Anna Lombroso per il Simplicissimus

In casa mia succedeva spesso che ci fossero scontri infuocati per strani motivi: e chi amava l’indole visionaria di Pierre Bezuchov e chi la malinconica dimensione eroica del principe Andrej, e chi giudicava Nataša una sciacquetta e io che la difendevo perché non c’è nessuna ragione per piegarsi a pressioni dinastiche  indebite, e poi l’eterno femminino per mio papà era la signora Chauchat che mia madre riteneva una piccola borghese né più né meno di un’Emma Bovary.

Ma il vero contrasto, quasi insanabile, ci fu a proposito della Storia di Elsa Morante, con mio padre e mio fratello incantati da quel lirismo onirico dietro al quale sentivano l’urlo di dolore per il sacrificio imposto da sempre agli innocenti, ai poveri e agli umili, vittime dell’eterna ingiustizia che domina il mondo. Mia mamma e io, invece, furenti per quel messaggio di resa e arrendevolezza, per l’ostinata  volontà della Morante di oscurare il concetto di storia come teatro del conflitto di classe, raccontando le meste cronache di personaggi condannati al destino di  martiri senza nome e senza celebrazione,  così miseri da poter essere defraudati perfino del ben dell’intelletto.

Ecco, a distanza di anni continuo ad essere adirata con la Morante. Addirittura di più, perché mi tocca quasi darle ragione, se il progressivo impoverimento di ceti, che ritenevano a torto di poter essere risparmiati dalla perdita di beni, istruzione, cultura, ed esentati dall’esproprio di diritti elementari per i quali non avevano combattuto ma ai quali avevano contribuito con lavoro e tasse, e se la tolleranza che dimostrano per i soprusi che subiscono, per la progressiva limitazione di spazi di autonomia e potere di scelta che approvano come una meritata punizione per aver avuto troppo, se tutto questo insomma fa sospettare che in effetti l’indigenza, la scarsità, la necessità diventino incompatibili con la libertà e con la ragione e fa pensare che non esistano più le armi del pensiero, ispiratore di coscienza di sé e di ribellione, per difendersi da quelle che l’autrice definiva “le spire multiple di un assassinio interminabile”.

Penso ai crimini commessi ai danni dei lavoratori avvelenati o ammazzati o ricattati davanti all’opzione: posto o cancro, ai giovani costretti a scegliere se mollare tutto come i milioni di nonni e bisnonni andati a cercar fortuna o fare i rider nelle strade note delle proprie contrade, alle donne che hanno messo in un cassetto vocazione e talento per sostituire uno stato sociale cancellato e servizi  rimossi o privatizzati, penso ai morti di abbandono e malasanità, ai disoccupati, a quelli talmente avviliti da non cercare più un lavoro, a quella zona grigia di ragazzi che non studiano e non hanno un salario, deplorati perché non si accontentano di una paga da fame, ai senza tetto costretti all’illegalità grazie a leggi sempre più arbitrarie e ingiuste, ai terremotati dei quali da un anno e mezzo non sentiamo più parlare perché la loro tragedia non rientra nella contabilità pandemica, a quelli cui stanno raccontando che governo e Confindustria si sono accordati per il loro bene e nel loro interesse con la correità entusiastica dei sindacati, a quelli che muoiono di solleone raccogliendo pomodori sotto l’egida della lotta al caporalato. .

E penso anche ai nuovi sottoproletari, amareggiati dalla vergogna di stenti che pensano siano immeritati e dalla fine di quel sogno, durato anni, di una modernità che avrebbe recato benessere per tutti e che li ha spinti sul piano inclinato dell’arretratezza e della vulnerabilità, quelli che credevano che l’ostentata opulenza  che veniva loro esibita in tv li  avrebbe cosparsi di un po’ di polverina d’oro, e che adesso non hanno nemmeno la forza del risentimento e della frustrazione, riservando il loro rancore e la loro intolleranza alla ricerca di nuovi nemici che dovrebbero rimpiazzare i clandestini che  portano via il posto nelle graduatorie degli incapienti, che si prendono il reddito di cittadinanza, mentre loro hanno pudore a chiedere l’invalidità per il congiunto anziano, emblema di una disonorevole ristrettezza e scompaiono improvvisamente dal nostro panorama, dalle riunioni di condominio, dal “consorzio civile”.

Quindici giorni fa l’Istat ha presentato il suo rapporto sulla “povertà” assoluta  in Italia, confermandone l’aumento nel 2020. Le rilevazioni fanno  uso di alcuni criteri e indicatori messi a punto nel 2005 che tengono conto del potere di acquisto, dei prezzi medi delle diverse zone geografiche,  tarati su un paniere che include generi di prima necessità, beni e servizi considerati essenziali per ciascuna famiglia, definita in base all’età dei componenti, alla ripartizione geografica e alla tipologia del comune di residenza.

Apprendiamo così che nel 2020, sono in condizione di “povertà assoluta” poco più di due milioni di famiglie (7,7% del totale da 6,4% del 2019) e oltre 5,6 milioni di individui (9,4% da 7,7%), denunciando che dopo il miglioramento del 2019, nell’anno della pandemia l’estrema indigenza ha raggiunto il livello più elevato dal 2005 (inizio delle serie storiche) con un incremento di quasi 400 mila famiglie scaraventate nell’abisso della miseria senza speranza e senza riscatto.

A leggere i toni asettici del nostro istituto di statistica, si intende che si tratta del solito fenomeno collaterale, quello che malauguratamente colpisce i civili inermi come le bombe dell’impero, non del tutto innocenti però, a badare alle convinzioni che ispirano le politiche liberiste e di austerità e che oggi innervano la progettualità del Grande Reset.

Perché si sa che tutti quelli che vogliono accedere alle magnifiche sorti e progressive della modernità, dello sviluppo tecnologico e dei prodigi della rivoluzione digitale che li libererà dalla fatica sostituendoli con comodi automi, devono raccogliere la sfida, adattarsi e formarsi, abbandonare il sogno velleitario di esprimere talenti e vocazioni e sviluppare quelle doti di arrivismo competitivo combinato con obbedienza e fedeltà all’azienda mondo.

Per gli altri invece è stata comminata la pena alla marginalità, all’invisibilità, salvo l’opportunità di rientrare nelle rilevazioni dell’Istat che sotto dettatura decide cosa è o non è necessario per ogni individuo, quali beni sono indispensabili e quali invece sono a disposizione di ceti che li ereditano o possono acquistarli, secondo criteri e requisiti che stabiliscono chi è “degno” di istruzione, cultura, bellezza, aria e acqua pulita, assistenza, cura, musica, poesia e anche chi è meglio che si riproduca fatto salvo il rispetto di nuove forme di genitorialità anche quelle legittimate grazie al censo e all’appartenenza a ceti superiori.

Così si sancisce che la povertà è una piaga, come una malattia, che però non colpisce nel mucchio, ma fa strage di chi non osserva delle regole di comportamento fissate in alto, chi non usa le necessarie precauzione profilattiche dicendo di si a tutto e a tutti i padroni, accettando  prevaricazioni e salari da fame,  umiliandosi esemplarmente e rinunciando a dignità e libertà, perché ormai pare sia il requisito per la sopravvivenza di quel corpo, valore e merce in commercio a prezzi da svendita in attesa di sostituirli con robot in eterna garanzia e con tanto di premio fedeltà.