Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ci sono attori che sono diventati famosi per via di un volto scialbo e  inespressivo che si prestava proprio per quello a interpretare personalità diverse e incarnare stati d’animo anche contraddittori. Venivano scelti dai registi, osannati dalla critica e idolatrati dai fan.

Non si può dire lo stesso del personaggio pubblico che aveva creduto di fare  delle sue fattezze sbiadite, dell’evidente scarsa inclinazione a relazionarsi, salvo forse con il suo pusher di brasato, la cifra del suo accreditamento in veste di anodino uomo d’ordine, di efficiente ufficiale giudiziario imperiale.

Di volta in volta l’abbiamo definito una sfinge enigmatica, un satrapo indecifrabile, un serafico sebastokrator bizantino, un’autorità prefettizia con funzioni di controllo e sorveglianza dispotici, icone tutte di un potere autoreferenziale e autoritario che una emergenza sociale contribuiva a rendere inviolabile e fatale.

Questo però succedeva nella prima fase, quando parlavano per lui documenti e atti che venivano rimossi per lasciar spazio a una fiducia dissennata in vista del suo edificante revisionismo confessato a Rimini, in interviste e editoriali con i quali aveva inteso accreditarsi come un ossimoro, un “socialista liberale”, formula graditissima come la sua faccia, perché non dice niente e si presta a qualsiasi interpretazione a uno di Panebianco, Galli della Loggia, Giavazzi e perfino del Cottarelli, partecipe dell’unanimismo che circondava il nominato, ancorché escluso dalla cerchia dei suoi cari.

Poi Draghi ha cominciato a parlare, dopo un lungo silenzio appartato durante il quale mandava avanti le mezze figure che aveva scelto per primeggiare dietro le quinte e per incaricarle di prendersi i primi inevitabili schiaffoni.

E quando ha iniziato a dire la sua il busto marmoreo si è sbriciolato, la porcellana dell’impenetrabile statuina cinese si è sgretolata, rivelando – finalmente? – caratteri “umani”, pochezza  e altezzosità, viltà e arroganza, perbenismo e ferocia e demolendo la leggenda del Gran Competente, tanto che è arduo immaginare che i suoi insegnanti, come quelli di Monti, abbiano detto di lui: è intelligente ma potrebbe fare di più, essendo prevalenti la mediocrità dell’esecutore scrupoloso di ordini crudeli e la banalità del funzionario che quando non riscuote mette i sigilli alla sfrattata ottantenne.

Ma c’è una cifra dominante in lui, come in tutti i notabili in forza al neoliberismo senza freni, è l’ipocrisia che permette loro, dopo aver sospeso i diritti collettivi, di richiamare i cittadini alla “coscienza” individuale, proprio come quando il presidente che non ha avuto cuore di smentire le sfacciate balle megalomani del generale intenzionato a sparare vaccini sui passanti quando i vaccini non ci sono, investe della responsabilità la brava gente sollecitando vigilanza e delazione contro i furbetti.

Non c’è da stupirsene, perché è in atto da tempo una cospirazione per delegare al singolo cittadino il delicato incarico di mettere riparo con i suoi comportamenti individuali ai danni provocati dal ceto dirigente, autorità, governi, soggetti economici, che ha avuto successo se di fronte alla prepotenza delle multinazionali della logistica aiutate dagli Stati a instaurare un regime di esclusiva, cancellando il commercio al dettaglio, contravvenendo alle leggi che regolano il lavoro, usando i nostri dati personali come merce più redditizia dei loro prodotti, vince la falsa coscienza sulla democrazia che convince i cittadini di aver fatto la propria parte non comprando da Amazon il giorno dello sciopero dei suoi addetti.

È la stessa ipocrisia, ben presente nella nostra autobiografia nazionale, che consente a chi ha ancora conservato uno standard minimo di sicurezza economica e “sociale” di prendere schizzinose distanze dal ciarpame politico e morale sceso in piazza, riprovevole perché in mancanza di fieri antifascisti, di coscienziosi riformisti e di orgogliosi progressisti, si fanno infiltrare da Casa Pound, quella col palazzetto concesso da Veltroni, quella che ha potuto esibire credenziali umanitarie in vista di assenze ingiustificabili, quella invitata alle tavole rotonde in rappresentanza di una desiderabile destra moderna.  

È l’ipocrisia che stabilisce il paradigma dell’accettabilità, definendo chi è presentabile e chi invece è opportuno, malgrado sia riconosciuto come dispotico tirannello, chi si può spendere in società e chi è spiacevolmente necessario tollerare perché serve. Alla prima categoria appartiene secondo il draghi-pensiero e contro ogni ragionevolezza, il Ministro Speranza, accreditato come unico “politico” essenziale in servizio, mentre gli altri, i secondi,  sono sopportati appunto perché occorrono a far numero e accondiscendere a qualsiasi nefandezza.

Tanto è indispensabile, nomen omen, che al Ministro della Salute si riconferma la fiducia di condottiero nella guerra al virus, ma addirittura gli si attribuisce un ruolo primario nella conduzione del Recovery Plan nazionale, strumento di indirizzo per superare lo stallo costituito da quei colli di bottiglia che frenano  da anni il paese  e “che richiedono di cambiare tutto il contesto istituzionale amministrativo, contabile, persino giudiziario,  per sbloccarlo”.

Interrogandoci sulla convenienza di affidare gli incarichi più delicati a un soggetto che per sua ammissione attraversa una fase di psicolabilità che gli fa guardare con apprensione qualsiasi assembramento anche di due persone in auto, abbiamo l’ennesima conferma che l’uomo scelto per guidarci al Grande Reset non sa scegliersi né gli stretti collaboratori, a cominciare da ministri o generali, e nemmeno le maestranze, ghostwriter, comunicatori e estensori di provvedimenti legislativi, scelti nel parterre delle burocrazie amministrative, militari, finanziarie, che hanno collezionato i più clamorosi fallimenti economici, politici e sociali della storia passata e recente.

Basta pensare che  per prendere in mano “i dossier più scottanti dell’economia per cercare di imprimere una sterzata rispetto alle indicazioni dei precedenti inquilini di Palazzo Chigi” – cito da Repubblica – ha scelto Franco Bernabè, che conosce, frequenta, stima dal 1972, per affidargli l’Ilva, in qualità di presidente per “indirizzare le scelte per cercare di far uscire dalle secche l’acciaieria più importante d’Europa” dopo che  il Ministero dell’Economia avrà sbloccato i 400 milioni con cui Invitalia parteciperà all’aumento di capitale di Am InvestCo – la società di ArcelorMittal che gestisce gli impianti siderurgici – diventandone socia al 40%, mentre al gruppo franco-indiano, quello che aggiunge agli esuberi il licenziamento dei colpevoli di altro tradimento che guardano le fiction in Tv, a cui rimarrà una partecipazione del 60%.

Di uno come Draghi verrebbe da dire “sepolcro imbiancato”, ma va meglio imbianchino di sepolcri, come in questo caso in cui in continuità col passato l’intento è quello di favorire una multinazionale che ha poggiato il suo tallone di ferro su una realtà industriale in modo da distruggere con l’impianto, i knowhow, le risorse umane e professionali, una concorrenza molesta, favorendo grazie ai nostri quattrini, una concentrazione che si sviluppa fuori dal Paese. E se l’operazione ha lo scopo non secondario di seppellire una storia di crimini ambientali e sanitari sotto la calce e il cemento dell’oblio, della rimozione tramite immunità e impunità dei delitti commessi contro una città e un Paese tutto.

La scelta è perfetta: un tecnico competente e specializzato in fallimenti, in svendite, in alienazioni ed  espropri del patrimonio comune, degno di essere invitato sui Britannia del passato e del futuro.