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Marx e l’orologiaio svizzero

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Probabilmente pochi si saranno chiesti come mai l’orologeria abbia conosciuto tanta fortuna in Svizzera, al punto da creare una sorta di sinonimia tra il Paese e il suo prodotto più conosciuto.  Chi mastica un po’ di storia non può che considerare strano tutto questo visto che l’orologeria meccanica, dopo il periodo italiano e successivamente tedesco, si è sviluppata soprattutto in Inghilterra e Francia dove, tra le altre cose, la cronometria era di grande ausilio alla navigazione verso le colonie e le zone di influenza che si andavano creando. Ma la Svizzera incassata tra le montagne cosa c’entra in tutto questo?

C’entra in pieno invece ed è un eccellente esempio da portare per comprendere il lo “scandalo” assoluto della fabbrica come luogo sia di conoscenza che di alienazione, di sistema di relazioni e della classe operaia come antitesi della borghesia di cui Marx fu il primo analista e agitatore. Qualcosa che oggi facciamo un po’ fatica a comprendere a pieno nella sua forza originaria, mentre tentiamo di capirci qualcosa della contemporaneità. Il fatto è che molte produzioni che potremmo definire industriali si erano già sviluppate già a partire dal Seicento, senza tuttavia che esistesse ancora la fabbrica, a parte qualche manifattura reale: mancando la necessità di accentramento spaziale e temporale che sarebbe stato portato in seguito dalla macchina a vapore, i singoli “pezzi” erano prodotti a casa, nel tempo libero, secondo quantità non contrattualmente determinate, dove certo si creava una selezione tra chi portava più manufatti e chi meno, tra la maggiore o minore qualità degli stessi, ma le persone non erano costrette a seguire i tempi della macchina, né precise quantità produttive, orari, regole. Nell’Europa del nord questi tipi di attività erano svolte principalmente dai contadini e dalle loro mogli che oltre ad avere, per ovvi motivi, cognizioni tecniche di lavorazione di pietra, legno e metallo, avevano anche molto tempo libero soprattutto in inverno ed erano in grado di svolgere attività secondarie rispetto a quella principale che spesso non permetteva la sopravvivenza viste le rapine dei signori. Questo era  particolarmente vero in un agricoltura di montagna come quella Svizzera, dove sia il clima che il tipo di coltivazioni meno impegnative dal punto di vista temporale, portavano al diapason queste caratteristiche e dove il maggiore isolamento era di forte stimolo alla produzione in proprio dei manufatti necessari.

Quando i grandi artigiani francesi di fede protestante, tra cui molti orologiai, cominciarono a riversarsi a Ginevra a causa delle persecuzioni, trovarono un terreno fertile che divenne ancora più favorevole quando con il passare degli anni, le corporazioni della città (formate quasi per intero da immigrati) cominciarono a mettere un freno all’immigrazione per arginare la concorrenza: si creò così una vera e propria filiera industriale chiamata etablissage, per cui l’artigiano orologiaio di nome si limitava ad organizzare la produzione, stabiliva i modelli da costruire, forniva le varie materie prime e in  qualche caso le macchine necessarie per lavorarle, appaltava la manifattura delle varie parti che si incaricavano anche del necessario addestramento. Alla fine tutto questa filiera si rivolgeva al mondo contadino grazie al quale otteneva prezzi particolarmente bassi sui singoli pezzi, la ruota dentata, il bilanciere, la lancetta e via dicendo. Dal momento poi che questo tipo di industria non aveva bisogno della forza del vapore che sarebbe comunque stato arduo ed eccessivamente costoso applicare a lavorazioni così fini, gli svizzeri riuscirono a produrre ottimi orologi a prezzi assolutamente concorrenziali anche in pieno Ottocento con questo tipo di organizzazione.  Naturalmente c’era già il plus valore, ma non esisteva tutto l’esplosivo contenuto politico che si sarebbe creato attorno alla fabbrica e all’antropologia dello sfruttamento in epoca industriale. Insomma si trattava di un sistema di passaggio che era già industria e al contempo ancora corporazione artigianale che si trascinò oltre il tempo limite con un ritardo sulla storia indegno di un cronometro svizzero.

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