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Stile di vita, l’ultimo biscottino

images (1)Prima o poi doveva accadere che si mostrasse in tutta la sua inquieta e ambigua opacità, è bastato che sul trono di Bruxelles salisse una persona ancora più mediocre delle precedenti,  perché divenisse lampante il vuoto ideale e culturale della costruzione europea o per meglio dire il suo futile riferimento non alle speranze che avevano alimentato il sogno continentale e nemmeno all’etica del capitalismo, ma al suo look in salsa ordoliberista. Adesso che abbiamo un commissario alla protezione dello stile di vita europeo, per giunta e per sberleffo greco, adesso che ci è stata inferta quest’ultima americanata idiota, possiamo valutare meglio la consistenza dell’unione. Infatti non c’è niente che sia tanto lontano dalle prospettive politiche e sociali, ma così vicino invece al  controllo sociale  come l’espressione “stile di vita”, un modo di dire  che è stato infatti adottato dal centro dell’impero, talvolta sotto forma di way of life,  per proporsi come riferimento a modelli di atteggiamento e di comportamento considerati come unici ammissibili o possibili.

C’è da chiedersi se tutti gli europei abbiano lo stesso stile di vita e chi sia così poco avvertito da crederlo, se questa non sia che espressione di cecità, di scarsa acculturazione oppure l’imposizione del modello tedesco, ma l’importante in questo caso è comprendere che l’espressione tende a ribaltare i termini logici della politica: i comportamenti non derivano da idee, ideali e progetti, ma sono questi ultimi a derivare dai comportamenti o comunque ad essere secondari rispetto ad essi. Il che in soldoni si traduce in questo: potete pensare pensare ciò che volete, purché il vostro atteggiamento sia quello imposto e non pensiate di metterlo in questione e tanto meno di agire per un loro cambiamento. Storicamente “stile di vita”  di cui parla Max Weber ha avuto appunto il significato  di schema di vita distintivo dello status sociale e connesso al riconoscimento del prestigio, concetto poi ripreso dall’americano (di origine norvegese) Thorstein Veblen il quale benché vissuto a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento ha messo l’accento su una piaga della contemporaneità, ovvero su uno degli stili di vita tipicamente americano che consiste nel “consumo vistoso” come modo per distinguersi dai ceti inferiori e di imitazione di quelli superiori, uno degli ingredienti fondamentali del consumismo attuale. In poche parole lo stile di vita è la negazione di qualsiasi pensiero di  trasformazione sociale, anzi della politica stessa ed è qualcosa che riguarda esclusivamente gli individui ancorché sia un regolatore sociale collettivo.

Questa nuova fumisteria europea ha subito suscitato polemiche e in particolare la portavoce del governo francese, Sibeth Ndiaye di origini senegalesi, si è detta “personalmente molto dubbiosa” sull’intitolazione dell’incarico, ma persino Amnesty international ha avuto qualcosa da dire in quanto la cosa suscita l’idea di una sorta di imperialismo e di emarginazione culturale proprio nei confronti di quei migranti provocati che sono al cuore del politicamente corretto. Tuttavia è abbastanza evidente che  tutto questo deriva dall’idea centrale di globalismo, nata in Usa, nella quale non conta più quale sia il colore della pelle e la forma degli occhi o persino la religione purché questo non interferisca con il pensiero unico e con le regole comportamentali, profili di azione e organizzazione gerarchica prodotta dal sistema di produzione: non esiste altra cultura al di fuori di questa e tutto il resto non può che essere aspetto marginale o folcloristico. Ecco perché la creazione di un commissario allo stile di vita ha un sapore orwelliano e costituisce di fatto l’abbandono della maschera sociale che in un primo momento l’Europa si era data, ma che poi si è dissolta nell’accettazione totale del pensiero unico neo liberista. E non a caso ciò è accaduto con l’ingresso nelle stanze del potere continentale di una tipica rappresentante di quella elite parassitaria, senza alcuna vocazione o talento, che si costruisce esclusivamente attraverso le relazioni con i pari. Da semplice amica della Merkel ne è diventata esecutrice e alla prima uscita in proprio ha fatto ciò che si attende da una  collegiale di alto livello quale è stata ed ha continuato ad essere prima interessandosi di archeologia, poi di economia, quindi di medicina senza mai concludere nulla ed entrando per caso in politica, nonostante fosse figlia d’arte con un padre per quindici anni chiacchierato presidente della Bassa Sassonia oltre che vicedirettore della Bahlsen, quella dei biscotti. E adesso ci becchiamo i pasticcini della figlia.

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