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Ceto mediocre

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Mi è capitato di sbirciare nel profilo di un “conoscente” di Fb un post che ha incontrato un certo favore del pubblico, nel quale si enumerano quelle qualità speciali  del presidente del Consiglio che alla “marmaglia” populista, in odor di neofascismo, possono sembrare vizi innominabili.

Si va dall’aspetto distinto e dal look formale “proprio come un leader straniero”, alla   proprietà di linguaggio; dall’onestà confermata dal non aver fatto fuori  “49 milioni agli italiani né qualche decina alla sanità lombarda”,  all’abitudine ormai rara di non farsi fotografare mentre fa il pieno di schifezze nazionali e esotiche,  dalla riservatezza pudica che gli vieta di rivelarci il suo intimo,  di farsi immortalare durante passeggiate intemperanti con la fidanzata e di fare pubblica ostensione della prole, all’educato uso di mondo grazie al quale non molesta cittadini suonando imperiosamente i campanelli, fino a quell’approccio laico che inibisce a lui, sia pure fervente cattolico, di sbaciucchiare sacre immaginette e sgranare rosari live e on demand.

In una parola fervidi democratici e ardenti antifascisti non possono che compiacersi che le sorti del paese siano nelle mani dell’incarnazione dell’anti- salvini.

Vale poco ricordare l’angelo che con la spada fiammeggiante combatte l’odierno anticristo, si è lasciato andare a delicate confidenze urbi et orbi sul culto del santo di Pietralcina del quale conserva in portafogli l’immaginetta, che gli avrebbe insegnato l’umiltà e la preghiera, che è vero che non scampanella apostrofando incivilmente gli sconosciuti, però impegna i centralini di Palazzo Chigi con le telefonate dei fan, che non va a spasso con la morosa ma in compenso pare sia molto attento alla tutela dell’attività del suocero.

Vale invece ricordare che all’onestà, condizione necessaria ma non sufficiente,  non basta che non sfilino i portafogli dalla tasche sull’autobus, o facendo la cresta sui finanziamenti elettorali, o dissanguando il magro bilancio dello Stato,  lucrando e approfittando delle partite di giro della corruzione, perché invece esige scelte che non siano lesive del bene generale, che non favoriscano interessi particolari e privati, che abbiano lo sguardo lungo per quanto riguarda il passato in modo che danni e crimini non diventino l’alibi per l’inazione, per quanto riguarda il presente, in modo che sia pure in condizioni difficili non si ricorra a stati di eccezione, forme autoritarie e repressive, che possano compromettere il futuro, generando disuguaglianze, limitazioni delle libertà e del godimento dei diritti.   

È che secondo le nuove regole che hanno disegnato l’identikit del “meglio che ci possa capitare”, un passo in avanti, sembra, rispetto all’abusato “meno peggio” in virtù della situazione straordinaria che si sta vivendo, Conte rappresenta l’idealtipo del politicamente corretto.

Dopo – e prima, purtroppo, a vedere l’esuberanza di certe auto-candidature –  il grigiore feroce del loden montiano, dopo al sfolgorante pacchianeria cafona dei doppiopetto forzitaliani, dopo la sguaiata rozzezza delle felpe, si gioisce delle composte confezioni dell’avvocato di provincia con qualche incursione nel “fighettismo” atticciato con gli spacchetti,  da gagà con la pochette, come icasticamente ha osservato qualcuno.

Non c’è da stupirsi della prevalenza della forma, a considerare il successo del femminismo neoliberista in quote rosa, il trionfo di un antifascismo senza resistenza per il quale la liberazione consiste nel cantare Bella Ciao in poggiolo e non il riscatto da sfruttamento e sopraffazione, la fiducia accordata a un ambientalismo da giardiniere che raccolgono lattine e sacchetti in spiaggia, un’ideale di Lavoro basato su correzioni semantiche, il cottimo che diventa smartworking, l’illegalità che si chiama vantaggiosa mobilità, la precarietà proposta come liberatoria autonomia da vincoli e orari,  una visione dell’istruzione come passaggio formativo preparatorio a occupazioni in più possibile specializzate, atomizzate e infine servili.

Il politicamente corretto infatti si poggia solidamente sul ricorso all’eufemismo, secondo il quale basta addomesticare proverbi, luoghi comuni, consuetudini per far diventare accettabili azioni e comportamenti che favoriscono discriminazione, emarginazione e che offendono, purgandole in una specie di edificante  “Lourdes linguistica” come scrisse quel formidabile polemista Robert Hughes autore della Cultura del piagnisteo, che ultimamente si è sbizzarrita abbattendo monumenti e miti.  

E infatti tutto  il disdicevole deve essere ripulito, più che cancellato: dai comportamenti sessuali ai gusti letterari, al modo di parlare, di vestirsi, di scrivere, per uniformarsi  al “modo giusto di fare le cose”, adeguandosi agli imperativi di una maggioranza inquisitoria, insofferente nei confronti di tutto ciò che si “distingue”, che critica, che obietta, che si interroga, che “pensa”.

Così per combattere il fondamentalismo conservatore, deve affermarsi il bigottismo progressista che interpreta il razzismo come peculiarità esclusiva di un pubblico grossolano cui guardare come alla feccia condannata a meritarsi di restare nell’ignoranza brutale delle brutte periferie e definibile come l’indole maleducata alle gaffe inopportune della plebaglia,  o legge l’omofobia, proprio come il sessismo machista,  come il deplorevole atteggiamento del teppista dell’hinterland, oggetto invece di indulgenza quando si palesa come rivendicazione dei fermenti ormonali di vecchi puttanieri.

Per non parlare di quella forma di “dolce violenza” esercitata come ferma persuasione morale, che consiste prima di tutto nello sfoderare modi doverosamente aggressivi e animosi  per deprecare, denigrare e contrastare gli  avversari,  caricando le loro posizioni di tratti biasimevoli e caricaturali, richiamando all’obbligo della dissociazione e dell’anatema, e per poi arruolarli a forza in categorie disonorevoli che è necessario screditare: gente che non si accontenta dell’ecologia di Greta, dell’aiuto umanitario di Carola, dell’antifascismo delle sardine, che non è no vax ma non equipara – come pare faccia l’Europa, l’antiCovid all’antipolio, gente che ritiene che per non essere credibilmente  antixenofobi bisogna cominciare con il condannare colonialismo, imperialismo e le loro guerre di conquista, e con il riflettere su un’immigrazione che è stata promossa e favorita per spostare  merce-uomo dove occorreva  al padrone, poi servita per creare conflitto tra poveri e alimentare diffidenza e ostilità.

Così quelli che ancora si credono élite e in quanto tale, esenti e risparmiati perché culturalmente e socialmente superiori, fanno una quotidiana manutenzione dello loro status “bannando” gli inferiori, mettendo i loro like e il je suis sul profilo in nome di bandiere curate nei colori e nel decoro, pilastro dell’ordine pubblico mondiale, e battaglie che hanno sostituito quelle antiche a classi “cancellate” o rimosse, a ideologie arcaiche e superate, per dare sostegno a minoranze più comode, quelle remote, quelle che si possono omaggiare con un’offerta o una petizione,  quelle benviste dal capitalismo nella sua variante “umanista” e “cosmopolita” , green e tecnologica (i bombardamenti avvengono in remoto, premendo un tasto), integrate e funzionali alla sua sopravvivenza.

Non è semplicistico dire che grazie a questa declinazione della vecchia ipocrisia, il progressismo legittima la sua adesione al neoliberismo, il riformismo autorizza che in suo nome di assecondino le incursioni in armi di sovranità illiberali esterne,  la democrazia ridotta a espressione letteraria  venga usata come copertura da chi ha promosso la fine della partecipazione, da chi permette che si ricorra in nome nostro e della nostra salute a misure eccezionali e che si abusi di strumenti straordinari, che si impongano e si rendano permanente stati anomali, in un delirio di onnipotenza che grazie al regime del terrore è ormai largamente giustificato, accettato, celebrato. Anche se sono invece espliciti e evidenti l’assoggettamento alla sovranità imperiosa delle multinazionali, farmaceutiche,  tecnologiche, commerciali, la concessione e la consegna del Paese a una “superpatria” fittizia che detta condizioni, presta soldi a strozzo e impone forme e entità della restituzione, partecipa in prima persona dell’ingiunzione di un particolare prodotto salvavita, dopo aver sollecitato la fine dell’assistenza, della cura, della ricerca in qualità di spese superflue di una collettività dissipata.

Il ceto medio non c’è più, ha lasciato il posto a un ceto mediocre, che recita la sua melensa apologia dei nonni, mentre li fa morire anticipatamente nelle case di riposo e negli ospedali nei quali vige, ora tacitamente e tra poco legalmente, una soluzione o selezione finale, che censura e criminalizza ferocemente il dissenso omologato a offensivo ribellismo o patologia da sottoporre a Tso, che conduce una crociata in difesa degli altari di una scienza clinica largamente condizionata e asservita a interessi di mercato, mentre gli ospedali e i luoghi di cura sono interdetti a malattie “altre”, che divide e aiuta a dividere e a contrastarsi le vittime sociali, che nega qualsiasi principio di quella responsabilità che pretende dai cittadini, coprendo antiche e nuove malefatte, colpe e omissioni, inazione e corruzione.

Sarebbe ora che il popolino disprezzato cominciasse a esigere qualcosa di più del “il meglio” delle brave persone.


Pastorale americana

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Nell’ultimo comizio elettorale  aveva detto: “gli uomini e le donne dimenticati d’America, non saranno più a lungo dimenticati”.

E difatti lo votarono, come si vide dalle mappe prontamente prodotte dalle grandi testate che parlarono di Two America, la sua, Trump’s America,  tre milioni di miglia quadrate poco urbanizzate con circa il 46% della popolazione totale degli Usa, e la Clinton’s America, appena il 15% del territorio ma densamente abitato, due “paesi” e in un certo senso due popoli estranei e con tutta probabilità ostili.

Nel primo una realtà rurale, le farms sperse, i villaggi semiabbandonati, marginali e scuciti dal tessuto delle capitali,  le periferie laterali, trascurate e riottose, nell’altro, quello della vittoria della Clinton, le metropoli, i cuori finanziari e economici, le contee urbane dove la candidata ebbe il sopravvento, inutilmente, con un distacco di circa 72 punti percentuali.

Nel primo gli invisibili, i senzaparola, gli “ignoranti” isolati e disprezzati da un ceto che rivendica una superiorità sociale e culturale e dunque morale, quello che vediamo nelle serie di Netflix, nella Manhattan di Allen, tra le case ovattate di ipocrisia della Filadelfia di Demme, che viaggia in limousine con autista o in quei treni dove i passeggeri concentrati sugli smartphone non volgono lo sguardo ai capannoni scoperchiati delle fabbriche dismesse, alle case diroccate coi vetri rotti e le porte spalancate sui tinelli  e  sulla tavola del ringraziamento di Norman Rockwell, allo sfacelo della deindustrializzazione sostituita dai fasti nefasti di Wall Street, delle bolle, dei fondi.

E’ anche quella l’America dove le lacrime dei disoccupati sono ancora sporche del carbone delle miniere e i rabbiosi diseredati ( quelli che vengono chiamati hillbilly,  i bifolchi, bianchi ma poveri come i neri, che non sanno parlare tanto che si esprimono con i pugni e magari con la pistola, taciturni anche quando fanno il pieno di bourbon) si sono presi il gusto, come ebbe a scrivere qualcuno, di “impiccare l’ultimo Clinton con gli intestini dell’ultimo Bush“, per vendicarsi del fatto  che la loro vita negli ultimi decenni è peggiorata trasformando il sogno americano da “dopo Reagan” in un incubo.

Posso rivendicare di aver definito la scelta tra Trump e Clinton prima e tra Trump e Biden poi come l’alternativa se è meglio morire di ictus o di cancro. E non sorprende come l’opinione pubblica italiana che sorvola su affinità palesi, che professa un antifascismo che si riduce a militare in rete contro Salvini e appunto l’ex presidente formalmente promosso a golpista ridicolo come Tejero, si sia schierata prontamente con l’ictus o col cancro che tanto c’è poca differenza nell’epilogo, soddisfatta di questa allegorica messa in scena di quell’osceno babau che è il populismo, che fa schifo tanto da persuadere menti illuminate sull’opportunità di prevenire eventuali brogli con una occhiuta selezione degli elettori per censo e istruzione.

Che soddisfazione interpretare quello che succede nell’ex capitale dell’Impero del Male, in modo da sentirsi a posto se non si va più in piazza a gridare Nixon boia, a manifestare contro la Nato, perché si è maturata la consapevolezza che è meglio non andare troppo per il sottile, che bisogna tutelare la civiltà occidentale minacciata navigando a vista in un contesto geografico e politico che ha dimostrato mille volte di essere incompatibile con una “democrazia” che evangelizza presso popoli primitivi grazie alle sue campagne di “rafforzamento istituzionale” e di aiuto umanitario, unanimemente condivise dagli alleati, ma pure dal sentiment  pubblico che ha archiviato Berkeley, Hoffman che  aveva ragione, le cartoline precetto date alle fiamme.

E che sollievo stare seduti dalla parte giusta mentre scorrono sullo schermo del pc le macchiette degli insorti, copia scolorita dei padani con l’elmo e le corna, del trucido tycoon irriducibile che ad onta degli anni, delle sconfitte, degli scandali non si schioda manco fosse ad Arcore,  appagati dal sostegno morale tolto a Sanders troppo visionario, irrealista, e dato a Biden e non solo per l’aureo imperativo di votare contro, ma perché davvero rappresenta l’acme dell’ipocrisia, da far rimpiangere i democristiani essendo invece un veterano della repressione e inveterato nostalgico dell’imperialismo più muscolare  e tracotante oltre che evidentemente bollito, sicché la stampa concorde, tutta, guarda a lui, che presentando al sua squadra proclama: “l’America è tornata, pronta a guidare il mondo”,  a  Keir Starmer, come a Calenda, Zingaretti, Conte oltre che al solito immarcescibile bullo, perfino a Sassoli che vota per l’equiparazione di fascismo e comunismo, in qualità di riferimenti del campo “occidentale” democratico.  

È che siamo lontani dalla rivoluzione quanto siamo lontani dal riformismo strutturale e ormai anche, c’è da temere, dalla democrazia che doveva dargli corso, dalla Corazzata Potemkin e da Bad Godesberg, così c’è chi si sente deluso dalle prestazioni della “sinistra” al governo, un abuso linguistico usato ormai solo da Berlusconi e da qualche lettore del Manifesto e del Foglio a pari merito, riferito ai praticanti dell’atto di fede nell’Europa “riformabile”, irrinunciabile, giusta e perfino generosa.

Sono quelli che hanno tolto un po’ di polvere al Tocqueville tirato giù dallo scaffale, che, lo ricordo, scrisse i suoi due tomi il primo nel 1835, il secondo nel 1840, dopo aver soggiornato nel grande paese meno di nove mesi per raccogliere informazioni sul sistema carcerario locale.

Sono quelli che rifiutano lo status di “colonizzati anche nell’inconscio”, pur sapendo che nel frattempo vige in alcuni Stati la pena di morte, che se è stata chiusa Alcatraz, Guantanamo vive, che da anni, e da  mesi ancora di più, è il posto dove le disuguaglianze sono profonde e feroci fino all’inimmaginabile, dove i senza tetto effetto collaterale delle bolle immobiliari  si stendono in lunghe file nelle piazze delle metropoli, le bidonville sfiorano i margini della Casa Bianca, dove si viene  scaraventati fuori dal pronto soccorso perché non c’è copertura assicurativa, dove i neri sparati a Chicago muoiono allo stesso modo dei poveracci bianchi di altre latitudini, dove è il big business che aizza o riduce a miti consigli leader e insorti, preoccupato che i tempi e i modi della transizione lo “destabilizzi”, perché in tutti gli imperi, i regni e perfino nelle province remote bisogna garantire la sua governabilità anche e soprattutto quando si fonda su uno stato di eccezione che deve diventare solido e permanente.

Continuano imperterriti a chiamarla democrazia, baluardo contro populismo e sovranismo, tanto che ci è toccato leggere le esternazioni di gente che rivendica un’appartenenza sia pure disincantata e delusa, che gioiva per il cancro o l’ictus che poi è lo stesso e poi insorgeva alle prime maldestre denunce di brogli, al fianco dell’american people che aveva liberamente votato, come se la miseria, leggi elettorali macchinose e lesive dei diritti di espressione e della volontà popolare, insieme a sfiducia, frustrazione, emarginazione fossero gli ingredienti della partecipazione, là come qui ai margini del declino della potenza imperiale.

E non stupisce i candidati “progressisti” neoliberisti del Pd come dei “Coraggiosi” della Schlein o dei transfughi del clan di Rignano, tutta gente contenta di diventare un prodotto politico in  vendita, si facciano attrezzare per le loro tenzoni elettorali da Social Change la creatura di Arun Chaudhary, regista americano ex filmmaker di Obama, che li “forma” e sostiene anche economicamente le loro campagne.

E difatti nella nostra storia non si ricordano sanzioni contro la Cola Cola, contro i big burgher, che si accanirebbero contro i pronipoti dei padri pellegrini, notoriamente dinamica scrematura pionieristica di malfattori, evasi da galere europee, ladri e assassini, la cui pretesa di innocenza cerca di rimuovere l’indice assassino che preme il tasto del drone che bombarda paesi lontani, le prodezze di un esercito mercenario al servizio di tiranni sanguinari,  il consenso a un imperialismo che agisce anche in patria consolidando le tremende differenze dell’american way of life, che si arma e arma le mani dei propri adolescenti persuasi di difendere i sacri confini della patria, della civiltà e del proprio ego fanciullesco.

Perché è proprio vero come scrisse  Susan Sontag, che dubito avrebbe sostenuto Hillary o Biden sia pure contro the Orange Funny Man, che “gli Usa avevano diffuso nel mondo la peste” e  che il mondo si sarebbe ammalato e forse morto con loro. E a ben vedere da dove sono scaturite le grandi crisi, ma anche il terribile contagio della liberalizzazione e circolazione di capitali che ha dato forza maligna al totalitarismo finanziario, pare proprio che sia così.

È che l’indulgenza riservata a quel popolo “nuovo”  bamboccione e rozzo deve essere dello stesso tipo di quella che riserviamo a noi stessi che ci stiamo impegnando per diventare come loro, dopo esserci disfatti della memoria  della dignità che abbiamo riscattato e che, malgrado i premi Oscar e la manomissione della storia, non ci è stata regalata dagli eroici “liberatori”.  


Brutti, sporchi e cattivi

bruttiAnna Lombroso per il Simplicissimus

Ieri una intelligente giornalista del Fatto Quotidiano, che poi è l’unico giornale che si può ancora leggere, benché ottenebrato dal culto della personalità del presidente Conte, ci ha reso partecipe della sua scoperta, sia pure con un certo ritardo su teorie storiche, filosofiche e psicoanalitiche, che le masse avrebbero sete di sangue, che esigono il sacrificio, l’ostensione e il culto dei loro martiri, così come  le società anche le più civili hanno bisogno di eroi.

Tutto vero e accertato, per carità, stupisce solo che se ne sia accorta in occasione delle esternazioni oltraggiose ai  danni di Silvia Romano, che, a suo dire, ma condivido largamente l’ipotesi tristemente suggestiva, avrebbe avuto celebrazioni unanimi se fosse arrivata sullo scudo, oppure macilenta e provata. Mentre pare non sia moralmente sopportabile che al suo arrivo abbia esibito con orgoglio l’abito tradizionale del luogo della sua reclusione e simbolico dell’appartenenza religiosa, che abbi fieramente rivendicato la sua conversione, che fosse sana addirittura più dei detenuti da virus come rivelava il suo sorriso   mostrato  anche nelle immagini della prigionia.

E dire che Daniela Ranieri, di lei si tratta, avrebbe potuto avere la stessa  rivelazione nei mesi scorsi quando il “governo migliore, se non perfetto”, che ci sia stato concesso dalla Provvidenza  per gestire l’emergenza, ha offerto  come in un rito barbarico a una  plebe ignorante, fanciullesca per irresponsabilità e  sventatezza, l’immolazione di alcuni in qualità di vittime del dovere e dell’abnegazione,  costretti a testimoniare del loro spirito di servizio, negli ospedali, nelle fabbriche, negli uffici e nei supermercati, nuove cattedrali della modernità, esponendosi  come agnelli mentre il resto del gregge stava a casa a assistere allo spettacolo online dei gladiatori nell’arena del virus.

Lei se la prende, e ha ragione, con gli odiatori, con le penne sessiste e qualunquiste, che fanno però da altoparlante ai borborigmi di pance oggi più vuote di prima, e che nessuno sta a ascoltare, che si sentono, pensate un po’, autorizzate dalla carestia immanente, dalla chiusura di piccole imprese, dalla sospensione di lavoretti part time, a porsi delle domande meschine sulle destinazioni di milioni concessi alla faccia del no alle trattive coi terroristi vigente per Moro come per i privati sequestrati dalla malavita, come se è domandato per altri, molti di più, elargiti, anche quelli di tasca loro, per il salvataggio di banche criminali, per l’acquisto di armamenti farlocchi, per l’aiuto dato alla sanità privata.

E’ che ormai  è quasi banale osservare che da anni la lotta di classe si consuma alla rovescia: ricchi e superricchi contro sfruttati. E adesso ci tocca anche vedere il populismo alla rovescia mosso dalle élite, che sbrigativamente possiamo definire come espressione del progressismo neoliberista, contro un ceto numeroso, ma appunto senza parola se si escludono esternazioni sui social o nelle Tv del dolore, e senza ascolto, salvo quello delle destre estreme.

Sono quelli cui una minoranza che rivendica superiorità morale, oltre che sociale e culturale, rinfaccia ogni giorno di essere una massa maleducata, ignorante, volgare, razzista, rancorosa, feroce, riottosa e accidiosa. Tutti vizi che una società civile acculturata e razionale, moderna e cosmopolita colloca sotto l’ombrello ideologico del “populismo”, un ombrello che si augurano si rovesci sotto le sferzate del vento della rinascita che dovrebbe seguire il cigno nero, come continuano a chiamare impropriamente  una epidemia, prevedibile e prevista, gonfiata a dismisura perché possa declinarsi secondo le regole di un sistema di governo mondiale, che promuove le crisi a emergenza in modo da dottare leggi speciali, applicare provvedimenti eccezionali, incaricare autorità straordinarie svincolate dal controllo democratico.

Insomma tocca proprio dar ragione a chi ha detto che populista è l’epiteto negativo che la sinistra appioppa per designare il popolo quando quest’ultimo smette di accordarle fiducia.

La verità però è che chi fa questo uso del termine, da anni ha rinnegato l’appartenenza a quel contesto, ha legato la sua sopravvivenza elettorale e culturale a un profondo stravolgimento, se non proprio capovolgimento, dei valori di testimonianza e rappresentanza degli sfruttati, convertendo la solidarietà in carità,  l’internazionalismo in cosmopolitismo, l’egualitarismo in meritocrazia, la coesione comunitaria in individualismo, l’autodeterminazione, caposaldo di una identità di popolo e di rispetto costituzionale,  in antistatalismo.

Non poteva essere diversamente se  chi si riconosce e milita per formazioni ridotte a parodia della sinistra,  non condivide e neppure conosce più le condizioni esistenziali: reddito, qualità dei servizi sociali, luoghi di vita, collocazioni e mobilità  sociale, dei ceti disagiati,  disprezzandoli per quello che affiora dai social, dalle interviste dei talkshow: il loro linguaggio e i loro convincimenti politicamente scorretti,  che diventano gli indicatori per la interpretazione dei comportamenti elettorali. Che infatti dimostra come dagli anni Cinquanta a oggi come, mentre in passato i voti degli strati meno abbienti e meno acculturati andavano a sinistra e quelli degli strati medio alti andavano al centro e a destra, oggi  le preferenze di voto si siano capovolte.

Non c’è proprio da stupirsi se abbiamo, per una volta uso il pronome noi, che le preferenze della “gente”, bloccate da leggi che hanno retrocesso le elezioni a sigillo notarile, premino la destra esplicita e rivendicata, quando è stata cancellata la rappresentanza parlamentare dei loro  bisogni da parte di un sedicente “riformismo”  posseduto dall’ideologia liberista che ha abiurato ogni aspirazione anticapitalistica, limitandosi all’impegno nominalistico e al minimo sindacale, per i “diritti civili”, come se quelli fondamentali fossero al sicuro, conquistati e inalienabili.

In tanti sostengono che il capitalismo nella fase attuale sembra pronto al suicidio. È improbabile, vista la sua capacità di risorgere come una fenice con altre ali e altre penne e nuova ferocia, mentre è sicura l’eutanasia, nemmeno tanto dolce di una sinistra che con  la sua dipartita ha prodotto la delegittimazione della democrazia, la demolizione dei principi delle carte costituzionali uscite dalle resistenze nazionali, e quella che è stata chiamata la secessione delle élite, appunto, ripiegate nella conservazione, ormai solo apparente, di beni, privilegi, accesso a carriere e opportunità, istruzione, grazie ai quali vivificano la percezione di un primato sociale e morale.

Ma si tratta di una supremazia labile e effimera, già minacciata dal rinnovarsi dell’austerità che consegna i paesi al sistema bancario e finanziario, aiutata da governi e partiti (o quel che ne resta) interpreti e testimoni di una scrematura beneducata, civica, tollerante, ragionevole e che reclama  un’autorità lontana e indifferente ai bisogni di quella gente incattivita, rancorosa, ignorante, rozza. Quella  che va educata col bastone più che con la carota, per proteggere chi si muove sotto le insegne della civiltà, del realismo e dell’amore per “diritto di nascita”,  confinando e annientando quei fermenti che si agitano ai “margini”, come li definisce qualche sociologo, ostili e inumani, risentiti perché per propria colpa non si sarebbero meritati di conservare o di conquistare lo status di ceto medio.

E come non sospettare che serva a questo l’attuale sospensione di una normalità che già costituiva il “problema”, la minaccia ripetuta ossessivamente che lo stato di emergenza dichiarato e prolungato si possa ripetere diventando forma corrente dell’esercizio del potere, la eventualità che il parlamento  venga sostituito di fatto da un management della crisi permanente con l’inevitabile, spacciata come doverosa,  rimozione dei diritti e dello stato di diritto, per tutti, cittadini italiani e ospiti temporaneamente sottratti alla pena dell’invisibilità e dell’irregolarità.

Come vuole chi, dalle poltrone dei palazzi, dai desk dei giornali, dai divani davanti alle sgargianti serie che ritraggono il declino dell’Occidente, è convinto che l’abbandono del popolo al suo destino antropologico segnato dal regresso a condizioni animali, sia un elemento distintivo morale e marcatore di superiorità, autorizzando i “migliori” a odiare i “peggiori”, poveri, sporchi, brutti, cattivi. Appestati.

 


25 Aprile, la festa in maschera

bel Anna Lombroso per il Simplicissimus

Oggi proprio non mi va di unirmi al coro di Bella Ciao, mai cantata dai miei genitori, papà comandante partigiano, mamma staffetta con i volantini e pure la rivoltella nella bella borsa di cuoio a secchiello comprata nel negozio di San Salvador, che preferivano di gran lunga l’Internazionale e Bandiera Rossa.

Non mi va nemmeno di partecipare all’adunata virtuale dei “resistenti” che dai tenaci arresti domiciliari si sottraggono alla tentazione di una corsetta, del rito del sabato al supermercato, della gita al primo sole di Fregene.

Mi asterrò anche dai pistolotti canonici e dalle liturgie ufficiali che consacreranno martiri i nuovi combattenti nelle trincee delle strutture ospedaliere, delle fabbriche, delle consegne a domicilio, dei supermercati, che, se è vero che siamo di fronte a un morbo insidioso e quasi incontrastabile, ciononostante vengono mandati come i loro nonni, in battaglia con gli stivali di cartone e a sfidare i gas con la sciarpetta sferruzzata dalla mamma.

Non credo si sbagliasse Enzensberger a scrivereai tempi del fascismo non sapevo di vivere ai tempi del fascismo”. Spesso nella storia la nascita e il consolidarsi di una regime è stato oggetto di inconsapevolezza e incredulità da parte del popolo prima sull’orlo dell’abisso poi trascinato in avventurismi criminali, negati a posteriori, rimossi o giustificati, dopo, da una spirale di silenzio e conformismo.

Ma nella nostra contemporaneità, grazie alla circolazione di informazioni, all’evidenza spettacolare e gridata di atti e proclami, nessuno dovrebbe essere tenuto a dire non vedo, non sento, non capisco, nessuno dovrà poter dire non sapevo, non volevo.

La stretta sulle libertà individuali e collettive originata da un stato di eccezione con la revoca di principi costituzionali e la restrizione e cancellazione di diritti, è l’iceberg affiorato dall’oceano delle disuguaglianze, della repressione esercitata da un ordine che aspettava solo di diventare esplicitamente militare, dalla cancellazione di diritti, dello stato di diritto e dello Stato, retrocesso a elemosiniere del padronato, grazie ai soldi che raccatta da esattore, macellaio delle garanzie e delle prerogative che dovrebbe assicurare i cittadini.

Non occorreva far scappare un virus da un laboratorio, non occorreva orchestrare un complotto: altri ce ne sono stati per organizzare il programma dell’austerità, per strozzare paesi, per espropriare di poteri e competenze nazioni, per indebolire parlamenti e rappresentanza e per umiliare democrazie colpevoli di essere nate da lotte di liberazione “socialiste”.

E infatti ormai dovrebbe essere sotto agli occhi di tutti che siamo spettatori di un ultimo atto, dell’accelerazione di una cospirazione che ha una chiara matrice ideologica, proprio grazie alla narrazione della eclissi delle ideologie, dimostrando che si sono oscurati valori, principi, aspirazioni per far posto a una religione, il neoliberismo, che ha innervato tutto e occupato gli ambiti della comunicazione, dell’azione politica e della riflessione, come se fosse un fenomeno naturale con leggi, quelle del mercato, fatali e incontrovertibili.

Eppure siamo ancora qua a fingere che il totalitarismo, il fascismo, sia un rischio aleatorio che si contrasta cantando Bella Ciao, esponendo al pubblico ludibrio, ultima cosa rimasta pubblica grazie a un clic del tribunale di Facebook, il bruto peraltro sempre molto invitato e propagandato dai media, celebrando l’amore che deve vincere sulla violenza dei conflitti, quando l’unica fiamma di lotta che si vuole estinguere è quella di classe. Mentre ben altre guerre si dichiarano ogni giorno, quelle coloniali, certo, ma anche quelle generazionali contro i vecchi che pesano sulla società a partire dai 60 anni, esposti alla malattia ma non alla pensione, contro le donne che devono tornare a coprire ruoli subalterni e sostituivi dei servizi, contro principi etici che sono alla base del diritto retrocessi a fastidiosi moralismi da professoroni, contro il sapere ridotto a specialismo settoriale, in modo che non si permetta di svolgere una funzione critica.

E così questo antifascismo senza resistenza, che aspetta la liberazione dalle misure di contenimento del virus, rivendicando l’eroismo dell’obbedienza a leggi marziali, tracciamenti orwelliani, disuguaglianze infami secondo le quali ci sono soggetti più meritevoli di salvezza e altri  esposti per meritarsi la pagnotta, si è ridotto a prodotto di consumo coi suoi gadget, Bella Ciao, le sardine, le petizioni che non hanno mai il coraggio di diventare raccolte di forme per impugnare leggi vergognose, le icone disobbedienti che piacciono soprattutto a chi poi vota un primo cittadino sceriffo, un presidente che vuole più autonomia di spesa sanitaria malgrado le statistiche sui record di Piacenza, un  diversamente Salvini più educato e accettabile.

Abbiamo imparato a riconoscerli questi antifascisti del tradimento e dovremmo imparare a diffidare di questo progressismo liberista che si delizia che l’edicolante inalberi il cartello con cui proclama di non vendere più Libero, come se la cattiva erba da estirpare fosse solo quella, sguaiata e cialtrona,  quando  la definitiva annessione di Repubblica al cartello di Medellin della stampa drogata altro non è che un  segnale  definitivo dell’estinzione dell’informazione cartacea  nelle mani di una editoria impropria e di una corporazione assoggettata. E quando da anni si assiste in silenzio alla fusione ideale, culturale, organizzativa, chiamatela Raiset o Mediarai, a sancire il tramonto di qualsiasi contrasto al conflitto di interessi, alla personalizzazione e alla spettacolarizzazione della politica, alla commercializzazione della società.

È l’antifascismo che sta bene a chi partecipa della simulazione di un pensiero comune, di un’opinione pubblica, che altro non è che l’espressione di un ceto che si sente ancora al sicure in una tana apparentemente protetta, che gode di un margine di beni, certezze e cultura che dona loro la percezione di una superiorità e quindi di una protezione dai rischi che corre chi non si merita la salvezza per incapacità ignoranza, indolenza. Quello  di chi  può sentirsi dalla parte giusta senza fatica, senza responsabilità grazie al fatto che una spirale di conformismo iniquo ma educato ha permesso di accreditare come fascisti  vecchi rottami, bulli inveterati, buzzurri dichiarati.

A questi antifascisti di maniera è stato permesso di vincere facile facendo propria la manomissione di valori della resistenza, che ha confinato nel deplorevole sovranismo la rivendicazione di poteri e del potere sul loro controllo, in modo che nessuno un domani potesse dichiarare la sua innocenza per impotenza davanti agli anziani morti di influenza e polmonite, davanti al martirio di Taranto, davanti ai senzatetto arrestati e a Nicoletta Dosio in galera per aver denunciato una macchina da corruzione e oltraggio al territorio e al bene comune.

E’ la stessa manomissione che, grazie all’anatema lanciato contro il populismo,  ha stabilito la secessione di una élite autoproclamatasi migliore e degna di rispetto e trattamenti speciali e agevolati dalla massa, spingendola a trovare ascolto e rappresentanza in una destra esplicita e dichiarata rispetto a un progressismo riformista convertito all’ideologia liberista tanto   da abdicare a ogni velleità anticapitalistica per concentrarsi sui cosiddetti diritti civili, elargiti al minimo,   avendo demolito l’edificio costituzionale di quelli fondamentali, come se potesse esistere una gerarchia e la perdita degli uni potesse rafforzare gli altri.

E infatti sono quelli, gli antifascisti della slealtà, in prima linea nella trincea domestica dell’ubbidienza salvapelle, appagati della mera sopravvivenza, preoccupati che questo incidente prevedibile della storia possa minacciare la loro caverna, non accorgendosi che è già diventata una gabbietta di quelle per le cavie, attrezzata con scalette per arrampicarsi sui mutui, i prestiti elargiti come mance a rendere, le bollette, le fatture di quei surplus, Neflix o Erasmus, fondi pensione o assicurazioni sanitarie, che li fanno illudere di essere esenti, risparmiati dal fallimento della società.

Sono loro che aspettano la liberazione per andare sulle metro dotata dopo due mesi e più delle limitazioni al contatto finora inesigibili da altre cavie meno pregevoli, per permettersi di andare in stabilimenti balneari privati attrezzati grazie al prolungamento di concessioni vergognose, di opportune strutture difensive, per farsi intercettare da un’app salvifica che ha l’intento di controllare ma soprattutto l’interesse a affidare alla tecnologia della sorveglianza la soluzione die problemi strutturali che il sistema non sa e non vuole affrontare.  E per andare in montagna, ma dopo, troppo tardi, non volendo sapere che è finito il tempo delle gite, perché la valanga sta già precipitando anche su di loro.

Cantano Bella Ciao, con la mascherina e sul divano, tappandosi le orecchie per non sentire che il vento fischia ancora e ancora urla la bufera.

 


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