Anna Lombroso per il Simplicissimus

A quelli che puntualmente a ogni elezione (allora si ripetevano con cadenza addirittura criticabile) lanciavano il tradizionale appello: votate una donna, Arbasino ebbe a rispondere “per essere femministi ci vuole la fica!”.

Con gli anni ci siamo resi conto che non bastava, per via delle prestazioni di innumerevoli  zarine, papesse, marieantoniette e grandicaterine, che una volta sedute sui troni si sono ricordate della loro appartenenza di genere solo in occasione di critiche da rintuzzare con  l’accusa di sessismo e maschismo, virilismo e fallocrazia, particolarmente virulenta se le accuse provenivano da altre donne immediatamente assimilate ai casi umani o patologici dei frustrati e degli invidiosi di successo, venustà, prestigio, grana.

In realtà fanno bene, così hanno conquistato una evidente immunità e impunità più dei padroni dell’Ilva, sul cui comportamento del passato e del presente  non le abbiamo mai sentite spendere una parola, più degli altri candidati o eletti maschi che si accontentano dell’inviolabilità giudiziaria, mentre le arruolate nelle quote rose dichiarate o virtuali ci tengono molto alla reputazione che difendono a suon di querele, commissioni intese alla difesa del loro status di donne e vip, fino alla richiesta di veri e propri tribunali speciali. Perché, come è giusto, a loro non bastano gli strumenti di tutela esistenti e le leggi vigenti, quelli a disposizione perfino delle comuni mortali e dei loro profili su Facebook, meritando invece pubblici anatemi, gogne, ghigliottine consone alla loro statura.

E difatti ve li immaginate gli sguardi fulminanti capaci di incendiare le reprobe, le nuvolette di fumo che escono dalle vibranti narici del nasino all’insù, l’aggrottare di sopracciglia nere più di certe anime, dell’onorevole Boldrini costretta a leggere le sfrontate accuse di ex dipendenti infedeli riportate, come se non bastasse, da un’altra donna dimentica del patto di sorellanza indissolubile che deve unire le influenti?

Eh si perché Selvaggia Lucarelli sul Fatto Quotidiano ha usurpato lo spazio morale di Dagospia per riportare una aneddotica poco edificante sulle prestazioni padronali dell’ex presidente della Camera, ex Sel, ex Leu ora in forza alla maggioranza che appoggia l’esecutivo a fianco di Salvini. Alla collaboratrice domestica che ha dovuto ricorrere all’ufficio legale di un Caf (meglio sarebbe stato un matronato) per farsi riconoscere la liquidazione e a una ex portaborse che  ha lamentato l’uso improprio delle sue prestazioni professionali, l’onorevole Boldrini risponderà dettagliatamente, ha annunciato, lamentando che anziché interagire “da donna a donna?”, parlandole direttamente dei loro problemi, abbiano  fatto ricorso a un metodo “inappropriato”, offrendosi e offrendo un suo ritratto maligno e velenoso in pasto a un giornale.  

Purtroppo dubito che lo scandaletto parasindacale faccia rumore, non solo per la scarsa popolarità che hanno di questi tempi le vertenze sul lavoro: chi non raccomanderebbe ai fortunati che hanno un posto di accontentarsi e obbedire in silenzio?, non solo perché abbiamo talmente introiettati i principi tossici del bon ton da condannare preliminarmente un’accusa rivolta a una donna in vista anche se proviene da altre donne, ma soprattutto perché poco aggiunge alla fenomenologia della dark lady del progressismo neoliberista, dell’antifascismo pret à porter, del contrasto al razzismo e alla xenofobia ad esclusione della propria colf.  

C’è infatti da sospettare che il carisma dell’ex terza carica sia dipeso dalla leggenda dei suoi successi “umanitari” combinati con un piglio tirannico, un tratto dispotico, una comunicazione sprezzante che incontrano il favore di un target masochista, tra femmine in perenne ricerca di una leader che faccia scontare i peccati di tutte e due le metà del cielo e di maschi che si accalorano immaginando di essere comandati da “padrone” severe.

Pur non essendo Google, ricordo abbastanza bene come ho costruito nella mia testa un ritratto e un’opinione dell’onorevole Boldrini che non aveva bisogno di questa aggiunta sconveniente alla sua immagine.

E infatti rammento  una delle sue prime uscite pubbliche, quando presenziando in veste ufficiale al funerale di un suicida vittima della crisi che si protrae da anni nel Paese, si dichiarò sorpresa dalla rivelazione delle nuove povertà che affliggevano l’Italia. Affliggevano anche la Grecia, oggetto di alcune sue pensose comparsate nelle quali descriveva con i toni accorati che avevano favorito il suo successo all’Onu, un paese ridotto alla fame dai diktat europei offrendo come soluzione un bel convegno per proporre un ponte  culturale che rilanciasse “una dimensione europea  basata sulle istanze che vengono dal Mediterraneo”. Del convegno non c’è stato poi bisogno, visto che i crimini commessi oltre l’Adriatico sono oggi più che mai trasferibili e replicabili da noi grazie al commissariamento di cui è incaricato il presidente del Consiglio cui anche lei ha accordato fiducia illimitata. 

E come dimenticarla quando scaricava i fulmini delle sue ire funeste contro gli improvvidi che osavano presentare mozioni e interrogazioni sgradite, o quando vezzosamente accordava il suo consenso a alcune tra le più indecenti misure lesive di diritti e conquiste del lavoro di uomini e donne, particolarmente penalizzanti per le seconde?

O quando mutuando abitudini a dir poco birmane per non dire talebane, ha chiesto la testa seppur solo virtuale  degli impuniti che avevano osato pubblicare una sua immagine svestita, forse un fotomontaggio, in un campo di nudisti,  a fonte invece della sua performance di madonna ginocchioni in un flash mob parlamentare antirazzista proprio nei giorni in cui la ministra Bellanova lanciava la sua regolarizzazione tarocca e “estemporanea ” dei  migranti che doveva interessare circa un terzo degli ipotetici 600.000 immigrati/e privi di permesso di soggiorno, lasciando fuori gli altri 400 mila, nelle mani di imprese criminali e diversamente criminali a svolgere mansioni servili?

E prima ancora, come non ricordare che appena neo nominata presidente della Camera fece il radioso passacarte delle misure di sospensione dell’emergenza  Africa, considerando unilateralmente chiuso il problema, diminuendo drasticamente i fondi per i migliaia di rifugiati accolti a causa delle primavere arabe e della guerra di Libia e  concedendo ai richiedenti asilo d’allora una mancia di 500 euro una tantum e la cessazione di qualsiasi forma di assistenza? Qualcosa che assomiglia da vicino all’indifferenza con la quale la sua cerchia politica ha approvato la rivisitazione dei decreti sicurezza, in modo che ne restassero intatti i principi discriminatori e repressivi, così come è passata inosservata la fotocopia dell’osceno protocollo d’intesa con la Libia riproposto pari pari dal Governo Conte 2.

D’altra parte siano di fronte a un caso di scuola del professionismo della militanza: non spreco nemmeno un minuto a risollevare il contributo castale e dinastico che ha condotto Laura Boldrini a ricoprire un alto incarico in un’agenzia dell’Onu, ricordo però che non si trattava del prodigarsi di una volontaria ma di una funzione prestigiosa e perciò ottimamente remunerata. Altrettanto non c’è bisogno di dire che in un Paese dove le donne hanno pagato una crisi sociale che ora è diventata una emergenza epocale con licenziamenti, disoccupazione, svalutazione dei loro talenti e aspettative, con il forzato rientro a casa in condizioni di povertà e frustrazione, non estranee all’aggravarsi di fenomeni di violenza privata che accompagna quella pubblica, la battaglia per la liberazione della donna ingrediente cruciale per la liberazione degli sfruttati tutti,  deve avvenire su tutti i fronti, quello culturale contro il patriarcato che come sempre trae nutrimento dal malessere sociale, ma soprattutto in quello che in nome del contrasto alla violenza, è proibito, censurato come eresia, deriso come arcaico, quello della lotta di classe.

Che c’è eccome, se proprio la signora Boldrini ha avuto più volte occasione di incarnarla nella sua forma più moderna, quella alla rovescia: ricchi e potenti contro povere e povere, sfruttati e sfruttate.