Il complesso del maggiordomo

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Anna Lombroso per il Simplicissimus

Mi sono chiesta spesso perchè una buona fetta di italiani non sprovveduti, sufficientemente acculturati, almeno per questi tempi, che hanno visto via via ridursi le loro possibilità e  le loro aspirazioni, censurare (o auto censurare) desideri e aspettative come colpevoli pretese, imputati per aver loro o i loro padri avuto troppo, ecco mi sono domandata come mai non prendessero in considerazione l’ipotesi che esista una alternativa a questo processo di impoverimento e di demoralizzazione – nei due significati  di rinuncia alla felicità e di caduta di valori morali.

Come mai insomma considerino che non ci sia speranza per un “meglio di così” e soprattutto come si siano persuasi che non sia nelle loro possibilità di rinunciatari incalliti, di scettici e disincantati patologici, riprendersi le prerogative di cittadinanza e  partecipazione , condannati e rassegnati a stare in una nicchia, nella loro tana che non dovrebbe nemmeno essere poi così rassicurante, anche per chi preferisce un “conosciuto” grigio e incerto a un ignoto, è vero, ma forse più vivo, responsabile, cosciente.

Secondo i sociologi delle passioni tristo parrebbe che chi è stato spodestato e costretto a perdere beni, privilegi, garanzie, soffra di più di chi non li ha mai posseduti e non ne ha mai goduto: insomma quel ceto piccolo borghese che ha contribuito al “sistema-Paese” oggi sarebbe più infelice e più oppresso dei disperati che arrivano qui. Concezione opinabile, o almeno azzardata, credo, se a differenza del popolo dei barconi, vivono la loro condizione di neo vittime come incontrastabile, come un destino che non si può combattere, salvo prendere la strada dell’esilio in condizioni meno perigliose dei nigeriani o libici, senza neppure immaginare invece di riprendersi potere decisionale e  cittadinanza e esistenza dignitosa, peraltro per ora non minacciati da bombe, fame e carestia.

Qualcuno ha paragonato questo vasto ceto di classi medie immiserite, che avevano avuto accesso a piccole rendite patrimoniali perdute, a professioni creative gratificanti, a istruzione superiore, ora costrette alla cessione di agi imposta come doveroso riscatto dopo vacche grasse immeritate a animali che stanno in una tana rassicurante dalla quale pensano sia impossibile uscire. E allora, tant’è starci dentro e viverci al meglio accedendo al poco ancora autorizzato ed  elargito.

Tutti quelli che un tempo irridevano la piccola borghesia, i funzionari pubblici, il ceto media che ai lor occhi incarnava e interpretava stereotipi e pregiudizi conservatori, adesso si rivolgono a loro che grazie all’accesso all’istruzione pubblica e alla diffusione di massa di competenze e conoscenze sono diventati una estesa cerchia “intellettuale”, con appelli ricorrenti, sempre gli stessi periodicamente offerti in pasto alla stampa (ieri qualcuno ha riproposto l’invettiva incollerita del guru del San Raffaele sceso dalla Steinhof a mostrare il miracolo di una presa di coscienza senza il fastidio dell’autocritica) con qualche, sempre più esiguo, elenco di forme in calce.

Eh si, perchè della categoria degli intellettuali sono entrati a far parte professioni organizzative nel campo della cultura, ma anche della produzione, dell’informazione e dell’amministrazione, gente che per “censo” appartiene ormai a pieno titolo al proletariato, ma cui viene conferito il marchio di appartenenza alle élite neoliberiste. Con quello che ne consegue: obbligo di obbedienza al riformismo, quando le riforme altro non sono che misure di incremento della disuguaglianza, obbligo di annessione ai miti del progresso e dell’egemonia della tecnocrazia che dovrebbe liberarci dalla fatica ma anche dai diritti conquistati, obbligo di riprovazione dello stato e di riconoscimento di un superstato con il monopolio della gestione economica e sociale del Paese, obbligo di condanna del populismo quando viene interpretato come il malcontento del popolo bue nei confronti della dirigenza politica.

Così hanno avuto successo forme e coalizioni di governo che non interferiscono mai con l’economia capitalista, che concedono margini di manovra infinita alle lobby private multinazionali, prosperando nell’ambiente allestito dalle socialdemocrazie dove i diritti di cittadinanza sono stati commercializzati nel baratto con quello a consumare, a pagarsi assistenza e previdenza, in qualità di utenti meritevoli che risparmiano e investono per comprare quello che dovrebbe essere bene e servizio comune e collettivo.

In cambio viene elargita l’opportunità di sentirsi superiori, come il maggiordomo che non mangia a tavola col valletto e il lavapiatti, colonizzati come sono da correnti mainstream emancipatrici  ma solo per segmenti di pubblico speciali che reclamano riconoscimento e riscatto purché non investa il sistema, che chiedono la rimozione di barriere gerarchiche allo scopo di liberalizzare stili di vita individuali, purché non mettano in discussione  il modello di crescita, nel progressivo appiattimento degli ideali  costituzionali, ridotti al rispetto rituale e formale delle regole  della democrazia liberale.

Pare proprio che ci si debba accontentare dell’illusione di essere superiori e quindi esenti da certe minacce immeritate, quelle riservate al sale della terra. Ma state attenti, è solo un’illusione, pagata già a caro prezzo.

 

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5 responses to “Il complesso del maggiordomo

  • jorge

    Bel post della Lombroso, da ragionarci sopra :

    E’ per motivi strutturali che a piccola borghesia non puo avere la capacità di implementare un’alternativa che ci porti fuori dall’attuale stato crisi, essa pone rivendicazioni che talvolta possono apparire anche radicali (a destra o a sinistra), ma sono sempre rivendicazioni senza uno sguardo ed un orizzonte lungo, sempre piccolo cabotaggio

    Questo perchè la piccola borghesia, secondo un andamento costante nella storia, cresce quando il capitalismo è concorrenziale ed espansivo, fase in cui essa è ideologicamene tutt’uno con il capitalismo ; si contrae e si proletarizza, come Lei giustamente nota, quando i capitalisti grandi mangiano quelli piccoli, ed i capitali si concentrano andando verso l’oligopolio (es.non di tipo avanzato, la partita iva che lavora per un solo soggetto diventando nei fatti dipendente salariata)

    A questo punto la piccola borghesia comincia a criticare i grandi capitali, finanza, trust, le oligarchie predatorie, ma da un punto di vista conservatore che guarda solo al passato (Le ricorda niente? A me il suo collega Simplicissimus). Vale a dire, la piccola borghesia è l’erba parassitaria che cresce in simbiosi col Capitale, quando questo con i citati processi di concentrazione la mette alle sue dipendenze in maniera salariata, allora la piccola borghesia può solo rimpiangere il passato perchè andando verso il socialismo perderebbe i suoi caratteri di indipendenza/anarchia economica non meno di come arriva a perderli nel capitalismo monopolistico

    Ma il passato dei capitali non concentrati non può tornare, se non con le guerre con le quali il capitalismo supera le sue crisi e riparte da zero (I e 2 guerra mondiale e relative ricostruzioni, come esempi vicini). Ecco che la piccola borghesia, è stretta tra catastrofi belliche rispetto alle quali non resterebbe indenne, da un lato (a differentiza dei veri e pochi capitalisti). Dall’altro lato, essa è stretta e schiacciata dalla concentrazione dei capitali o dal socialismo, che rifugge entrambi in modo eguale per gli anzidetti motivi .

    E’ per questo che la piccola brghesia non può avere una prospettiva strategica, può solo rimpiangere passivamente il passato, e quando le cose si fanno estreme cadere nell’irrazionalismo (anche pericoloso)

    Può essere questa la spiegazione, non moralistica, a quello che Lei osserva e lamenta circa la piccola borghesia, e credo anche che il discorso chiarisca la mia predilezione per una opzione di classe quale unica realistica via di uscita dalla crisi

    Voglio anche dire che post come questo sono realmente stimolanti poichè Lei, delusa dalla piccola borghesia, non nasconde tale delusione, e con sincerità intellettuale esprime verso questa semiclasse (questo è la piccola borghesia), l’intero Suo sdegno savonarolesco che palpita lungo tutto post rendendolo massimamente patico ed altamente gradevole. La Sua delusione, con i tanti riferimenti storici e sociali, stimola approfondimento e studio.
    Tutto al contrario di quanto ingenera il Suo collega, con le sue facili spiegazioni complottiste e sempre soprastrutturali (elites non meglio definite in cui non mette mai il terzo degli italiani arricchitosi con la crisi, diffusione della lingua inglese), che servono a riproporre un capitalismo golden years saltando a piè pari quelli che sono stati i suoi strutturali motivi di esaurimento ( stagflazione, sottoutilizzo degli impianti, disoccupazione e cassa integrazione, e via dicendo, ed a livello mondiale)

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    • Anne La Rouge Lombroso

      caro Jorge per dir la verità non sono delusa: lo sarei se mi fossi illusa che la retrocessione della piccola borghesia a proletariato avesse in sè dei germi sani di alternativa. Ma non mi stupisce che non li possieda e esprima: è questo il grande successo del capitalismo, aver creato quella tana rassicurante fatta anche solo di parole nella quale molti preferiscono rimanere nascosti, non rischiare assumendosi la responsabilità della propria vita, gratificati dell’appartenenza a un ceto ancora superiore quello dei penultimi rispetto agli ultimi. A questo ha contribuito la narrazione sui mestieri creativi, sui talenti, sull’indipendenza farlocca dei consegnatari di pizza che pensano di essere manager di se stessi anzichè cottimisti e pure quella secondo la quale l’automazione ci libera dalla fatica, mentre ci costringe sempre di più a un precariato ricattabile. E infatti mi chiedo anche con tutto quel tempo libero, niente quattrini, niente casa dignitosa, convivenze coatte, cosa faranno poi tutti il giorno sia pure con un reddito di cittadinanza sobrio? visto che pare sia condannabile la curiosità, trascurabile il sapere, pericoloso il pensiero?

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  • Evaporata

    Questo status quo mi ricorda sempre Matrix dove qualcuno diceva “meglio la bistecca virtuale che la sbobba reale”.

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    • jorge

      ottima esemplificazione, però quando si svegliano dal sonno diventano irrazionali (un sonno più grande e percoloso, della ragione, che spesso ha generato mostri )

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  • Il complesso del maggiordomo | infosannio

    […] (Anna Lombroso per il Simplicissimus) – Mi sono chiesta spesso perchè una buona fetta di italiani non sprovveduti, sufficientemente acculturati, almeno per questi tempi, che hanno visto via via ridursi le loro possibilità e  le loro aspirazioni, censurare (o auto censurare) desideri e aspettative come colpevoli pretese, imputati per aver loro o i loro padri avuto troppo, ecco mi sono domandata come mai non prendessero in considerazione l’ipotesi che esista una alternativa a questo processo di impoverimento e di demoralizzazione – nei due significati  di rinuncia alla felicità e di caduta di valori morali. […]

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