F 35: armarsi per essere disarmati

03Con tardiva resipiscenza e a cose concluse, il Manifesto si chiede per firma di Alberto Negri, perché un Paese disastrato debba spendere 14 miliardi per dotarsi degli F35, l’ultima ciofeca dell’industria bellica Usa, il cui scopo non è quello di avere un caccia in grado di opporsi ai suoi avversari, che gli sono superiori in tutto, ma principalmente di sferrare il “primo colpo”, configurandosi  essenzialmente come un’ arma nucleare tattica destinata all’attacco, tanto che nella dottrina militare Usa l’ F35 essa dovrebbe operare sempre sotto la protezione di altri caccia da superiorità aerea. Naturalmente l’obiettivo del Manifesto non è tutta la disgraziata operazione che ci ha portato all’acquisto di questo aereo sulla quale il “giornale comunista” ormai solo nella più accesa fantasia, ha sempre traccheggiato in modo imbarazzante, ma di colpire i Cinque stelle una volta ferocemente contrari all’acquisto ma che oggi “voterebbero qualunque cosa pur di restare in sella”. Con l’aggiunta di voler fare un favore a Trump, quando tutti sanno che la vicenda F35 si è vergognosamente dipanata durante il regno di Obama, il grande buana bianco della “sinistra” di governo ancorché fosse nero.  Insomma mentre il Paese viene aggredito da ogni parte, dagli F 35 come dal Mes non si riesce ad uscire dalla polemica delle comari e dei vari clan di potere, cui corrisponde una risposta popolare debole, schizofrenica, quando non evasiva ed completamente eterodiretta .

La vicenda degli F35 al contrario  dovrebbe indurci finalmente a fare i conti con la storia e a renderci conto che la nostra spesa militare, ancorché molto gravosa e in aumento del 4 per cento nell’ultimo anno, arrivando alla bellezza di quasi 90 milioni al giorno, non è costruita per la difesa del Paese, bensì come forza di appoggio al complesso militare Usa: gli acquisti di armi ci vengono imposti perché esse servono al complesso militare americano anche se per noi sono completamente inutili:  l’F35 è un caso di scuola con le sue scarse capacità di caccia, ma con la sua vocazione al first strike nucleare. Tuttavia noi non abbiamo atomiche, vi abbiamo rinunciato sempre a causa dello statuto coloniale, mentre abbiamo 70 testate made in Usa stanziate sul ostro territorio e sulle quali non abbiamo alcun concreto controllo. Dunque appare in tutta la sua chiarezza che un no alla richiesta di foraggiare la Lockeed  sarebbe stato doveroso, anche da un punto di vista costituzionale, e tuttavia impossibile a causa della forza del partito americano che permea ogni livello delle nostre istituzioni. Ma quale nemico dovremmo fronteggiare per spendere 14 miliardi più altri 10 che se ne andranno in aumenti dei costi e in manutenzione quando siamo alla canna del gas e non riusciamo nemmeno a racimolare i soldi necessari  per le emergenze territoriali che ci colpiscono? Naturalmente quello che di volta in volta decide Washington con effetti che sarebbero esilaranti se non fossero drammatici: la Libia che è dietro l’angolo e dove abbiamo consistenti interessi economici ci prende a pesci in faccia, ci abbatte i droni e nemmeno chiede scusa, mentre siamo andati a spendere morte e miliardi in Afganistan per una guerra feroce, perdente e oltretutto completamente inutile rispetto ai nostri interessi. In sostanza surroghiamo il tesoro americano per mantenere forze armate che altro non sono se non un corpo coloniale, incapace di qualsiasi autonomo intervento non solo in termini politici, ma anche militare. Possiamo anche impegnare tutta la vuota retorica Nato, ma non possiamo sfuggire a questa realtà.

Perciò è fuori luogo strapparsi le vesti per l’obbligo di raschiare il fondo del barile e acquistare i caccia più costosi e più scadenti di tutta la storia dell’aviazione, visto che da settant’anni siamo dentro questa logica di occupazione militare con l’obbligo  di  armarci  secondo le necessità altrui e rispondendo senza fare un fiato alla strategia fondamentale della Nato post muro di Berlino  che è quella di offrire copertura politica alle avventure americane e nello stesso tempo, in caso di conflitto generalizzato, di assorbire parte della risposta nucleare degli avversari riducendo il danno in Usa. In questo senso non sono gli Stati Uniti che ci difendono dalle minacce che essi stessi creano, ma siamo noi che difendiamo gli Usa come prigionieri che debbono prendersi le prime pallottole. Stranamente, anzi non tanto conoscendo il ceto politico che ci ritroviamo, più cresce la multipolarità nel mondo e quindi le possibilità di allentare questa cattività babilonese, più andiamo a ficcarci in una situazione di dipendenza assoluta grazie alla quale ci armiamo fino ai denti per essere disarmati.

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5 responses to “F 35: armarsi per essere disarmati

  • Agostino Venturini

    Caro andrea z. temo che le famose riserve auree italiane siano ormai virtuali. Non ci conterei più di tanto.

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  • Giorgio De Prosperis

    Beh il Manifesto si aggrega volentieri al coro greco contro i l M5stelle

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  • Anonimo

    Si può vedere:

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  • andrea z.

    Gli Stati Uniti si considerano eredi dell’Impero Romano e vedono i Paesi satelliti come province che devono partecipare economicamente e militarmente ai progetti del centro dominante.
    In fondo, anticamente anche l’Africa, l’Egitto, la Bitinia per fare un esempio fornivano denaro, soldati e navi all’esercito romano seguendo le direttive dell’aristocrazia senatoria che percepiva i propri interessi come comuni a tutti i territori dell’impero.
    Sarebbe interessante sapere almeno qualcosa sulle famose riserve auree della Banca d’Italia che si favoleggia siano in buona parte detenute presso la Federal Reserve Bank di New York.
    L’ultima volta che si ha avuto prova delle riserve auree italiano nei forzieri della Fed era il periodo compreso tra il 1974 e il 1978, quando circa 542 tonnellate di oro sono state usate come collaterale per garantire un prestito in dollari Usa concesso dalla Bundesbank tedesca.
    Se le autorità italiane vogliono veramente sfruttare le riserve auree, potrebbero anche chiedere un nuovo prestito internazionale simile a quello degli Anni 70.
    Come allora, l’oro italiano potrebbe essere usato come collaterale. Anche in quel caso, però, bisognerebbe provarne l’esistenza.
    Mentre negli Anni 90 e 2000 paesi come Belgio, Olanda, Francia, Portogallo, Spagna, Canada, Australia e Svizzera vendevano oro, l’Italia non ha ceduto nemmeno un’oncia dei suoi possedimenti.
    Visto che prossimamente partirà l’assalto ai risparmi degli italiani, chissà, magari questi lingotti d’oro potrebbero venire utili per programmare qualche forma di difesa.
    Solo che, a quanto pare, quest’oro sembra non appartenere legalmente allo Stato italiano come avviene nella maggior parte delle nazioni, ma solo alla Bankitalia che fa parte dell’Eurosistema e dunque deve sottostare alla Bce.
    L’Articolo 127 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea (TFUE, ex Articolo 105 del Trattato EC), stabilisce che le riserve valutarie e auree fanno parte delle riserve di proprietà dell’Area Euro.
    Comunque, anche l’oro italiano rimane un mistero, come la fornitura degli F-35.
    https://www.wallstreetitalia.com/riserve-auree-bankitalia-tutta-la-verita/

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