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Articolo 1, la tetra politica del Monopoli

135115054-929f9cbf-43f2-4669-a965-cde7e3409889Ciò che in molti speravano non è accaduto, mentre, purtroppo, ciò che avevo sospettato vedi qui )si è pienamente realizzato: la scissione del Pd si rivela ogni giorno di più una burletta tardiva e insincera messa in piedi per cercare di recuperare voti dai delusi del renzismo. A leggere il manifesto di “Articolo 1, Movimento democratici e progressisti”(l’articolo sarebbe quello della Costituzione che i fondatori volevano stravolgere pochi mesi fa)  la formazione politica lanciata ieri da Speranza, Rosi e Scotto, non ci sono più dubbi: il nemico non è Renzi, con il quale ci si alleerà comunque come viene detto apertis verbis, tanto meno il neo liberismo e le sue architetture, ma i “populisti” ovvero chi più o meno dignitosamente, più o meno coerentemente ha espresso critiche allo status quo.

A un lettore smaliziato non sfuggirà che questo documento (il testo completo è qui) è uno dei più ignobili e superficiali assemblaggi delle frasi fatte e delle ritualità verbali che finora hanno segnato il passaggio dai Ds, al Pd e al renzismo finale, una raccolta enciclopedica dei pannicelli caldi messi sulle piaghe di una resa senza condizioni, anzi attivamente cercata, col pensiero unico. Ma in questo caso, visto che non esiste un programma se non la vaga aria fritta recuperata dal naufragio dell’altro europeismo, né si tratta di giustificare una qualche carognata contro il lavoro o i pensionati o la sanità, la scuola o i disoccupati, la retorica non entra in emulsione con altri elementi e si presenta allo stato puro, sotto forma di estratto essenziale in confezione acchiappa citrulli. Non manca proprio nulla dal quotismo rosa usato come adescamento, come mano morta in tram, a papa Francesco, al rilancio dell’Europa, al “popolo”, al dramma sociale al quale tuttavia non si offrono alternative né concrete né futuribili visto che viene ribadito l’appoggio senza condizioni agli strumenti e alle ideologie che hanno portato alla situazione di oggi, ovvero alla centralità assoluta del capitale e alla marginalizzazione del lavoro: insomma un coacervo di topoi   e di suggestioni che stanno alla politica come i soldi del Monopoli a quelli veri.

Mi chiedo come una persona di normale intelligenza, anche preso dall’angoscia di non sapere a chi affidare il proprio voto, possa non provare un sincero disgusto verso queste formule vuote che per l’ennesima volta si ergono a nascondere il nulla e dunque anche il via libera sottobanco allo status quo: nel migliore dei casi e delle intenzioni possono essere una drammatica dimostrazione del precipizio che si è aperto fra il dover essere che può dispiegarsi  solo nell’impotenza delle parole o delle illusioni e la realtà dei massacri sociali che vengono ordinati e ai quali non ci si può sottrarre. Con questo documento il sospetto che le tardive dissociazioni piddine siano un gioco delle parti diventa una certezza, un’evidenza che viene persino tematizzata con l’individuazione del nemico unico argomento tangibile proposto.  Del resto dove si è mai visto che dopo una scissione una delle due parti non esce dal governo? Davvero si sono superati tutti i limiti della decenza.

Lasciamo perdere che i soliti sondaggi fasulli, probabilmente pagati da Renzi con un mutuo di favore presso la  J.P. Morgan, danno a questi Articoli 1 tra l’8 e il 10% dei voti che è pura fantascienza di bassa lega, ma basta che assicurino una manciata di poltrone e strappino all’opposizione il 2 o il 3 % e lo scopo della commedia viene raggiunto: trovare un numero sufficiente di “spettatori” per evitare che la compagnia venga sciolta e il cartellone del declino cambiato o comunque simbolicamente appannato. Per fortuna sarà la storia stessa a fare giustizia di queste rappresentazioni.

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Agit-élite

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Avrete osservato anche voi che di questi tempi passioni e sentimenti non godono di buona fama?

E che si prestino a questo clima,  favorevole a pragmatismo e realismo implacabile, interpretazione scorrette e decodificazioni aberranti di intelligenze luminose da Spinoza a Hobbes, Hume e perfino a Marx quando parla di quello che sollecita la consapevolezza di dover cambiare le condizioni di vita degli uomini, per confermare quel dualismo o addirittura quel contrasto insanabile tra ragione e pulsioni irrazionali, spinte emotive, assimilate a istinti ferini e impulsi bestiali.

Tanto che i “luoghi” di produzione sono identificati  e collocati non più in motori nobili o in ghiandole auree, ma giù, giù, verso la pancia e nelle viscere, in basso quindi. Ad esclusione però di zone ancora inferiori, ma innalzate dalla ipotesi che possano influenzare un inconscio sempre molto invasivo a giudicare da letteratura di consumo e non e produzione filmica tra ricerca ossessiva e individuale di radici, rami, colpe e vizi ereditati e trasmessi, tra edipi de noantri, medee domestiche, che pare possano giustificare sconcertanti risarcimenti pubblici anche tramite invasioni, bombardamenti, sopraffazioni e repressioni.

Dietro alla proditoria manipolazione consumistica che si fa delle “passioni tristi”, che ostacolerebbero la magnificenza del progresso e la munifica costruzione di un sistema in grado di garantire benessere  e sicurezza,  c’è la volontà chiara di colpevolizzare anche quelle felici, la speranza ormai negata insieme all’immaginazione di un meglio, rispetto al male che viviamo, di un ottimo rispetto a un bene ridotto all’osso della mediocrità, di una fuga dal dolore rispetto alla felicità, crudelmente annoverati nell’ambito del velleitarismo, della utopia visionaria e irrealistica.

Ma quello che proprio non viene tollerato nei piani alti è la collera, l’ira in tutte le sue declinazioni e forme, compreso lo sdegno, lo scandalo, la vergogna della dignità che non si è difesa, il pudore furente della povertà e della perdita patita, sentimenti negati, pena l’esclusione dal consorzio civile e il novero nel bestiario sub umano della massa, dell’orda animalesca, della plebe riottosa che vota Trump, e altri organismi tossici viziati da populismo e demagogia. E osteggiata come la compassione, quella che vuol dire patire insieme a chi ti cammina a fianco, come la solidarietà retrocessa a buonismo incolore e irragionevole. Tutti sentimenti che sono ormai considerati incompatibili con un realismo pratico, con una concretezza fattiva e produttiva e che ispira un sistema di governo che abusa impropriamente del termine democrazia, per adattare l’aspirazione alla giustizia e alla libertà a esigenze di potere e di mercato, a licenze e abusi arbitrari e discrezionali, tanto che l’apatia politica  e la defezione vengono accreditate come prova di maturità.

Tanto che certi eccessi di partecipazione, certi fanatismi elettorali e i risultati che ne derivano richiamano all’esigenza di riflettere e ponderare sui vizi del suffragio universale. Così a volte c’è da chiedersi se la democrazia non sia un concetto talmente screditato che forse varrebbe il rischio di lasciarlo nelle mani dei suoi detrattori.

E a questo proposito qui in Italia stiamo vivendo dentro all’allegoria o forse semplicemente all’uso improprio delle parole e dei modi della democrazia, come pensano debba essere quelli che ne approfittano per addomesticare l’immagine e le forme dell’autoritarismo economico e sociale, per ridefinire il conflitto tra oligarchie in lotta, per dare una legittimazione retorica presso le masse agli imperativi e alle imposizioni dell’impero e delle miserabili élite largamente  autonominatesi incaricate dell’amministrazione spicciole della provincia. Ad essa si richiamano continuamente quelli che la stanno abbattendo su comando degli autori del golpe sovranazionale che non si accontenta di avere eroso la sovranità statale,  perfino nelle più miserabili delle narrazioni vittimistiche (ne abbiamo scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2016/11/11/puppanti-allo-sbaraglio/) su censure e sopraffazioni di diritti, quelli loro, ovviamente, gli unici abilitati e promossi, secondo divisioni e gerarchie che devono confermare anche nella pratica quotidiana che loro sono loro e noi invece….

Bisogna proprio rispondere con la collera sdegnata a chi fa della propaganda presso quelli che ha contribuito a espellere da paese per via dell’annientamento di speranza e beni (che  i finanziatori della Leopolda che vengono a raccontarci come deve essere l’Italia o i manager delocalizzatori chissà dove hanno la cittadinanza), inviando la pubblicità regressiva in sconcertante coincidenza con i certificati elettorali, grazie a liste di nominativi somministrate con disuguale larghezza dal Ministro competente e molto schierato e mezzi altrettanto disuguali.

Ecco, se vivere le passioni, secondo ragione, deve aiutare la conoscenza, la sapienza e la felicità, esprimiamo quella proibita, la collera. E inibiamo l’unica che pare sia autorizzata e promossa: la paura, in virtù dei cui ricatti e delle cui intimidazioni hanno il sopravvento su di noi, se non impariamo a dire No, con la rabbia dei giusti.


Smemorati e mazziati

smemoratiAnna Lombroso per il Simplicissimus

Se la storia non insegna niente a chi si è fatto apostolo del nuovo, ma nemmeno a chi sembra viaggiare nel suo e nel nostro mondo con la testa girata all’indietro, allora forse sarebbe utile dedicare almeno una giornata al presente, alla consapevolezza del suo svolgersi rapido tanto da sembrare impercettibile, mentre si avvolge intorno all’eterno perno, quello dello sfruttamento, della sopraffazione, dell’avidità insaziabile e della rinuncia imposta e accolta come implacabilmente inevitabile.

Avremmo coscienza che è stata vinta un’altra battaglia nella guerra delle disuguaglianza e dell’esproprio di diritti, volontà, autonomia,  grazie alla resa incondizionata di chi dovrebbe invece difendere conquiste, garanzie, dignità e aspirazione alla felicità.  Non deve stupire, siamo nell’era della recessione economica e della sottrazione sociale: ci hanno persuasi di aver voluto troppo, di aver vissuto al di sopra delle nostre possibilità,  ci hanno persuasi che la necessità esige ragionevoli rinunce e il ripudio di irrazionali utopie, che l’indispensabile realismo raccomanda la difesa ad oltranza del nostro poco contro tutto e tutti, a cominciare da quelli che pensano di avere umana legittimità a pretendere altrettanto, o anche meno di così, con la convinzione che qualsiasi concessione agli altri comporti una riduzione per noi, perfino dei beni comuni, perfino dei sentimenti d’amore, perfino della speranza.

Altro che giorno della memoria perché quello che è accaduto non possa ripetersi, altro che liturgia propiziatoria perché l’uomo resti tale, perché stolta e ferina barbarie non prenda il sopravvento, se  il secolo breve non solo non si è estinto, ma prosegue  ripresentandoci – irrisolti –  tutti i nodi che, drammaticamente, con la potenza e la violenza, con le sue mobilitazioni totali e i suoi artifici mortali, aveva tentato di tagliare, se un potere, quello dello sviluppo dissennato e illimitato,  ci trattiene tra le sue spire col gioco delle sue ambivalenze radicali, dei paradossi che l’hanno attraversato spingendolo ad essere l’epoca degli opposti, sempre estremi, sempre assoluti – aspirazione alla democrazia e voglia di dittatura, ricchezza e miseria, progresso tecnologico e barbarie, potenza e impotenza – mai capaci di una soluzione stabile, d’un equilibrio definitivo. Se finiamo per essere correi del rifiuto delle dottrine della fratellanza e della solidarietà, per la costruzione di una nuova umanità grazie alla selezione e all’esclusione di coloro che non sono degni o abilitati a farne parti, quelle che qualcuno ha definito vite di scarto, sottoposti a criteri mutuati dal processo produttivo, si tratti di poveri, precari, inoccupati, immigrati, malati, vecchi, matti, brutti, obesi, sub-persone cui vengono negate uguaglianza e dignità, tali da suscitare disprezzo, nausea e ripulsa perché puzzano, perché recano i segni dell’infelicità e della disperazione come un possibile contagio, perché hanno inclinazioni e attitudini diverse, perché mangiano altri cibi e onorano altri dei, perché rievocano fantasmi che teniamo sepolti e rimuoviamo con vergogna.

E dire che “il diritto di ogni individuo ad appartenere all’umanità, dovrebbe essere garantito dall’umanità stessa”, che dovrebbe tutelare se stessa, la sua sopravvivenza, la sua ragion d’essere nel pieno riconoscimento dei principi e degli imperativi morali di uguaglianza, dignità, libertà e solidarietà.

Invece ecco un dispiegarsi di nuove e antiche differenze, gerarchie, graduatorie di valori, meriti e diritti. Ecco un malessere da  parte di insospettabili per le pretese esagerate degli omosessuali e per la insana solidarietà ostentata di chi non lo è eppure scende in piazza per difenderne le istanze, quando ci sono attentati e oltraggi ben peggiori e infami,  quando la disoccupazione aumenta e diminuiscono le garanzie, quando è stato cancellato lo stato sociale, erosa la fiducia nelle istituzioni, quando la sicurezza è minacciata da nemici esterni e interni, impoverita dall’illegalità, quando la corruzione e l’evasione divorano con i nostri soldi, la speranza di un relativo benessere.

Eh si, hanno vinto se siamo proprio noi a avvalorare che ci siano diritti e doveri di prima e seconda categoria, se la graduatoria di priorità e necessità legittime è stabilita sulla base del censo, della potenza economica e del potere che ne deriva, se l’integrazione che peroriamo dovrebbe manifestarsi con il rinnegare tradizioni e costumi che ci paiono arcaici e incompatibili con la nostra civiltà per poi coprire i nudi d’autore per compiacere l’illustre visitatore e le sue fisime, se assimiliamo agli insensati capricci contro natura il desiderio che un vincolo d’amore possieda e acceda i riconoscimenti di legge. E come se le coppie omosessuali e  i loro figli, fatti o accolti e amati con uguale affetto dei nostri se non maggiore, non fossero quanto e più di noi esposti agli stessi attentati e oltraggi, alla stessa cancellazione di certezze e prerogative, ancora più ardue e minacciate per chi vive una marginalità rispetto alle leggi, alle regole, ai sistemi di protezione e riconoscimento giuridico. Come se ancora di più chi ha, chi può non godesse comunque di  privilegi, del benessere che mette in condizione di comprarsi status, sicurezza, legittimità, maternità e paternità, in Italia e fuori, sia omosessuale o eterosessuale, che più ancora delle inclinazioni e del gruppo sanguigno contano il reddito e l’Iban.

E come se anche in questo caso dovessimo fare la conta, di chi è per lavoro e chi è contro, chi è per i diritti, tutti e non negoziabili, e chi li vuole sottoposti a una graduatoria di merito, chi è per la crescita, con quello che comporta in rimozione di regole, leggi e democrazia, e chi è contro. Come vorrebbe un premier che rinnova sempre di più quel passato che domani dovremmo ricordare perchè non si ripeta, che si premura di indire un referendum perché ci esprimiamo per lui o contro di lui, che deride chi ha dubbi, che condanna chi dissente, che mostra i muscoli qui esibendo rispetto per i padroni. Lo stesso che pensa di convincerci con la narrazione del nostro Grande Paese, del nostro Grande  Genio Italico, delle nostre Grandi Opere, delle nostre Grandi Esposizioni, un posto dove si negano invece felicità, amicizia, accoglienza, solidarietà, speranza tramite riforma, per via giuridica, per decreto.

 

 


Farsa Pd. L’Unità in cambio dell’unità

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ma che temperamento, che forza, che rigore, che coerenza. Con che saldezza resistono a minacce e blandizie, a ricatti e lusinghe, a intimidazioni e tentazioni. Queste poi sono state le più insidiose, ci fanno sapere. Pare addirittura che per accaparrarsi i consensi dei dissenzienti sia stata loro offerta, ben oltre a candidature sicure e collocazioni prestigiose, nientepopodimeno che di contribuire, alla pari o quasi, alla scelta del nuovo direttore dell’Unità, incarico influentissimo che potrebbe condizionare opinione, pacchetti di voti nelle prossime tenzoni elettorali del partito unico, addirittura lo stato di salute del premierato e della democrazia.

Certo, ancora non si sa come e quando la gloriosa testata fondata da Antonio Gramsci, che oggi dubito sarebbe allineato con Renzi, ma nemmeno con Civati, Cuperlo o Speranza, ultima a morire e primo a dimettersi, preferendo una distaccata indifferenza, tornerà in edicola. C’è voluto l’escamotage del tribunale fallimentare a smuovere le acque, sancendo  con un concordato  l’accordo siglato tra la nuova proprietà con il poliedrico editore di Stop e Vero in posizione maggioritaria (ne avevamo parlato qui https://ilsimplicissimus2.wordpress.com/2015/03/10/vero-compra-lunita-siamo-al-top-e-allo-stop/)  e il cdr,  e che prevede la riassunzione dalla vecchia redazione, composta da 56 giornalisti (in cassa integrazione a zero ore per due anni), di 16 giornalisti con rapporto di lavoro dipendente (10 a Roma e 6 a Milano) e 9 giornalisti con rapporto di collaborazione. A chi tocca, tocca. Nello spirito del tempo, tra Jobs Act e manager tetragoni alla contrattazione, la scelta del direttore sarà cruciale:   sarà lui, o lei (si parla di Menichini-chi?, collaudato nel ruolo di grande firma di samizdat beneficati da contributi pubblici indirettamente proporzionali al numero dei lettori, e da Maria Teresa Meli, agiografa sgangheratamente fanatica del segretario del Pd)   ad avviare i colloqui e fare le scelte, in tempo per l’annunciata presenza in edicola il 25 aprile, ammesso che per qualcuno del partito socio di minoranza la data significhi qualcosa di più di quella fatale del primo maggio, giorno di inaugurazione dell’Expo.

Beh, malgrado tutte queste premesse,  malgrado la proposta fosse ghiotta, malgrado le golose ricadute di una partecipazione alla autorevole designazione, la minoranza che non sa essere opposizione ha detto no.  E in alcune dichiarazioni, ovviamente protette da ragionevole anonimato, ha rivendicato la solida fermezza del gran rifiuto opposto alla tracotante indole corruttiva della dirigenza del Pd, che alterna carezze e pugni.

Non si sa chi sia peggio. Se un segretario/presidente e padrino precoce di una famiglia di affini assoggettati e innamorati a un tempo di lui e della posizione che la fidelizzazione assicura, se un gruppo dirigente asservito a una cupola padronale, ma come succede a kapò, maggiordomi e anche lacchè, usi a essere forti coi deboli e deboli coi forti, se un ceto affetto da leaderismo come da incompetenza, approssimazione, ambizione smodata quanto la tenacia con la quale vogliono conservare rendite di posizione e privilegi, raggiunti grazie al cono di luce del piccolo  cesare, e ormai dedito a zittire ogni voce critica, comprandola o soffocandola. O invece una minoranza dedita al brontolio sommesso, a forbiti distinguo, a pretese di diversità, a eleganti e motivate proteste che si concludono nella doverosa accettazione, per carità di patria. È che la patria per gli uni e per gli altri è l’unico posto rimasto sicuro, e anche l’unico che non richiede fatica, in un paese senza garanzie e senza lavoro. E’ che negli uni e come negli altri non alberga nemmeno il sospetto, nemmeno il dubbio che possa esistere qualcosa d’altro rispetto alla miseria di pensiero e idee nella quale ci hanno costretto a vivere. Non vogliono neppure misurarsi con l’opportunità, difficile, di assumersi la responsabilità di immaginare altri modelli di vita e altre forme della politica. I pochi discordanti, condannati da sé a non stonare l’inno del regime, fanno finta con loro stessi e con noi che sia l’unica strada, come se la storia non avesse smentito la chance dell’entrismo, come se occasionali riforme non avessero dimostrato l’impossibilità di temperare la ferina potenza del capitalismo, come se il consociativismo non avesse sempre finito per assecondare i rapaci appetiti dello sfruttamento.

E c’è da sospettare che in mancanza della possibilità di perpetuare il disturbo tollerato della mansueta e segreta carica dei 101, preferiscano il riproporsi del voto di fiducia,  quello che libera tutti, cui si è costretti a uniformarsi, che tanto l’unica a scandalizzarsi è la Costituzione, quell’avanzo arcaico da stracciare insieme alla democrazia. Perché, purtroppo, quella minoranza è il ritratto degli italiani, che non si scandalizzano più, nemmeno davanti allo specchio.

 


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