La filastrocca quotidiana

Si poteva pensare che la vicenda pandemica avrebbe risollevato le sorti dei quotidiani, come è sempre accaduto nei momenti drammatici e invece in questo caso sei mesi di narrazione pandemica hanno portato a un ulteriore calo di vendite in edicola  che hanno portato la Repubblica degli Elkann sotto quota 100 mila. Se penso che ho iniziato la non carriera giornalistica in un giornale regionale di modesta diffusione che vendeva quasi 300 mila copie posso misurare a pieno l’entità del disastro. Ma d’altra parte quando si vivevano momenti d’eccezione i giornali fiorivano di notizie, di opinioni contrastanti, di dibattiti e di idee, mentre oggi sono megafoni di una verità unica e inderogabile: per quanti sforzi possano fare per darsi qualche appeal risultano ormai invisi a chi ama il libero dibattito, inutili per i sostenitori della verità unica e noiosi per tutti. Ormai i quotidiani servono esclusivamente come mezzo di ricatto e di pressione, servono ai loro editori padroni palesi o occulti più che ai lettori e benché possano essere scritti da poche persone, magari pure malpagate e ricattabili le spese incomprimibili della carta, della stampa e della distribuzione, non li rendono più imprese capaci di generare profitti a questi bassi livelli di vendita e perciò anche di tariffe pubblicitarie: dunque il fatto che in queste condizioni nascano nuovi giornali, come l’annunciato Il Domani di De Benedetti, non è affatto un segnale di buona salute, ma anzi denuncia il male oscuro dell’informazione al tempo del neoliberismo.

Non c’è nulla di strano se in primavera, sotto l’infuriare della religione pandemica ci sia stato un qualche segnale di risveglio delle vendite che poi è rapidamente rientrato: del resto perché spendere soldi per avere un ampio panorama di assolute cazzate scritte in ginocchio, sia che si tratti del virus, che degli avvelenamenti di Putin, della generosità dell’Europa come della cattiveria della Cina, della malvagità di Trump, dell’intelligenza di Biden o della ineffabile bontà dei miliardari filantropi. Persino il pesce si rifiuta di essere incartato da questa robaccia e dunque l’acquisto del quotidiano finisce per diventare episodico, qualcosa a cui ci arrende quando si viaggia in treno per esempio, mentre la loro totale omologazione non fa avvertire ai più l'”effetto bolla”  della lettura sul web vuoi per gli algoritmi che ci presentano in primo piano  quello che è più cliccato, vuoi per la tentazione di leggere  solo quello che momentaneamente ci interessa. Ormai da molti anni da tutte le parti compaiono analisi che tentano di capire perché i giornali siano sempre meno letti e si tirano i ballo di solito i prezzi e la concorrenza dei nuovi media, ma non appena si vanno a fare confronti tra le  varie testate occidentali si scopre che questi sono elementi abbastanza marginali perché il vero problema è quello dei contenuti che riflette poi la caduta di dibattito di idee e di libertà, qualcosa che in realtà riguarda tutta la comunicazione, ma che diventa più grave quando affligge un mezzo, come quello della scrittura su carta che generalmente è associato a una qualità più elevata: sul web o in televisione le cazzate te le aspetti, ma sui giornali hanno un impatto molto maggiore, specie se sono le medesime cazzate televisive mentre la la loro  densità è ormai intollerabile.

Se poi come in questi mesi occorre comprare una specie di bollettino di sussiegosi cassamortari intenti a sparare   cifre senza alcun senso, a turibolare le varie task force e una scienza che non sanno nemmeno dove sta di casa: uno spettacolo così indecoroso che nel tempo finirà per segnare la definitiva scomparsa del quotidiano che non è più la preghiera laica, ma la filastrocca del neo bambino occidentale.

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