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Di che sesso è la verità?

fotoAnna Lombroso per il Simplicissimus

Nella notte di Capodanno del 2016, a Colonia,  decine di donne denunciarono alla polizia innumerevoli casi di pesanti molestie inflitte loro da un’orda di immigrati ebbri di alcol e libertà sconosciuta, si disse, a che professa una religione repressiva incompatibile con gli usi e i comportamenti della nostra superiore civiltà.

Incidenti e violenze caratterizzarono quelle ore e solo mesi dopo, undici per l’esattezza, il Parlamento della Renania ricostruì gli avvenimenti imputandone la responsabilità alla cattiva gestione dell’ordine pubblico, ma se andate a rivedere commenti e giudizi emessi a posteriori resta immutata la deplorazione e la condanna per la furia bestiale degli islamici infedeli ai danni delle “nostre” donne indifese, a dimostrazione che – come disse a suo tempo l’allora vice segretaria del Pd, Debora Serracchiani – l’oltraggio a firma dello straniero merita riprovazione superiore di quello nostrano.  E che l’islamico ospite è guardato con ammirazione e accolto con gratitudine ma solo se compra armamenti, se occupa coste, se finanzia squadre di calcio, se regala diamantoni a attricette e si aggiudica opere d’arte, hotel e intere aree di metropoli occidentali in aste manovrate, mentre è inviso se raccoglie pomodori, si arrampica su impalcature, peggio che mai, se vende parei in spiaggia o lava vetri ai semafori.

Minore condanna viene quindi riservata all’orda di casa nostra, dei nostri Palazzi e dei nostri studi televisivi, provvista dei crismi e della benedizione di santa romana chiesa che in quanto a sessismo non teme rivali, e sotto l’etichetta di una democrazia che a fasi ricorrenti si interroga sulla qualità e quantità di diritti erogati alle donne, non sempre conciliabili con il recupero di una triade, Dio, Patria e Famiglia,  obbligatoria in momenti di crisi, a cominciare da quello di parola, che alcune ochette presuntuose vogliono arrogarsi immeritatamente invece di rispettare tre comandamenti che uniscono simbolicamente tutte le culture patriarcali: la dona? la piasa la tasa e la staga in casa (la donna? Piaccia, taccia e stia in casa).

Si tratta di fenomeni non isolati che suscitano biasimo se l’oggetto delle violenze verbali possiede quella visibilità, notorietà e autorevolezza, che consente strumenti, canali e tribune per difendersi che la Donna Qualunque non ha a disposizione, avvolta dalla spirale di silenzio  che penalizza chi si sottrae a regole e convenzioni del conformismo, chi se la tira e se la vuole.

Lo stesso silenzio complice che   si rompe  quando censura queste forme di discriminazione e soperchieria affiorate come iceberg, mentre sotto  si consumano disuguaglianze e sopraffazioni esaltate in questi tempi dalla “crisi”, differenze di remunerazione, di trattamento e carriera, con il concorrere  dei credo liberisti intesi a  persuadere della  bontà della rinuncia a vocazioni, talento, ascesa professionale, garanzie per far posto ai maschi del nucleo familiare che guadagnano di più e che non pesano sui bilanci aziendali con permessi per le malattie dei genitori o dei figli, con i permessi per gravidanze e allattamento, ma soprattutto per beneficiare delle opportunità di part time, mobilità e smartworking, adempiendo con abnegazione e spirito di sacrificio ai doveri che le leggi di  natura tornate in auge per via dell’egemonia della sopravvivenza, impongono: cura, assistenza, governo della casa, sostegno alla didattica a distanza.

Ma c’è un effetto collaterale che motiva la tolleranza esercitata nei confronti del sessismo erogato a forti dosi da personaggi che godono di cattiva reputazione utile ai loro successi di critica e di pubblico, e che grazie alle loro belluine e disarticolate esternazioni sono molto presenti su stampa e talkshow, in veste di incarnazione del male, del razzismo, della xenofobia come se si trattasse di categorie ideologiche e “morali” indipendenti dal regime totalitario che stabilisce leggi di mercato, di ordine pubblico e deontologiche.

Si tratta dell’impiego che hanno imparato a farne quelle donne che ricoprono ruoli di potere – ormai in numero addirittura prevalente in Europa, Merkel, Lagarde, Von Der Leyen – quando diventano oggetto di critica per comportamenti, convinzioni, decisioni pubbliche o per la correità in misure e atti compiuti ai danni dei cittadini, e ancora di più delle cittadine, a dimostrazione che la rivendicazione e ostensione di squisite qualità di genere connaturate: sensibilità, indole alla cura, solidarietà, compassione, appartengono alla retorica e alla cassetta degli attrezzi di sfruttatori, speculatori, padroni delle ferriere senza le abituali disparità di sesso, anzi con maggiore e più sfrontata tracotanza quando il tallone di ferro consiste in un tacco 10.

Gli esempi nostrani non mancano. Dall’esibizione di amor filiale e creditizio della ministra che provvede a salvare a un tempo babbo e banche criminali, all’altra ministra che accusa di giovanile parassitismo i figli choosy altrui confezionando una irresistibile carriera per la rampolla, dalla ministra (un’altra) che si è fatta strada esponendo in bella mostra il suo passato bracciantile mentre condanna alla resa lavoratrici in sciopero, fa da relatrice alla legge Fornero, ammazza pensioni, promossa dalla stessa di cui sopra che tanto i pensionati preferisce farli fuori perché pesano sul bilancio statale alla pari con la superiore in grado e prestigio Madame Lagarde.

Fino  alla ministra (ancora) che dopo aver dichiarato impotenza, incapacità e inadeguatezza in veste di commissaria straordinaria nel cratere del terremoto, fa da testimonial per una ripresa del cemento grazie ai cantieri delle Grandi opere e della Grande Speculazione,  a quella, ex e mai rimpianta al dicastero della  Difesa, quella che ha sostenuto nelle parole e negli atti la necessità di fare la guerra, venderla e esportarla per guadagnarsi la pace, bella ricca e profittevole per produttori di armi, aziende che internazionalizzano morte, repressione, furto, abuso e povertà, in modo che poi possano essere subito attive altre ministre firmando provvedimenti e leggi per contrastare le invasioni e per replicare obbedienti patti sottoscritti con tiranni e despoti assassini.

Ormai qualsiasi donna in vista può godere del privilegio del sostegno di altre donne e in caso di attacco personale, a smentire che la complicità sia un monopolio virile da camerate di soldati,  doccia di atleti, mentre invece sia un vizio femminile l’invidia velenosa, di una coesione che si materializza in forma bipartisan, vedi mai che serva in futuro, donando alla vittima uno status di intoccabilità per via dell’appartenenza di genere che doverosamente la dovrebbe risparmiare da critiche, rilievi e accuse. Il fatto è che le minoranze nel guadagnare consapevolezza, nell’uscire dall’emarginazione fisica e culturale nella quale sono state costrette, soffrono di un disturbo della crescita, quel coltivare e maturare pregiudizi positivi, non meno dannosi dei preconcetti negativi.

Se ne parla molto di questi tempi negli Usa, la patria dell’ipocrisia puritana che ha contagiato alla pari neoliberismo e “riformismo”, dove  alla faccia di milioni di disoccupate (le catene delle vendite online non le apprezzano né come magazziniere né come addette alle consegne), di sfrattate in forma reiterata per le varie bolle, di malmenate di tutte le etnie,  dove tra la metà di marzo e la fine di maggio, il 47 per cento degli adulti maggiorenni quasi tre quarti della percentuale costituito da donne,  ha perso il reddito da lavoro, dove si è creata una competizione insana tra lavoratrici agricole locali e immigrati e tra questi e le loro donne, per via di una diatriba che verte sull’interrogativo se in caso di molestie, stupri, violenze si debba sempre e comunque credere a tutte le donne.

Lo spunto l’ha dato l’accusa  di molestie sessuali mosse da Tara Reade, ex assistente del Senato e difesa dallo studio legale che ha rappresentato negli ultimi anni diverse vittime di Harvey Weinstein, a  Joe Biden, improbabile e scialbo candidato democratico alla Casa Bianca, che fa venire in mente i competitor che mette in campo il Pd quando vuol far vincere uno della Lega o di Forza Italia.

Lui ha sempre negato ogni responsabilità, forte del fatto che negli archivi del senato non ci sarebbe traccia della denuncia per sexual arrassement che la presunta vittima avrebbe presentato nel 1993 a un non meglio identificato Ufficio del personale di Capitol Hill.

Ma sul nuovo scandalo pruriginoso non si è registrata quella unanime reazione di condanna solidale degli anatemi contro Hollywood Babilonia, dando il destro ai repubblicani di attaccare l’ipocrisia del movimento #Metoo e dei suoi slogan, accusato di “credere a tutte le donne solo finchè attaccano qualcuno in linea con il presidente Trump,  a tutte le donne se hanno una laurea o di più”, insomma a quelle che rappresentano  quel radicalismo oggi interpretato dalle élite culturali, dai creativi, dall’industria dello spettacolo.

Ha risposto alle accuse Susan Faludi, giornalista Premio Pulitzer,che ribatte chè è legittimo anzi doveroso alle donne “che vengono uccise nonostante abbiano denunciato i partner o gli ex violenti, o alle segnalazioni di stalking che non vengono prese sul serio dalla polizia, per poi finire con un omicidio”. Mentre dare fiducia indiscriminatamente sulla base del genere, sostenere che le donne in quanto tali e in quanto minoranza destinata a ruoli di vittima dicano sempre al verità, è “una trappola per togliere credibilità al movimento delle donne, fatta scattare dal potere”.

E  di trappole pronte a scattare ce ne sono e tante, da quando al riconoscimento pubblico dei ditti degli uni consegue il disconoscimento delle prerogative e aspettative di altri,  contribuendo a distrarre da altre battaglie, quelle che riguardano il riconoscimento del fatto che le donne non sono l’unico segmento di popolazione esposto a condizioni di precarietà e privazione dei diritti, o dalla considerazione che quelli che vengono identificati come minoranze di genere e sessuali,  si differenziano per classe, religione etnia, tanto che  la liberazione dei sommersi dovrebbe essere necessariamente anticapitalistica e dunque antifascista, antirazzista e laica.

Altrimenti hanno ragione quelli che contestando il mito della presunta superiorità etica del genere femminile,  denunciano il carattere classista e razzista del femminismo occidentale e la sua natura narcisistica e autoreferenziale,  che dispiega un revanchismo che non pagano solo i maschi – magari meritatamente – ma anche le donne di classi e etnie “inferiori” e che  porta acqua a quello che è stato definito progressismo neoliberista: l’alleanza tra fermenti, antifascismo di superficie, multiculturalismo, femminismo “clintoniano” in voga anche da noi, e il “capitalismo cognitivo”.

Quello cioè  della rivoluzione digitale,  dei creativi retrocessi a classe disagiata cornuti e mazziati ma compiaciuti della loro superiorità culturale e morale,  a Tribeca come sui Navigli, cosmopoliti perchè mangiano sushi, vestono etnochic, abitano in uno scantonato promosso a loft, poi si fanno sfruttare facendo gli “imprenditori di se stessi”, strizzando  l’occhiolino a diseredati, a Wall Street e perfino a Farinetti.

 


Bikini e Bagnini

boschi-rosa Anna Lombroso per il Simplicissimus

A Salvini che le dà della “mummia” Maria Elena Boschi, in versione miss maglietta bagnata, replica “mummia io? bacioni dal mio sarcofago..” con tanto di foto in bikini.  Più ancora della concessione al vituperato e empio virilismo del Ministro, come una simpatica goliardata di una più intelligente che bella,  a me ha fatto rabbrividire quel “bacioni” sigillo forse della nascita di un nuovo movimento dell’amore festoso, irridente e scanzonato da far invidia al Cavaliere e alle sue olgettine in modo da chiudere la scellerata parentesi dell’odio in politica e sui social.

Siamo alle solite, la marchesa del Grillo sa bene che a lei e a pochi altri è permesso quello che in altri è deplorato, disprezzato, condannato, sa bene che quello che in altri viene indicato come populismo rozzo e triviale sulla sua bocca che può dire ciò che vuole diventa leggiadra ironia e espansiva vicinanza a usi comuni a San Frediano e altrove. E sa anche che la tutela di genere è una pelle di zigrino che puoi tirare da una parte o dall’altra, utile a coprire la difesa di banche criminali, superflua se ostacola l’esibizione ostentata di forme qualche volta imputate di cellulite da sessisti dell’altra tifoseria.

Non c’è da stupirsi,  la riservatezza pudica vale solo quando si devono celare altre “vergogne” pubbliche per le quali addirittura può vigere il segreto di Stato: e mica siamo tutti uguali, appunto!

A ben guardare ha preso piede un’altra declinazione del razzismo, quello “morale” che permette a una scrematura di società di rivolgere il suo disprezzo nei confronti di larghe fasce di pubblico colpevoli di non condividere il suo pantheon e i suoi ideali progressisti e umanitari. di non riconoscersi nei suoi valori identitari di ceto acculturato, creativo, intellettuale, attento alla difesa di minoranze purchè di rendita e performance professionali particolari e elevate, o colorate, purchè collocate in ambiti diversi, invisibili, insonorizzati  e sotto vuoto perchè non arrivino i loro afrori salvo che alla tavola del localino fusion.

Spesso si tratta di donne che hanno scelto la frontiera di guerra della conquista del cielo tramite ambiziosa scalata a posti influenti in un ricambio meccanico di maschi usurati e che possono vantare una pretesa di innocenza nei confronti di responsabilità pubbliche e private per essere state messe ai margini, malgrado alcune presenze non proprio insignificanti,  la Boschi appunto, la Lagarde, da Ursula (nel cui nome si ipotizzano alleanze e maggioranze) a Fornero, da Angela a Elisabetta II.

Per lo più si tratta di disillusi che grazie ai servigi offerti dal buzzurro all’Interno hanno recuperato fiducia e empatia per il cosiddetto centrosinistra in qualità del “meno peggio”, gente che sta rintanata nella cuccia che crede sicura del liberismo, pensando che protegga dalla perdita definitiva di privilegi toccata a altri qualche gradino più sotto, per i quali dai profili sui social sarebbero disposti a morire ma non a camminarci a fianco o a prenderci un caffè.

E lo credo, la loro professione di superiorità è garantita dalla pretesa inferiorità di chi sceglie smargiassi e incapaci della curva opposta alla loro, che pure hanno ingoiato di tutto, Jobs Act, cancellazione del Welfare, sfregio dell’articolo 18, Buona Scuola (e magari insegnano), Ilva, Tav, trivelle, riforma della Via in modo da impedire l’accesso dei cittadini alle informazioni sugli interventi che interessano i loro territori. Qualcuno si è anche schierato per il golpe costituzionale, che oggi consoliderebbe l’attuale esecutivo, ritenendo i suoi leader inamovibili e oggi rimpiangendoli, palleggiandosi le dichiarazioni imbarazzanti di Bersani, le esternazioni venerande di Prodi, le invettive biliose di Cacciari, che si sa la nostalgia è canaglia.

Intanto un passo avanti l’hanno fatto per sottrarsi alle tentazioni del populismo: gli stessi che per anni ce l’hanno raccontata sulla contrapposizione tra società civile virtuosa e ceto politico corrotto e vizioso, adesso hanno dismesso le coniugazioni con il Noi, preferendo il più desiderabile Io che si distingue da quei Loro rei di bersi le baggianate sull’invasione, colpevoli di non volere il progresso incarnato dall’alta velocità, restii a punire i proprio comportamenti egoistici con pratiche ecologiche redentive, renitenti a arruolarsi dell’Europa senza se e senza ma e a volersi fare cittadini del villaggio globale, connesso e cosmopolita.

Credono di appartenere al mondo di sopra solo in virtù del fatto che disprezzano il mondo di sotto, quel mondo che non sa esercitare quella generosa indole all’accoglienza, all’integrazione, alla condivisione, che non ha gli strumenti per ragionare in forma politicamente corretta,  che non vuol comprendere le sottili differenze tra Trump e Hillary Clinton e tra Maria Elena Boschi e Matteo Salvini. Perché quelli del mondo di sopra sostengono che le differenze ci sono eccome, ma noi del mondo di sotto non le sappiano vedere, orbi di rabbia.

 

 


Burro e Alici .. nel paese delle meraviglie

ULTIMO-TANGO-A-PARIGI-BERTOLUCCI-892x502Anna Lombroso per il Simplicissimus

Mettete la parola culo in un discorso, anche il più elevato e sacro, e sarà ricordato solo per quello. Citazione da Jules Renard, che calza anche per gli epitaffi odierni di segni opposto, quelli che celebrano il venerabile maestro e quelli che lo condannano a ostracismo postumo per violenze sessiste.

E infatti si deve a quell’oggetto di indecente concupiscenza, la fama di un film, altrimenti considerato minore, di un regista che ne voleva fare un manifesto politico sulla incomunicabilità, la crisi della famiglia e l’incapacità di vivere l’intimità oltre al sesso, frugandola con la smania dell’entomologo o del ginecologo, ridotto invece a pietra di uno scandalo quasi cinquantennale, vista e stravista malgrado tagli e censure in copie pirata e sale clandestine delle ville della provincia di Sissignore o nei manieri siciliano di divorzio all’italiana laddove il divorzio appena diventato legge era ancora e anch’esso riprovevole. L’accorgimento per far parlare di sé scelto da Bertolucci è una sodomizzazione perpetrata dalla star degli sciupafemmine, giù un bel po’ imbolsito e sciupato, con tanto di paletot di cammello indumento irrinunciabile per denunciare una virilità compromessa e  una smania di dissoluzione come Nella prima notte di quiete, ai danni della inquieta coprotagonista, ruolo affidato a una giovane attrice con l’inespressività propria della bellezza dell’asino.  La quale, si racconta, non era del tutto informata di tutti i particolari della scena che avrebbe interpretato compreso il sacrilegio commesso ai danni del condimento più amato dai francesi per giunta in patria, per la volontà dichiarata del regista di sorprenderla con qualche effetto speciale alla  Stanislavskij  in modo da cogliere emozioni forti, rendendo la finzione più credibile compresi grida  gemiti che a distanza di anni non reggono il confronto con la performance di Sally alla tavola calda. Perché comunque di simulazione scenica si tratta, perché, non me ne intendo, ma non si può sostenere nemmeno per i porno più hard, anche se francamente non me ne intendo, che fosse cine- verità e nemmeno un documentario scientifico su Krafft Ebing.

Ciononostante molti anni dopo la giovane attrice attribuì a quella interpretazione strappatale con l’inganno la sua discesa agli inferi della droga e della depressione, l’eclissi della sua carriera cinematografica, un senso di umiliazione che l’avrebbe perseguitata per sempre, un malessere esistenziale che non può non suscitare la pena che producono certe vite maledette e sprecate.

Così, in aperto contrasto con l’uso di un tempo di trasformare gli estinti in “poveri” cui è obbligatorio riservare rispetto e parlarne solo bene: nil nisi bene, a causa di ciò si è risvegliato quell’istinto non nuovo a tirar giù dal piedistallo il busto del Grande, a disarcionarlo se era in forma di statua equestre con un accanimento anche superiore a quello che ex elettori e appassionati simpatizzanti riservano a leader in disgrazia o defunti quindi inadatti a difendersi.  Quella scena  che vista oggi ha perso il significato di provocazione, conservando la triste malinconia ripetitiva che hanno i film sporcaccioni anche d’autore, con l’ostensione del peccato  ridotto a sconcezza vergognosa da consumare in silenzio e di nascosto, deve condannare  nei secoli all’oblio e alla cancellazione di talento, fama, gloria.

L’artista non deve essere e non è inviolabile e intoccabile: nel pubblico come nel privato non può rivendicare una superiorità che lo renda immune da critiche e deplorazione, che si venda a un regime o che compri i favori di  attricette, che copi o faccia un brutto film sia pure molto patinato secondo l’estetica di Hollywood come è successo appunto a lui.

Ma quello che non mi piace nella campagna del tribunale di genere non è la condanna senza perdono della violenza sia pure virtuale del reprobo, quanto quella, anche quella senza perdono, della donna al ruolo di vittima. Ruolo cui sembrerebbe impossibile sottrarsi per l’inadeguatezza trasmessa per codice genetico a resistere alla supremazia maschile, a rifiutare il compromesso o la soggezione morale e fisica a causa dell’evidente e naturale superiorità dell’uomo, per rendita, posizione, preminenza intellettuale, censo.

Sarò sempre al fianco delle vittime, si, ma non di chi le vuole tali, maschi che usano violenza fisica e morale, donne che fanno altrettanto attribuendo loro una fragilità e una gregarietà che le espone all’abiura del libero arbitrio, le autorizza, come inabili a negarsi, ad accettare di mascherarsi da kellerine alle cene eleganti, a manifestare per cause inique che nemmeno conoscono, le legittima a concedere favori se a esigerli è un potente e le giustifica se cedendo ne hanno tratto profitto, con una parte nello show, l’assunzione in un giornale, il contratto a tempo indeterminato. Grazie a una concezione del corpo femminile che ne fa una merce di poco conto rispetto all’intelletto maschile, che pare non si presti mai a diventare oggetto di vendita o meretricio, tanto che si grida allo scandalo se ai prostituti della penna e del pc si affibbia l’appellativo di puttane.

Credo che dovremmo tutti sottrarci al castigo di essere vittime, donne che sopportano una prevaricazione di genere aggiuntiva rispetto a quella dei maschi, espulse dal lavoro, retribuite con salari inferiori, costrette a riparare i danni della mancanza di assistenza e cura, penalizzate nelle loro vocazioni e aspirazioni, obbligate alla rinuncia di garanzie, scaraventate in un contesto arcaico e patriarcale che impone la rinuncia a diritti che si credevano inalienabili e che vengono limitati o concessi come elargizione a seconda dei bisogni del mercato. Maschi cui si assegna magnanimamente un’egemonia sulla femmina perché si rifacciano delle umiliazioni inflitte e subite senza avere il coraggio di dire no. Così come non si dice no all’oltraggio al territorio, alle opere che costruiscono edifici di corruzione, ai comandi dell’impero e dei suoi consoli, all’uso dei nostri quattrini per compere azioni o acquisti di guerra.  E in cambio delle vergogna per i si che diciamo, ci permettiamo solo un po’ di pietà che dispensiamo a chi crediamo inferiori. 

 


Sorpessimist

sitavAnna Lombroso per il Simplicissimus

Il Soroptimist International è “un’organizzazione senza fine  di lucro, che riunisce donne con elevata qualificazione in ambito lavorativo, e opera attraverso progetti diretti all’avanzamento della condizione femminile, la promozione dei diritti umani, l’accettazione delle diversità, lo sviluppo e la pace…”. Il primo progetto del club, nel 1921, intitolato “Salviamo i Redwoods”, era diretto a salvare una foresta  di sequoie secolari che rischiava di essere abbattuta; le Soroptimiste si impegnarono per ottenere sostegno dall’opinione pubblica: gran parte di quella foresta fu salvata e tuttora esiste, a differenza dei nativi americani che le avevano piantate e custodite, in via di estinzione e segregati nelle riserve.

Mi sono subito venute in mente le quote rosa del Rotary  quando ho letto le cronache deliziate della stampa in merito alle due kermesse di Roma e di Torino promosse da sorprendenti “semo gente de borgata” intenzionate a riprendersi la Capitale e da ancora  più sorprendenti pendolari in attesa di efficienti collegamenti per l’accesso rapido alla tavola di Paul Bocuse a Lione o per congrui trasferimenti delle progenie dell’Erasmus.

Per carità non chiamatele manifestazioni  le loro, non sarebbe opportuno: fareste pensare, che ne so, a volgari plebi urlanti, a raduni di sgangherati senzatetto,  peggio ancora, ad adunanze di femministe sguaiate che fanno gestacci. Meglio chiamarli  flashmob, i loro garbati appuntamenti con tanto di cartelli di design, o anche  “condivisioni” tramite tag e hashtag  trasferite dalla rete al territorio. La loro tv di riferimento quella delle ragazze, che le fa sentire irriverenti come l’altra icona, la partner coprolalica, anche quella torinese, del tappetino di pubblico servizio, direbbe di loro che sono le “carine per il rinnovamento”, se non fosse che a loro non piace il nuovo ma nemmeno il vecchio se per  vecchio si intendono quei principi e quei valori di solidarietà e di critica, di coesione e di opposizione, ormai tramontati in favore di un antifascismo senza resistenza e senza politica, di una comunicazione senza verità.  E infatti – a somiglianza di quelli che Malcom X chiamava “negri da cortile”, minoranze che scelgono la soggezione piuttosto che la liberazione – hanno trasferito fuori dalla rete in piazza,  il loro tutto fa sequoia, la fuffa anti- no che non sa nemmeno essere si, che l’unico si interessante è quello che le ha legate indissolubilmente al pensiero unico pensato di seconda mano, grazie ai rudimenti dei soci del Rotary, in occasione di cene a tema con tanto di onorevole o accademico un tanto al metro  ad uso delle Milanodabere, dei Parioli curva sud del Pd e della Torino dei cretini magistralmente illustrata da Fruttero e Lucentini.

E infatti secondo un uso non proprio recente sono i maschi che le incaricano di battersi come leonesse contro le buche che mettono in pericolo i Suv, contro la monnezza che offende il decoro, contro i neofobici che non si arrendono alle magnifiche sorti e progressive dell’alta velocità. A loro non interessa lo sgombero del Baobab, la speculazione intorno a opere inutili e indegne, la repressione dei senzatetto, la fatica frustrante dei pendolari. Importa loro portare acqua – ma privata, per carità, al mulino delle brioche imperiali  per garantire la conservazione di rendite, privilegi, autorità, profitti.

Sono le suffragette di un mondo di mezzo, come direbbe Carminati, mandate avanti, mercenarie impiegate  come avanguardia in virtù di conclamati patrimoni genetici e codici che le rederebbero più sensibili alle cause umanitarie, più adatte alla propagazione di messaggi sociali virtuosi: patria, o peggio, Matria, famiglia,casa, meglio se c’è anche la seconda a Capalbio o Courmayeur.

Mettono loro davanti e non è una novità,  come nelle battaglie del settecento,  col loro fuciletto a sparare alle prime file di fronte, i soldatini più esposti, donne come loro, condannate quelle si, alla servitù in casa e fuori, ragazzini senza domani, vecchi obbligati a dimenticare un passato di dignità, i primi a cadere sotto il fuoco del tradimento. Che poi se qualcuno le critica è sempre possibile attribuire la riprovazione al sessismo, al maschilismo, al virilismo, insomma a quegli istinti mal repressi che   affiggerebbero sempre e inguaribilmente la destra incolta e rozza, o all’invidia, se a volersi distinguere da loro sono donne, che si sa, sono velenose e avvelenatrici, come insegna la criminologia.

E d’altra parte hanno mandato una squinzia a far digerire il salvataggio popolare delle banche criminali, una sciura a fare da killer dei popoli e delle democrazie nel Fmi, una istitutrice a rapinarci delle pensioni, una sgallettata a governare una città: incarichi che un maschio ragionevole declina se vuol conservarsi la faccia e la poltrona. Eh si, sono i casi in cui dicono “vai avanti cretino”. E se è cretina, tanto meglio!

 

 

 


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