento sufficiente a ritenere in pericolo i trattati o addirittura il bilancio dello Stato: si tratta di una pura interpretazione che riporta la questione esattamente al punto di prima, ovvero all’impossibilità per un presidente di rifiutare la proposta e la nomina di un ministro su base politica.

A prescindere da questo c’è da dire che la prevalenza dei trattati internazionali è a sua volta una interpretazione data dalla legge costituzionale del 18 ottobre 2001 (guarda caso due mesi prima dell’ingresso dell’euro) perché precedentemente gli obblighi internazionali, derivanti dal diritto sugli accordi globali  non godevano di alcuna garanzia costituzionale. Tuttavia la carta fondamentale della Repubblica, al di là delle decodificazioni ad hoc, quando parla di trattati si riferisce  al tradizionale diritto pattizio tra nazioni sovrane, non a qualcosa che dovrebbe essere radicalmente differente come gli accordi tra i Paesi dell’Unione che tra l’altro già prima di arrivare a Maastricht e a Lisbona avevano rinunciato a qualcosa della loro sovranità. Al di là di ogni tecnicismo giuridico è evidente che i trattati europei, se l’Europa esistesse davvero, dovrebbero avere una natura diversa, più dialettica e consentire una contrattazione permanente almeno su molti punti. Scopriamo invece che i famosi trattati non sono altro che un intricato, asimmetrico e rigido sistema di patti tra singoli Paesi, tenuto insieme da una burocrazia asfissiante, non eletta e completamente esposta al diritto del più forte sia dal punto di vista sociale che nazionale.

Questo ci riporta al fatto che il Quirinale nel suo fare le barricate contro Savona, poi spazzate via dagli interessi concreti delle forze politiche che ad eccezione della Lega temevano nuove elezioni o cambiamenti degli assetti interni, partiva da un concetto di vincolo esterno inteso come remissività passiva a qualunque indicazione politica ed economica, diretta o indiretta, venga dalla Ue o dai mercati finanziari, tanto che una presunta affidabilità creditizia o la permanenza nell’euro sembrano essere gli assi portanti di una Costituzione materiale che interpreta il vincolo esterno come sempre preminente. Vediamo bene che la crisi istituzionale ha contorni ben più ampi di quelli del no alla proposta di un ministro, frutto di un puro processo alle intenzioni e si prefigura come parte di una sorta di golpe oligarchico europeo il cui unico scopo e la solidità creditizia intesa ovviamente secondo le teorizzazioni correnti a Bruxelles e funzionali a certi interessi, ma a quanto pare non seguite nel resto del mondo.

Però se la politica non si può discostare dall’attuazione dei vincoli di bilancio significa semplicemente che la volontà popolare non conta una beata minchia  e gli strumenti con i quali si esprime, in primis, il voto, sono soltanto fumo negli occhi ritualità prive di senso. Al di là di Paolo Savona, cosa esiste di più anticostituzionale di questo, anche se l’informazione di servizio spergiura sulla correttezza di Mattarella? Tra l’altro sono proprio questi difensori per partito e stipendio preso che contribuiscono ad orientare  il crinale della politica italiana sulla linea di frattura sovranismo – europeismo dove quest’ultimo mentre colloca se stesso vagamente a sinistra, parlando degli avversari come rossobruni,  in realtà accetta che i vincoli finanziari e la revisione in chiave neoliberista del patto sociale, divengano elementi imprescindibili della forma Stato. Forse bisognerebbe ringraziare Mattarella di aver chiarito definitivamente le cose.


Europa in crisi di panico

img800-der-spiegel--l-italia-si-distrugge-da-sola-135530I problemi creati dalla moneta unica stanno venendo al pettine e come scrivevo ieri (qui) la cosa è diventata tema di  dibattito dovunque tranne che in Italia che è invece il Paese chiave della vicenda, quello con la più grande economia ingabbiata nelle panie dell’euro e della sue regole insensate. Ma ormai la classe dirigente del Bel Paese fatica a contenere il dibattito dopo che elezioni hanno emesso la loro sentenza e nel corso di una durissima  campagna della stampa tedesca che cerca di dare all’Italia la colpa di un possibile disastro della moneta unica: nessun cliché, nemmeno il più trito e il più vieto, viene lasciato a casa in questa battaglia per ribaltare le responsabilità oggettive sia perché è impossibile documentare con i numeri le tesi che si vorrebbero dimostrare, sia per nascondere il fatto che sia proprio la Germania ad avere la tentazione di mettere in crisi la moneta unica dopo avervi lucrato per un ventennio, sia per scaricare il complesso di colpa di politiche e atteggiamenti che stanno portando alla dissoluzione morale della Ue e che comunque hanno avuto la Grecia come terreno di esperimento, come monito e come inconfessata vergogna.

Tuttavia queste teutoniche ciance che trovano la loro cruna dell’ago nel solito Der Spiegel, (mentre giornali più seri come Handelsblatt forniscono panorami opposti) servono agli euristi di casa nostra per trasferire le questioni dall’ambito strutturale a quello più futile e opaco delle diatribe folkloristiche, ma soprattutto per cogliere la palla al balzo ed ergersi ancora una volta a servitori dell’ordoliberismo: per esempio la possibilità di una via d’uscita ancora peggiore della moneta unica, vale a dire una moneta unica senza la Germania e forse qualche altro Paese forte, al posto di un ritorno alle divise nazionali. Sarebbe davvero la massima iattura possibile perché di fatto continuerebbero ad esserci i vincoli tra economie e interessi diversi e dunque le stesse limitazioni di prima che tanti vantaggi hanno portato alla razza padrona, ma in assenza di una moneta forte. Lo accenno perché alcune indiscrezioni farebbero pensare che questa sia la bella pensata di Trump che avrebbe già mandato in esplorazione i suoi per caldeggiare questa soluzione. Comunque sia è fin troppo evidente dal complesso del dibattito che la governance europea è nel più totale panico dopo il voto italiano, ma soprattutto dopo il fallimento del tentativo di evitare per via istituzionale la formazione di un un governo “populista” in uno dei Paesi fondatori dall’Unione, ancorché da tempo marginalizzato per volontà di una serie di governi incapaci o complici. Non è tanto che Di Maio e Salvini  siano giganti che si ergono a difesa, fosse solo per loro che Dio ce ne scampi, è che le urne italiane hanno scelto al di fuori di una ristretta cerchia di prodotti politici consigliati dai mercati: per molti ottusi burocratici europei che infatti hanno poi esternato in questo senso, è una cosa inconcepibile e che merita una punizione.

Per questo sono saltati anche i tabù riguardo alla moneta unica visto che non è possibile gestirla all’interno di un sistema di democrazia sostanziale, dove gli elettori contano ancora qualcosa: può funzionare, naturalmente a tutela dei ricchi, soltanto se sono i mercati e non gli elettori a decidere. Sebbene ci siano state forti scosse telluriche negli ultimi tempi, le oligarchie continentali si illudevano di aver comunque un saldo controllo quanto meno sull’area euro prima che le vicende italiane facessero saltare queste certezze e mostrassero un orizzonte più complicato. Complicato soprattutto dal fatto che i ceti medi, si sono accorti che la costruzione europea e lo stesso integralismo neo liberista comporta costi reali molto superiori ai benefici immaginati e immaginari. Si potrebbe prendere ad esempio il fatto che dal 2000 ad oggi l’italia ha versato all’Unione 72 miliardi di euro in più rispetto a quelli ricevuti: una cifra che da sola avrebbe consentito di ricostruire le aree distrutte dai terremoti, di dare soldi alla scuola e alla sanità, di non aggredire le pensioni. Si tratta di una notazione banale e marginale rispetto al danno prodotto dai trattati, dalle politiche reazionarie a sostegno solo dell’offerta e dalle follie votate dai parlamenti di servizio come ad esempio l’obbligo al pareggio di bilancio, ma emblematica di un rapporto di sudditanza verso un potere verticale che rappresenta solo se stesso e di noncuranza verso i cittadini.  L’euro può vivere solo dentro quest’acqua limacciosa, è questa la lezione che stiamo apprendendo.


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