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Metafisica dello sfruttamento

banner-palazzo-reale1920x800.jpgAnna Lombroso per il Simplicissimus

L’Istat comunica che dopo la crescita dell’occupazione registrata nel primo semestre dell’anno e il picco raggiunto a giugno, da luglio invece i livelli risultano in lieve ma costante calo, con la perdita di 60 mila occupati tra luglio e settembre   e un tasso in salita che  cresce di 0,3 punti percentuali al 9,9%, interessando sia  uomini che donne e coinvolgendo tutte le classi d’età tranne i 25-34enni.  Rileva anche  che le persone in cerca di occupazione sono aumentate del 3%, vale a dire  73 mila unità nell’ultimo mese.

I contratti a termine che dovevano essere debellati dai provvedimenti Dignità hanno toccato il record storico (3,1 milioni) e i lavoratori autonomi destinati ad aumentare per effetto della mini flat tax sono diminuiti in un anno di 115 mila unità.

Nel commentare i dati il Corriere della Sera, costretto a riservare un’occhiata distratta a cosa accade “nella realtà, trae una sua morale “ lineare”: le dinamiche che muovono davvero i comportamenti di famiglie e imprese non si possono teleguidare, seguono sentieri lunghi e in diversi casi tortuosi.  A conferma che capitale e mercato rispondono a leggi divine e naturali, seguendo percorsi indecifrabili per gli umani che la politica terrena dei governi non è abilitata a intercettare.

Non fa sorridere la svolta mistica dei giornaloni alle prese con fenomeni metafisici, perché riconferma l’inadeguatezza volontaria a guardare nel baratro nel quale ci hanno cacciati e dal quale non vogliono farci risalire. E dire che perfino pensatori integrati nell’ideologia e nella religione teocratica dello sviluppo e nella fede europeista prima del 2000 e della crisi, quella si teleguidata, si interrogavano sul futuro dell’occupazione ai tempi della morte del lavoro e non solo per mano della tecnologia e dell’automazione.

È che il fallimento riformista, che è culminato nell’uscita anche della parola progresso dal nostro dizionario, sostituita da modernità e diventata il paravento dietro al quale consumare delitti contro la salute, il territorio, l’ambiente, la dignità e la democrazia, è stato segnato  proprio dalla correità di partiti e movimenti della sinistra e dei sindacati, persuasi della impossibilità non solo di rovesciare gli equilibri di forza, ma perfino di addomesticare l’indole ferina del totalitarismo, l’unico che non viene preso in considerazione dall’europarlamento, quello economico e finanziario.

Il successo delle grandi potenze economiche, prima degli Usa, oggi della Cina, è fatto di migrazioni esterne e interne, di masse contadine che hanno lasciato i villaggi pe andare a lavorare nelle metropoli, di etnie e gente priva di diritti civili, sindacali, politici, sottoposta a orari e regimi disciplinari schiavistici. Oggi non è il successo che si persegue in Europa, ma la sopravvivenza e con gli stessi mezzi, abbassando gli standard di tutti, trascinandoli giù per garantire profitti e sopportare la competitività feroce, trasformando la propagandata accoglienza tardiva in sfruttamento non tanto di un esercito di riserva ma di deterrente per rivendicazioni e lotte da parte dei lavoratori locali, ricattati e costretti a adeguarsi a perdita di sicurezze, tutele e salari dignitosi.

Non è esagerato o letterario, chiamare questo processo ritorno alla schiavitù se si pensa al regresso delle condizioni di vita, di lavoro, dell’abitare, dello spostarsi che milioni di persone subiscono e che fanno da contraltare retorico alla narrazione delle magnifiche sorti dell’automazione che ci risparmierebbe dalla fatica, di trasporti sempre più veloci che ci consentirebbero di andare tutti nello stesso posto allo stesso momento decretando la fine per abuso di bellezza e cultura, di avveniristici grattacieli che sfiorano le nuvole destinati a trasformarsi in vestigia archeologiche senza mai essere abitate. Un processo favorito dalla pubblicità universale trasmessa su tutti i canali per convincerci delle formidabili opportunità offerte dal sistema, dalla scienza, dalla tecnologia  che ci fa provare  una onnipotenza astratta e virtuale a fronte di una concreta impotenza.  Un processo segnato dalla demolizione di rapporti di forza delle organizzazioni sindacali, dall’eliminazione delle residue tutele legali a favore di lavoratori e dalla riproposizione del feticcio della flessibilità come condizione e criterio irrinunciabili per la crescita.

Non so se mai, come e quando troveremo una via di riscatto, se tutto congiura per farci cedere e piegare all’ineluttabile, senza alternativa, se le forme di democrazia e gli stati intermedi che dovevano rappresentare bisogni e aspettative sono sempre più disarmati e assoggettati, se i sindacati ogni giorno ci mostrano  l’inesorabilità del ricatto, quando protestano contro le misure per cancellare lo scudo penale dei proprietari passati presenti e futuri dell’Ilva, per persuaderci che è ragionevole prestarsi all’alternativa cancro o salario, a quella tra precarietà o delocalizzazioni, se si prestano a fornire credenziali e credito alle grandi opere e alla loro proposta occupazionale fatta di cantieri senza garanzie, senza sicurezze, senza protezioni e a breve termine, se vogliono che ci accontentiamo del volontariato in sostituzione di formazione e tirocinio, se hanno scelto di rinunciare a vocazione e mandato per trasformarsi in organismi di consulenza individuale, venditori di assicurazioni e fondi destinati a prendere il posto dello stato sociale e pure di quello di diritto.

E se i partiti che una volta appartenevano alla sinistra hanno abiurato per essere investiti della rappresentanza di più e meglio dei valori della destra, ridotti a gusci vuoti per via della pretesa di innocenza nella caduta del muro e nel disfacimento dell’impero sovietico, spogliati interamente della loro vecchia attrezzatura ideologica e intenti a testimoniare e interpretare l’apparato di principi e imperativi dei una vecchia borghesia che non c’è più, come non ci sono più le mezze stagioni, mentre si fa sempre più potente e profonda la divisione tra una nuova classe disagiata pigiata giù nello stesso fondo degli ultimi e perciò sempre più rabbiosa, come in Umbria, e quella scrematura gerarchica dorata di ricchi sempre più ricchi.

Ci sarebbe una strada, sempre la stessa, che ha fallito anche se continua a parere l’unica realistica, quella dell’utopia, se un rovesciamento del tavolo è appena più visionario delle vecchie parole d’ordine dei riformisti, delle promesse di partiti e leader che col passare del tempo da socialdemocratici sembrano esser diventati anarco insurrezionalisti perché parlavano di redistribuzione, nazionalizzazioni. Ma è troppo impervia per un blocco sociale confuso, di proletari, sottoproletari a loro insaputa, risparmiatori derubati, piccoli imprenditori e artigiani incravattati, consumatori che non riescono più a esserlo tanto sono indebitati. E che non sanno nemmeno più come si fa a essere  popolo.

 

 

 

 

 

 


Il complesso del maggiordomo

i-maggiordomi 

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Mi sono chiesta spesso perchè una buona fetta di italiani non sprovveduti, sufficientemente acculturati, almeno per questi tempi, che hanno visto via via ridursi le loro possibilità e  le loro aspirazioni, censurare (o auto censurare) desideri e aspettative come colpevoli pretese, imputati per aver loro o i loro padri avuto troppo, ecco mi sono domandata come mai non prendessero in considerazione l’ipotesi che esista una alternativa a questo processo di impoverimento e di demoralizzazione – nei due significati  di rinuncia alla felicità e di caduta di valori morali.

Come mai insomma considerino che non ci sia speranza per un “meglio di così” e soprattutto come si siano persuasi che non sia nelle loro possibilità di rinunciatari incalliti, di scettici e disincantati patologici, riprendersi le prerogative di cittadinanza e  partecipazione , condannati e rassegnati a stare in una nicchia, nella loro tana che non dovrebbe nemmeno essere poi così rassicurante, anche per chi preferisce un “conosciuto” grigio e incerto a un ignoto, è vero, ma forse più vivo, responsabile, cosciente.

Secondo i sociologi delle passioni tristo parrebbe che chi è stato spodestato e costretto a perdere beni, privilegi, garanzie, soffra di più di chi non li ha mai posseduti e non ne ha mai goduto: insomma quel ceto piccolo borghese che ha contribuito al “sistema-Paese” oggi sarebbe più infelice e più oppresso dei disperati che arrivano qui. Concezione opinabile, o almeno azzardata, credo, se a differenza del popolo dei barconi, vivono la loro condizione di neo vittime come incontrastabile, come un destino che non si può combattere, salvo prendere la strada dell’esilio in condizioni meno perigliose dei nigeriani o libici, senza neppure immaginare invece di riprendersi potere decisionale e  cittadinanza e esistenza dignitosa, peraltro per ora non minacciati da bombe, fame e carestia.

Qualcuno ha paragonato questo vasto ceto di classi medie immiserite, che avevano avuto accesso a piccole rendite patrimoniali perdute, a professioni creative gratificanti, a istruzione superiore, ora costrette alla cessione di agi imposta come doveroso riscatto dopo vacche grasse immeritate a animali che stanno in una tana rassicurante dalla quale pensano sia impossibile uscire. E allora, tant’è starci dentro e viverci al meglio accedendo al poco ancora autorizzato ed  elargito.

Tutti quelli che un tempo irridevano la piccola borghesia, i funzionari pubblici, il ceto media che ai lor occhi incarnava e interpretava stereotipi e pregiudizi conservatori, adesso si rivolgono a loro che grazie all’accesso all’istruzione pubblica e alla diffusione di massa di competenze e conoscenze sono diventati una estesa cerchia “intellettuale”, con appelli ricorrenti, sempre gli stessi periodicamente offerti in pasto alla stampa (ieri qualcuno ha riproposto l’invettiva incollerita del guru del San Raffaele sceso dalla Steinhof a mostrare il miracolo di una presa di coscienza senza il fastidio dell’autocritica) con qualche, sempre più esiguo, elenco di forme in calce.

Eh si, perchè della categoria degli intellettuali sono entrati a far parte professioni organizzative nel campo della cultura, ma anche della produzione, dell’informazione e dell’amministrazione, gente che per “censo” appartiene ormai a pieno titolo al proletariato, ma cui viene conferito il marchio di appartenenza alle élite neoliberiste. Con quello che ne consegue: obbligo di obbedienza al riformismo, quando le riforme altro non sono che misure di incremento della disuguaglianza, obbligo di annessione ai miti del progresso e dell’egemonia della tecnocrazia che dovrebbe liberarci dalla fatica ma anche dai diritti conquistati, obbligo di riprovazione dello stato e di riconoscimento di un superstato con il monopolio della gestione economica e sociale del Paese, obbligo di condanna del populismo quando viene interpretato come il malcontento del popolo bue nei confronti della dirigenza politica.

Così hanno avuto successo forme e coalizioni di governo che non interferiscono mai con l’economia capitalista, che concedono margini di manovra infinita alle lobby private multinazionali, prosperando nell’ambiente allestito dalle socialdemocrazie dove i diritti di cittadinanza sono stati commercializzati nel baratto con quello a consumare, a pagarsi assistenza e previdenza, in qualità di utenti meritevoli che risparmiano e investono per comprare quello che dovrebbe essere bene e servizio comune e collettivo.

In cambio viene elargita l’opportunità di sentirsi superiori, come il maggiordomo che non mangia a tavola col valletto e il lavapiatti, colonizzati come sono da correnti mainstream emancipatrici  ma solo per segmenti di pubblico speciali che reclamano riconoscimento e riscatto purché non investa il sistema, che chiedono la rimozione di barriere gerarchiche allo scopo di liberalizzare stili di vita individuali, purché non mettano in discussione  il modello di crescita, nel progressivo appiattimento degli ideali  costituzionali, ridotti al rispetto rituale e formale delle regole  della democrazia liberale.

Pare proprio che ci si debba accontentare dell’illusione di essere superiori e quindi esenti da certe minacce immeritate, quelle riservate al sale della terra. Ma state attenti, è solo un’illusione, pagata già a caro prezzo.

 


Sinistra letale

fratAnna Lombroso per il Simplicissimus

Quante volte abbiamo sentito dire, come promessa o come minaccia, che la fine dell’economia produttiva, la trasformazione delle imprese in azionariati in accidiosa attesa dei dividendi, la finanziarizzazione con le   acrobazie e i trucchi del gioco d’azzardo, le mutazioni intervenute nel lavoro, manuale e intellettuale, che rende meno agevole il ricorso all’esercito industriale di riserva, la stessa globalizzazione e l’instabilità indotta dai movimenti migratori voluti e provocati, ma alla lunga ingovernabili,  avrebbero portato il capitalismo al suicidio.

Quante volte abbiamo sentito dire che il sistema non avrebbe saputo gestire la sua «strategia del caos», che doveva innervare tutto dalla geopolitica all’esercizio quotidiano del dominio di potere sulle singole esistenze, né contrastare la crisi del suo insostenibile «modello di sviluppo» che sta devastando il pianeta, mettendo in discussione  la supremazia della «civiltà» superiore, dei «valori» della predazione economica e del consumo coatto di merci, della condanna bellica e morale delle vittime della guerra economica e militare, indicate come sudditi da schiacciare e «rifiuti» da conferire nelle discariche della schiavitù. E si sarebbe data la morte.

Invece a tragica dimostrazione della immonda e ingiusta superiorità dei padroni che a differenza dei proletari di tutto il mondo, sanno unirsi e sopravvivere ai danni che provocano, a suicidarsi se pure nella forma visibile delle loro rappresentanze, sono gli sfruttati. Stanno vincendo gli istigatori come ai tempi delle antiche rapine coloniali con tanto di missionari al seguito, come racconta Elias Canetti in Masse e potere a proposito dell’autodistruzione degli Xosa, grazie alla cancellazione dell’identità e della coscienza collettiva, all’abiura del valore attribuito a libertà e responsabilità personale e comune.

Non so bene come ci stiamo “sacrificando” sull’altare delle divinità dello sviluppo, del benessere, dell’ordine, (ne scriveva ieri il Simplicissimus qui: https://ilsimplicissimus2.com/2019/05/31/la-sinistra-lemming/ )se come gli Xosa condannati per non aver accolto di buon grado le magnifche sorti e progressive portate loro dall’occupazione manu militare della modernità, o come i lemming di Disney. Certo a leggere le dichiarazioni post elettorali dei vinti della sinistra incarnati efficacemente da un cartone animato si capisce chi ha aiutato gli istigatori, che si rivolge così “a tutti quelli che sono oggi interessati a costruire un’alternativa a questa destra“.

Rispetto”, dice Fratoianni, “l’entusiasmo del Pd, non lo contesto perché ho il senso della misura, ma se immagina un’alternativa concreta non può limitarsi alla riproposizione di schemi vecchi. Tanto meno il centrosinistra. Serve rivolgersi ai 5 Stelle e favorirne il cambio di prospettiva. Per tirarlo dentro questo campo. Costruendo uno spazio di discussione in una prospettiva diversa. Perché questa alternativa abbia gambe serve un lavoro sociale per riconquistare tutti quelli che sono andati a destra e che hanno smesso di votare..… pretendo che il programma sia il nostro. Ma si devono porre al centro i diritti e le libertà, lo dico a M5S. E i diritti sociali, il lavoro, la distribuzione della ricchezza, la protezione di chi non ce la fa, e questo lo dico al Pd”.  Eh si, lo dice al Pd e perfino a Calenda perché “se il tema è la costruzione di un’alternativa la discussione si fa tra diversi”.

Qui non parliamo di eutanasia, qui certi soggetti e certe liste più che del dottor morte si accreditano in veste di killer spietati per i quali l’alternativa desiderabile è costituita dall’alleanza funzionale al sistema e al suo establishment delle socialdemocrazie che hanno introiettato l’ideologia neoliberale, abiurando la rappresentanza delle classi subalterne, quelle di Gad Lerner, immeritevoli di attenzione perché se la sono voluta e se la vogliono ancora votando Salvini, per prendersi il dolce carico di quella della borghesia transnazionale sempre più ricca e sempre più esigua, insieme al configurarsi “nuovo” di movimenti anche antichi  che si sono esonerate dei contenuti e delle aspirazioni antagoniste per limitarsi alle rivendicazioni di alcune categorie e gerarchie di diritti, perdendo ogni afflato antiautoritario e anticapitalistico, perché nella loro citta del Sole  non c’è posto per conflitti  economici, di genere e etnici, meno che mai di classe. Il che spiega bene la preferenza accordata alle visite ufficiali di Greta piuttosto che ai picchetti davanti alla Whirpool o alla lotta dei tarantini, cittadini o dipendenti ugualmente traditi dal compagno Vendola oltre che dal futuro sodale Calenda.

E tanto meno c’è posto per il populismo, tantomeno per quello di sinistra indegnamente competitivo, quello di Sanders e Corbyn, di Podemos o Melenchon, oggi visti come visionari velleitari e irrealistici sediziosi ma che fino a poco tempo fa sarebbero stati annoverati tra posati, pragmatici e pure prudenti socialdemocratici con le loro modeste proposte di redistribuzione del reddito, reintegrazione del Welfare, nazionalizzazione di comparti e attività strategiche, controllo delle banche centrali, e così via.

Ogni tanto un interprete di Marx ci ricorda l’ammirazione riservata al modo di produzione capitalistico che nasceva dalla convinzione che la sua accelerazione potesse propiziare e avvicinare la transizione al comunismo, ma anche per la potenza (ora sappiamo, irresistibile) con la quale è capace di espandersi.

E figuriamoci se con tutto comodo e anche in nome di interessi di classe e personali, la sinistra anche prima di quelli che l’hanno ripudiata come velenoso ostacolo alla costruzione democratica, non si è fatta possedere dalla stessa venerazione grazie allo stravolgimento semantico per il quale il capitalismo è diventato sinonimo di progresso e la globalizzazione il volto nuovo dell’internazionalismo, e la tecnologia il totem da adorare perché ci libererà dalla fatica, dalle malattie, in una società beata e civile nella quale le relazioni, tutte, sono equilibrate, soddisfacenti, feconde, regolate come saranno, dal mercato. Come se il mercato combinato con la tecnologia non abbia già mostrato il suo vero volto con le bolle dei titoli delle imprese digitali prima ancora di quelle immobiliari, con il controllo su lavoratori e cittadini, con le illusioni del successo del casinò finanziario.

Compostamente proprio come dei Veltroni qualunque certi rimasugli cercano di contenere l’ira e il disprezzo per la marmaglia il cui voto dovrebbe probabilmente essere limitato, per offrire un diritto/dovere già arbitrario a chi sostiene le élite che interpretano i principi cosmopoliti e multiculturalisti che è doveroso esportare e imporre anche con le armi, sul grossolano localismo dei “subalterni”, degli “sdentati” come li chiamava Hollande, dei dementi” (la definizione è di Bifo).

Eh certo, non si sono accomodati su un seggio nella fortezza, dove andare di tanto in tanto a fare i turisti per caso, ma ho il timore che gli abbiamo concesso la certezza di stare sempre dalla parte di chi vince, che non importa se non è quella giusta.

 

 

 

 

 

 


Antifascismo prêt-à-porter

partigiani

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Primavera è nell’aria, splende il sole, chi non vorrebbe vedere sventolare le rosse bandiere nelle piazze piene di belle facce di giovani e vecchi, mentre dagli altoparlanti arrivano le note di Fischia il vento e dell’Internazionale?

E in questi giorni succede perfino che si sia grati allo scontro tra  l’antifascismo prêt-à-porter che potrebbe sfilare più appropriatamente a Montenapoleone o a Via Caracciolo o a Via Condotti e quelli che, anche grazie alla missione pacificatrice condotta dal revisionismo e negazionismo progressista, raccomandano di andare al mare per non partecipare a un rito divisivo. Perché per certe coscienze in stato di letargia e appena occasionalmente risvegliate grazie alle esuberanze dell’infamone all’Interno, riproporre certe liturgie fa sentire a posto, fa sentire partecipi di una cerimonia e di un pensare collettivi nel quale si è compiaciuti di riconoscersi, come dimostra il successo delle primarie del partito che più di ogni altro ha contribuito a trasformare il 25 aprile in una commemorazione destinata a esaurirsi dolcemente con la morte dei partigiani dell’Anpi, indegni peraltro di dire la loro in occasione del referendum di “revisione” della Costituzione nata dalla loro lotta.

Per la verità anche chi pubblica le massime del Che non vergognandosi di essere sentimentale, avrebbe voglia di far festa, anzi avrebbe voglia che il 25 aprile cadesse tutti i giorni per ricordare che il fascismo non è stato cancellato con un tratto di penna tanti anni fa, che non è tornato su come un rigurgito avvelenato, ma c’è sempre stato in forme meno appariscenti, meno virulente magari, meno sfrontate e esplicite perché è  “il cerchio di ferro che serve a tenere assieme la botte sfasciata del capitalismo” anche se oggi pare più una comoda fascia elastica. Lo vorrebbero soprattutto quelli che sanno che la resistenza è un processo incompiuto perché a differenza di quello che dicono i media ufficiali, i libri della Buona Scuola, i commemoratori di professione, chi ha combattuto non voleva solo la liberazione dagli occupanti, nazisti e fascisti, ma un modello di società liberato appunto da sfruttamento, repressione, speculazione, corruzione, come dimostra la battaglia dei “consoli” europei dell’impero contro le democrazie e le carte costituzionali nate da quel movimento popolare.

Ma è proprio questa verità così semplice e così antica che suona inaccettabile per chi ha motivato la necessità di dire che la sua fiamma tossica si era spenta, per esaurire l’antitesi antifascismo e fascismo in modo da liquidare la contrapposizione più scomoda e molesta, quella tra sistema economico totalitario e lavoratori  e che interpreta anche quella tra totalitarismo e cittadini.

Perché  a guardarsi intorno non è peccato da malpensanti dire che il fascismo intride la nostra società e infiltra le istituzioni  se il prefetto di Savona ordina di deviare il pericoloso corteo del 25 che minaccia di sfiorare la sede di Casa Pound, cui un sindaco riformista ha concesso una lussuosa dimora, e che viene invitata a dibattiti, anche quelli indetti da gloriose testate, con alcuni giornalisti molto noti in Italia;  se i prefetti di Milano permettono le commemorazioni di macellai di ieri e oggi nei cimiteri della città;  se Boldrini riceve da presidente della Camera un esponente di primo piano dei neonazisti ucraini, e  se i ministri più influenti del governo vanno col cappello in mano a svenderci a emirati e sceiccati dispotici; se una canzone viene considerata sobillatrice di istinti sovversivi,  e se viene condannato un europarlamentare che osa dire che il capo di Forza Nuova è fascista;  se a srotolare lo striscione inneggiante a Mussolini a piazzale Loreto a Milano sono stati gli irriducibili della Lazio, una delle tifoserie più note per intemperanze, ma ciononostante blandite da club, forse dell’ordine e titolari di dicasteri. E se si è permesso che l’amministrazione della giustizia e i suoi tutori venissero attaccati e infangati per difendere interessi privati e per punire i delitti di povertà anche grazie a una interpretazione della sicurezza come salvaguardia dell’ordine costituito, messo a rischio da immigrati e marginali, e protetto da forze dell’ordine sottopagate e ridotte di numero e quindi ricattate e tenute in stato di soggezione.

E se l’offensiva contro cittadini e lavoratori è stata realizzata da coalizioni di centro sinistra, che hanno attuato perverse misure di austerità, volte al crollo della domanda interna, cravatte e nodi scorsoi alla spesa sociale e alle amministrazioni locali, leggi sulla previdenza e sulle relazioni industriali, gli attentati al diritto di sciopero, dimostrando che non occorrono i neo fascisti e i post fascisti se a fare il lo sporco mestiere ci sono i riformisti.

Gli stessi che oggi rivendicano il “loro” antifascismo, utilizzando la paura della sua recrudescenza o addirittura della sua rinascita come spauracchio per rappresentare la sopravvivenza dello status quo come un male necessario per evitarne uno  peggiore. E per nascondere dietro alla minaccia il fascismo che c’è già, in qualità di declinazione repressiva, iniqua, razzista, autoritaria, ignorante e rozza dell’ideologia dell’establishment, che dura inattaccato e inviolato e che non ha avuto bisogno – come successe nella repubblica di Weimar e nemmeno in Italia con al salita al potere di Mussolini, della recessione e della deflazione, perché sono bastati i patti stretti con la Nato, con l’Ue, per bloccare salari e investimenti sociali, è bastata la  liberalizzazione dei mercati finanziari, per stabilire l’egemonia finanziaria svincolata da ogni controllo, per consolidare il primato del profitto e il dominio padronale, per testimoniare che la lotta di classe c’è ma alla rovescia, come aggressione contro gli sfruttati.

Si ci piacerebbero le piazze piene. Ma che piazze sono se insieme agli antifascisti – che non si limitano a istanze di carattere umanitario, all’ambientalismo della green economy, al femminismo che postula la sostituzione di genere nei ruoli di comando del sistema, all’accoglienza come piazza del mercato per forza lavoro a basso prezzo, ma che si battono per una alternativa anticapitalistica – ci sono quelli che hanno ridotto le loro speranze e i loro bisogni al meno peggio, al già noto, alle ammucchiate degli efficientisti, dei tecnici, dei competenti in conservazione delle incertezze, insicurezze, precarietà, disuguaglianze vigenti nel timore che  perfino loro, che di solito hanno il culo al caldo, possano provarne di peggiori, all’assemblaggio di aggeggi e pezzi sfusi da Macron a Tsipras da Calenda alla Castellina.

Sono loro che hanno messo l’antifascismo in un baule in soffitta come fosse un vecchio arnese impolverato e che oggi lo estraggono e lo agitano come fosse una bandiera, magari a 12 stelle,  da sventolare per raccogliere consensi intorno alla difesa dei loro privilegi, delle loro poltroncine, dei loro manager, delle loro banche, dei loro binari bene oliati e delle loro gallerie illuminate, dei loro giornali e dei loro algoritmi, delle loro facoltà di economia e marketing e delle loro dinastie di killer.

Sono loro che l’hanno convertito in un movimento di opinione al quale basta l’adesione su Fb per confermare la fidelizzazione alla globalizzazione, alla modernità, al progresso, ricreando l’angusta antitesi tra loro, beneducati, benvestiti, acculturati, proattivi, e gli altri, i beceri, i maleducati, gli ignoranti. Ma anche i disfattisti, gli snob, quelli che troppo vogliono, i maicontenti, i fastidiosi utopisti, quelli che sperano, quelli che sognano, quelli che vogliono tutto, anche se sanno che non è subito.

A noi non resta che rispondere con la nostra di bandiera, rossa.

 

 

 

 

 


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