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Presidente all’acqua pazza

MattarellaSe fosse disteso su un piatto di portata con lo sguardo perso e appannato di una pezzogna contornata di pomodorini non potrebbe sembrare più lesso di come appare costantemente al Quirinale e invece Mattarella è ancor peggio di Napolitano che almeno esternava e si agitava: lui tace e dice quattro parole in croce, ma si è messo come un corpo morto di traverso alla formazione del governo pretendendo di decidere sui ministri e violando così apertamente la carta fondamentale della Repubblica che non gli concede affatto questo potere. E’ accompagnato dal silenzio dei costituzionalisti che evidentemente non se la sentono di scendere a difesa della verità forse perché ancora sotto choc di fronte all’inattesa vittoria del “populismo” e al cambiamento dei riferimenti politici tradizionali, ma soprattutto il presidente della parte minoritaria degli italiani è circondato dalla canea di notisti e giornalisti che gli danno ragione e che contro ogni evidenza sostengono che lo scegliere i ministri è proprio il compito del presidente.

Essi confidano nel fatto che nessuno vada davvero a leggersi la Costituzione per vedere se ciò che viene detto è vero, visto che la passività è uno dei modi di vivere dell’inautentico contemporaneo.  Quindi penso di assolvere il mio compito semplicemente riproponendo il Titolo 2 della seconda parte della Costituzione dove vengono definiti  i poteri del presidente:

Articolo 83
Il Presidente della Repubblica è eletto dal Parlamento in seduta comune dei suoi membri. All’elezione partecipano tre delegati per ogni Regione eletti dal Consiglio regionale in modo che sia assicurata la rappresentanza delle minoranze. La Valle d’Aosta ha un solo delegato.

L’elezione del Presidente della Repubblica ha luogo per scrutinio segreto a maggioranza di due terzi dell’assemblea. Dopo il terzo scrutinio è sufficiente la maggioranza assoluta.

Articolo 84
Può essere eletto Presidente della Repubblica ogni cittadino che abbia compiuto cinquanta anni d’età e goda dei diritti civili e politici.
L’ufficio di Presidente della Repubblica è  incompatibile con qualsiasi altra carica.
L’assegno e la dotazione del Presidente sono determinati per legge.
Articolo 85
Il Presidente della Repubblica è eletto per sette anni.
Trenta giorni prima che scada il termine, il Presidente
della Camera dei deputati convoca in seduta comune il Parlamento e i delegati regionali, per eleggere il nuovo Presidente della Repubblica.
Se le Camere sono sciolte, o manca meno di tre mesi alla loro cessazione, la elezione ha luogo entro quindici giorni dalla riunione delle Camere nuove. Nel frattempo sono prorogati i poteri del Presidente in carica.
Articolo 86
Le funzioni del Presidente della Repubblica, in ogni caso che egli non possa adempierle, sono esercitate dal Presidente del Senato.
In caso di impedimento permanente o di morte o di dimissioni del Presidente della Repubblica, il Presidente della Camera dei deputati indice la elezione del nuovo Presidente della Repubblica entro quindici giorni, salvo il maggior termine
previsto se le Camere sono sciolte o manca meno di tre mesi alla loro cessazione.
Articolo 87
Il Presidente della Repubblica è il capo dello Stato e rappresenta l’unità nazionale.
Può inviare messaggi alle Camere.
Indice le elezioni delle nuove Camere e ne fissa la prima riunione.
Autorizza la presentazione alle Camere dei disegni di legge di iniziativa del Governo
Promulga le leggi  ed emana i decreti aventi valore di legge e i regolamenti.
Indice il referendum popolare nei casi previsti dalla Costituzione.
Nomina, nei casi indicati dalla legge, i funzionari dello Stato.
Accredita e riceve i rappresentanti diplomatici, ratifica i trattati internazionali, previa, quando occorra, l’autorizzazione delle Camere.
Ha il comando delle Forze armate, presiede il Consiglio supremo di difesa costituito secondo la legge, dichiara lo stato di guerra deliberato dalle Camere.
Presiede il Consiglio superiore della magistratura
Può concedere grazia e commutare le pene.
Conferisce le onorificenze della Repubblica.
Articolo 88
Il Presidente della Repubblica può, sentiti i loro Presidenti, sciogliere le Camere o anche una sola di esse.
Non può esercitare tale facoltà negli ultimi sei mesi del suo mandato, salvo che essi coincidano in tutto o in parte con gli ultimi sei mesi della legislatura
Articolo 89
Nessun atto del Presidente della Repubblica è valido se non è controfirmato dai ministri proponenti, che ne assumono la responsabilità.
Gli atti che hanno valore legislativo  e gli altri indicati dalla legge sono controfirmati anche dal Presidente del Consiglio dei Ministri.
Articolo 90
Il Presidente della Repubblica non è responsabile degli atti compiuti nell’ esercizio delle sue funzioni, tranne che per alto tradimento o per attentato alla Costituzione.
In tali casi è messo in stato di accusa dal Parlamento in seduta comune, a maggioranza assoluta dei suoi membri.
Articolo 91
Il Presidente della Repubblica, prima di assumere le sue funzioni, presta giuramento di fedeltà alla Repubblica e di osservanza della Costituzione dinanzi al Parlamento in seduta comune.

Ho voluto riportare tutto il testo affinché chiunque si renda conto che non soltanto non esiste alcun diritto presidenziale alla scelta dei ministri,  ma che questa facoltà non è nemmeno ipotizzabile come prassi o come possibile interpretazione tra ciò che viene espresso esplicitamente e ciò che non viene specificato. Anzi l’articolo 89 chiarisce bene la funzione rappresentativa dello stato e dei cittadini, separandola completamente dalla funzione di governo. La volontà dell’assemblea costituente emerge con chiarezza dove si dice che “Nessun atto del Presidente della Repubblica è valido se non è controfirmato dai ministri proponenti”: questo significa appunto che l’esecutivo è del tutto separato e autonomo dal Quirinale, quindi figurarsi se i padri della carta fondamentale pensavano che i ministri potessero essere di scelta presidenziale in base alle loro idee o tendenze politiche.

Dunque la guerra contro Paolo Savona, colpevole di essere critico sull’euro, esattamente come una nutrita schiera di economisti, compresi quelli tedeschi ovvero della nazione che ha lucrato enormemente sulla moneta unica a spese nostre, è di fatto un attentato alla Costituzione. E dal momento che questo atteggiamento viene fortemente suggerito dall’esterno, rientriamo pienamente in tutti i casi dell’ Articolo ’90.  Alla faccia dei repubblichini e degli stampisti che adesso sparano a zero su un personaggio come Savona che è stato nel tempo alto dirigente di Banca d’Italia, direttore generale di Confindustria e ministro dell’industria nel governo Ciampi. Tutti titoli che per il sottoscritto suonano come un demerito, ma che non consentono agli aedi prezzolati del sistema di farne una improvvisa demonizzazione semplicemente perché ha opinioni diverse da quella di Juncker e della Merkel e soprattutto, al contrario di questi ultimi,  è in grado di farle valere tecnicamente.

E’ fin troppo chiaro che qui non ci troviamo di fronte solo al dissidio tra i vincitori e  vecchi poteri che ha come fulcro un presidente che si permette di snobbare la Costituzione (e un Paese) che dovrebbe difendere, ma siamo di fronte a un vero conflitto europeo, esploso per giunta sotto i velami marci del cosmopolitismo che cercano di nasconderlo come fossero i teli dell’incrociatore Potemkin. Siamo molto oltre i protagonisti della vicenda,  i Savini, i Di Maio, i Mattarella: siamo nel cuore del fallimento di un’idea europea titanizzata dall’imperialismo americano e dal neoliberismo, dalla guerra allo stato sociale, ai diritti e alla stessa democrazia sostanziale. A un declino di civiltà che non tollera la minima eresia al catechismo  della disuguaglianza e muove lo spread, idee prive di consistenza, persino presidenti in court bouillon o all’acqua pazza pur di non arretrare di un millimetro: perché sa che appena dietro le spalle ha il baratro.

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29 responses to “Presidente all’acqua pazza

  • Presidente all’acqua pazza | Il simplicissimus | NUOVA RESISTENZA antifa'

    […] Sorgente: Presidente all’acqua pazza | Il simplicissimus […]

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  • Anonimo

    “È uno degli effetti di Hartz IV”,

    Non c’è da preoccuparsi da buoni itaGGliani, faremo ottima concorrenza ai tedeschi in quel settore, con il”Jobs Act” e minchiate varie,

    , mi scusi ho usato il termine minchiate Jorge.

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    • jorge

      bravo, cominci a capire che l’esercito di riserva extracomunitario non c’entra nulla con la precarizzazione e con l’abbassamento dei salari degli italiani

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      • Anonimo

        Quindi, Jorge, La solidarietà di classe, aldila di qualche sciopero regionale dei trasporti pubblici e studenti, in Baviera, HA FALLITO , nel suo complesso ?

        Cioè la fantomatica lotta di classe ha fallito anche in Germania ?

        Allora neppure in Germania, magari meno che in itaGlia esiste coscienza di classe diffusa.

        Se Non si recupera un sentimento di solidarietà nazionale, da intendersi Nazione come la maggioranza degli italiani ( le classi subalterne, in definitiva…), che portino ad una riconquista della sovranità rispetto alla UE ed Euro, hai voglia ad aspettare la lotta di classe, ma soprattutto LA SUA SIGNIFICATIVA EFFICACIA.

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  • Anonimo

    “comunque non hanno niente da proporre, a parte, forse, un lavoro da venditore di mutandine borchiate, chissà”.

    Ma che battuta pierinesca, Joerge DA LEI NON ME L’ASPETTAVO, pubblicare un commento così sozzone.
    Ma su Jorge un po’ di contegno.

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  • jorge

    in verità, costituzionalisti diversi come Onida , Villone ma anche altri, danno torto a mattarella su vari giornali

    il sistema globalizzato nato unione europea mette d’accordo le elites tedesche, italiane, ed anche di altri paesi, salvini di maio sono cosi opportunisti con le loro marce indietro, che faranno la fine di tsipras, utili idioti del sistema globalizzato caro alle elites italiane tedesche francesi etc

    pertanto, non si arriverà, non dico alle fuoriuscita dell’euro, ma neancche ad una ristrutturazione del debito, ci perderebbero anche le banche italiane, i fondi di investimento di cui detengono quote anche le elites italiane, oltre che estere

    se salvini di maio ottenessero qualche minima riduzione del debito, la userebbero per dare margini alle imprese italiane troppo piccole per fare economie di scala (rispetto al resto del mondo), ma cio non corrisponde ad un miglioramento del reddito o delle condizioni di lavoro degli italiani.

    Anche se non è all’ordine del giorno, una fuoriuscita dall’euro darebbe qualche vantaggio in termini di competitività e di spesa pubblica possibile (al netto della maggiore spesa per il petrolio e le materie prime, oltre che dei piu alti tassi di finanziamento per il fabbisogno dello stato, che si avrebbero con la lira),

    Ma questi margini maggiori sarebbero utili al popolo italiano solo se usati per abolire la precarietà del lavoro, per fare investimeni nei settori ad alto valore aggiunto da cui l’italia è ormai fuori, ed a questo scopo ci vorrebbe una politica industriale di alto livello, capace di ricreare in italia forti concentrazioni di capitale industriale, realtà grandi in grado di competere con i big mondiali

    Non risulta che di maio salvini abbiano mai messo queste cose nel loro orizzonte politico, quando dicono che bisogna aiutare tutti gli italiani onesti (operai inprenditori, senza distinzione), nei fatti rinunciano ad una politica industriale di alto livello, dal momento che quest’ultima confliggerebbe con la immane quantità di piccoli imprenditori che ci sono in italia (restano solo quelli)

    D’altra parte, i sovranisti seri dicono che l’italia ha svenduto tutte le aziende in grado di competere con i big mondiali, e che ci siamo ridotti a subfornitori dell’aea tedesca, è impensabile un miglioramento della economia italiana senza recuperare una presenza nelle aziende di grandi dimensioni

    eventuali ricontrattazioni di salvini di maio, sarebbero usate dagli stessi per dare un po di fiato alle piccole aziende che chiudono, ma magari con un po di ritardo esse ugualmente chiuderanno, ed il tutto si rivelerà un fuoco di paglia

    SE i nuovi vincitori avessero un ancoraggio di classe, allora contrastare il precariato, la fine dello stato sociale, lo smantellamento delle pensioni, sarebbe tutt’uno con una politica industriale capace di ricreare in italia big industriali, al vertice delle filiere del valore

    Il effetti, col loro riferimento a “tutti gli italiani onesti”, il duo di maio salvini propenderà per gli italiani onesti piu forti, piccoli imprenditori incapaci o strutturalmente impossibilitati alla innovazione date le piccole dimensioni e che si reggono sul lavoro precario, quel terzo degli italiani che hanno avocato a se il 15% del pil in meno di venti anni impoverendo tutti gli altri e che percepiscono anch’essi come le famose elites mondializzate, gli interessi sul debito pubblico italiano

    Quel terzo degli italiani che si è arricchito a spese dei restanti 3/4 degli italiani marcia alla testa della nuova italia scaturita dalle elezioni

    Di questo a lungo non si parlerà, essendo tutti impegnati a contestare (pur giustamente) mattarelle e compagnia, ed a causa della mobilitazione nazionalistica, anche il simplicissimus dice che la germania si è arricchita con l’euro

    Ad essersi arricchite sono le elites italiane, ancora alla nostra testa, e quelle tedesche, entrambe le elites fingono di litigare ma al piu vogliono solo unriequilibrio tra di loro, entrambe le elites si arricchiscono a danno degli strati popolari italiani e tedeschi

    In proposito posto di sotto un articolo, un po lungo e me ne scuso, ma imprescindibile per aprire gli occhi : l’inferno del miracolo tedesco

    PS una nazione di quasi 60 milioni di abitanti non può vivere di turismo e di prodotti tipici, è una illusione reazionaria

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  • jorge

    I tedesch, non hanno mai avuto un numero così basso di persone in cerca di occupazione. E nemmeno così tanti precari. Lo smantellamento della previdenza sociale avvenuta a metà degli anni 2000 ha trasformato i disoccupati in lavoratori poveri. Queste riforme hanno ispirato la revisione del codice del lavoro che il governoimpone per decreto.

    Ore 8: il Jobcenter (Agenzia per l’impiego N.d.T.) del quartiere berlinese di Pankow ha appena aperto i battenti che già una quindicina di persone fanno la coda davanti allo sportello dell’accettazione, ciascuna rinchiusa in un ansioso silenzio. “Perché sono qui? Perché, se non rispondi alla loro convocazione, ti tolgono quel poco che ti danno”, sbotta a bassa voce un cinquantenne, “comunque non hanno niente da proporre, a parte, forse, un lavoro da venditore di mutandine borchiate, chissà”. L’allusione gli strappa un leggero sorriso. Un mese fa, una madre sola di 36 anni, insegnante disoccupata, ha ricevuto una lettera dal Jobcenter di Pankow che la invitava, a pena di sanzioni, a candidarsi per un posto di rappresentante di commercio di un sexy shop. “Ne ho passate di tutti i colori con il mio Jobcenter, ma questo è il colmo”, ha risposto via internet l’interessata, prima di annunciare la sua intenzione di sporgere denuncia per abuso d’ufficio.

    All’esterno, nel parcheggio del blocco di case popolari, l’“unità mobile di sostegno” del centro disoccupati di Berlino ha già iniziato l’attività. La signora Nora Freitag, 30 anni, sistema sul tavolo pieghevole, piazzato davanti al minibus degli operatori, un pacco di opuscoli intitolati Come difendere i miei diritti nei confronti del Jobcenter.

    “Questa iniziativa è stata organizzata nel 2007 dalla Chiesa evangelica: c’è molta disperazione, e anche molta impotenza, davanti a questo mostro burocratico che i disoccupati percepiscono, non a torto, come una minaccia”.

    Una signora, sessant’anni suonati, si avvicina con passo esitante, sembra molto infastidita di doversi presentare a degli estranei. La sua pensione, inferiore a 500 euro al mese, non le basta per vivere, riceve un’integrazione versata dal suo Jobcenter. Poiché fatica comunque a sbarcare il lunario, fa da poco un lavoro precario part-time (“minijob”) come donna delle pulizie in una casa di cura che le garantisce un salario netto mensile di 340 euro. “Figuratevi”, dice con una vocina agitata, “la lettera del Jobcenter mi dice che non ho dichiarato i miei redditi e che devo rimborsare 250 euro, ma questi soldi, io non li ho! Per giunta, li ho dichiarati fin dal primo giorno, i miei redditi, come potete immaginare; ci deve essere un errore…”. Uno degli operatori la prende sottobraccio per darle dei consigli in disparte: a chi indirizzare un ricorso, a quale porta bussare per sporgere denuncia se il ricorso ha esito negativo, ecc. Talvolta il minibus serve da rifugio per trattare un problema in maniera riservata. “È uno degli effetti di Hartz IV”, osserva la signora Freitag, “la stigmatizzazione dei disoccupati è così pesante che molti provano vergogna perfino a parlare della loro situazione di fronte ad altri”.

    Una delle normative più vincolanti d’Europa

    Hartz IV: questo marchio sociale deriva dal processo di deregolamentazione del mercato del lavoro, chiamato Agenda 2010, messo in essere tra il 2003 e il 2005 dalla coalizione del cancelliere Gerhard Schröder tra il Partito socialdemocratico (SPD) e i Verdi. Battezzata con il nome del suo ideatore, Peter Hartz, ex direttore del personale della Volkswagen, il quarto e ultimo pacchetto di queste riforme ha unificato i sussidi sociali e le indennità dei disoccupati di lungo termine (senza impiego da oltre un anno) in un unico sussidio forfettario, versato dal Jobcenter. Il presupposto è che lo scarso importo di questa somma – 409 euro al mese nel 2017 per una persona sola (1) – dovrebbe motivare il beneficiario, ribattezzato “cliente”, a trovare o a riprendere al più presto un impiego, anche mal retribuito e poco aderente alle sue attese o alle sue competenze. Il riconoscimento del sussidio è subordinato a un programma di controlli tra i più vincolanti d’Europa.

    Alla fine del 2016, l’ambito di applicazione di Hartz IV coinvolgeva circa 6 milioni di persone, di cui 2,6 milioni di disoccupati ufficiali, 1,7 milioni di disoccupati sommersi non contabilizzati dalle statistiche attraverso la trappola dei “dispositivi di avviamento al lavoro” (formazione, addestramento, impieghi da 1 euro, minijobs, ecc.) e 1,6 milioni di figli di beneficiari del sussidio. In una società strutturata sul culto del lavoro, queste persone sono spesso descritte come scoraggiate o come bande di fannulloni e talvolta anche peggio. Nel 2005, in un opuscolo del ministero dell’economia, con la prefazione del ministro Wolfang Clement (SPD) e intitolata Priorità alle persone oneste. Contro gli abusi, le truffe e il fai da te nello Stato sociale, si poteva leggere: “I biologi sono concordi nell’utilizzare il termine ‘parassita’ per designare gli organismi che si sostentano a spese di altri esseri viventi. Ovviamente, sarebbe totalmente fuori luogo estendere agli esseri umani nozioni proprie del mondo animale”. E, ovviamente, l’espressione “parassita Hartz IV” è stata abbondantemente ripresa dalla stampa scandalistica, Bild in testa.

    La vita dei beneficiari dei sussidi è uno sport da combattimento.

    Quando la somma percepita, a livello di sussistenza, non consente al beneficiario di pagarsi un affitto, il Jobcenter se ne fa carico, a condizione che l’affitto non superi il tetto massimo fissato dall’amministrazione a seconda delle zone geografiche. “Un terzo delle persone che vengono da noi, lo fanno per problemi legati all’abitazione”, dichiara la signora Freitag, “nella maggior parte dei casi perché il rialzo degli affitti nelle grandi città, in particolare a Berlino, ha fatto loro superare i massimali del Jobcenter; allora i beneficiari dei sussidi devono traslocare, ma senza sapere dove, poiché il mercato delle case in affitto è saturo, oppure devono pagare di tasca propria la differenza eccedente il massimale, tagliando le spese alimentari”. Dei 500.000 “Hartz IV” che vivono a Berlino, il 40% paga un affitto che supera il limite normativo.

    Il Jobcenter ha la facoltà di sbloccare aiuti urgenti, ma con il contagocce. Questo gli conferisce un diritto di indagine paragonabile quasi a un affidamento sotto tutela. Conto in banca, acquisti, spostamenti, vita familiare o perfino sentimentale: nessun aspetto della vita privata sfugge all’umiliante radar dei controllori. Le 408 agenzie del paese dispongono di un certo margine d’intervento, alcune “brillano” per immaginazione. A fine 2016, ad esempio, il Jobcenter di Stade, in Bassa Sassonia, ha inviato un questionario a una disoccupata nubile incinta chiedendole di rivelare l’identità e la data di nascita dei suoi partner sessuali.(2)

    I germi della filosofia di questo regime inquisitorio si trovavano già nel manifesto firmato nel giugno del 1999 da Schröder e dal suo omologo britannico Tony Blair. In esso, i due profeti della “socialdemocrazia moderna” proclamavano la necessità di “trasformare la rete di sicurezza della previdenza sociale in un trampolino verso la responsabilità individuale”. Poiché, precisava questo testo intitolato Europa: la terza via, il nuovo centro, “un lavoro part-time o un impiego mal retribuito sono meglio che non avere del tutto un lavoro, in quanto facilitano il passaggio dalla disoccupazione all’impiego”. Un povero che suda piuttosto che un povero disoccupato: questa verità da bar dello sport è servita da matrice ideologica alla “cesura, senza dubbio la più importante, della storia dello Stato sociale tedesco dai tempi di Bismarck”, secondo la formula di Christoph Butterwegge, ricercatore in scienze sociali all’Università di Colonia.(3)

    In Francia, le leggi Hartz costituiscono da dodici anni una fonte inesauribile di ammirazione nei circoli padronali, mediatici e politici. L’ode rituale al “modello tedesco” ha preso ulteriore vigore in seguito all’arrivo all’Eliseo di Emmanuel Macron, per il quale “la Germania si è riformata in maniera formidabile”.(4) Un punto di vista raramente contestato dagli editorialisti. “Il cancelliere tedesco Gerhard Schröder ha spinto molto per imporre le riforme che fanno la prosperità del suo paese”, ha ricordato il direttore editoriale di Le Monde all’indomani dell’elezione del candidato della “start-up nation”, per esortarlo ad adottare il pugno di ferro nelle sue riforme.(5) L’economista Pierre Cahuc, ispiratore con Marc Ferracci e Philippe Aghion della riforma del mercato del lavoro immaginata da Macron, rende omaggio anche lui al “successo eccezionale dell’economia tedesca” ritenendo che Hartz IV non solo “giova all’impiego”, ma è anche auspicabile per diffondere gioia e allegria, visto che “i tedeschi si dichiarano sempre più soddisfatti della loro situazione, soprattutto i meno abbienti, mentre la soddisfazione dei francesi ristagna”.(6)

    Mentre “i meno abbienti” riescono ancora a contenere la loro euforia nelle code d’attesa dei Jobcenter, è incontestabile che i progetti di Macron si ispirano direttamente al “modello tedesco”. In particolare lo svuotamento del codice del lavoro e il rafforzamento del controllo sui disoccupati, che si vedrebbero penalizzati nel caso rifiutassero due offerte consecutive di lavoro. Nessuno meglio del presidente francese ha saputo sintetizzare il senso di Hartz IV quando ha spiegato il 3 luglio, davanti al Parlamento riunito a Versailles, che “proteggere i più deboli, non significa trasformarli in assistiti permanenti dello Stato”, ma fornire loro i mezzi per – ed eventualmente obbligarli a – “incidere in modo efficace sul proprio destino”. Con un’acrobazia verbale simile a quella fatta a suo tempo dai promotori di Hartz IV, aggiungeva: “Dobbiamo sostituire l’idea di assistenza sociale (…) con un’autentica politica di inclusione di tutti”. Per Schröder, la parola d’ordine nei confronti dei poveri era più lapidaria: “Incoraggiare e pretendere” (“fördern und fordern”).

    Comunque, Hartz non si è sbagliato: in Francia, l’artefice delle leggi che portano il suo nome continua a godere di una lusinghiera reputazione. In Germania, nessuno si è dimenticato della sua condanna, nel 2007, a due anni di carcere con la sospensione condizionale e al pagamento di una multa di 500.000 euro per avere “comprato la pace sociale” alla Volkswagen, elargendo ai sindacalisti del consiglio di fabbrica bustarelle, viaggi ai tropici e prestazioni di prostitute. Per cui, in Germania, nessuno vuole più sentire parlare di lui e per trovare un pubblico ancora disponibile ad applaudirlo, l’ex direttore del personale si rifugia in Francia. Il Movimento delle imprese di Francia (Medef, la Confindustria francese N.d.T.) lo invita regolarmente e François Hollande, che l’ha ricevuto quando era presidente, avrebbe voluto averlo tra i suoi consiglieri,(7) ma ormai è a Macron che Hartz dedica i suoi saggi consigli, a mezzo stampa.(8)

    Eppure Hartz ha avuto solo un ruolo di secondo piano nell’introduzione delle riforme di Schröder. Certo, ha presieduto la commissione i cui lavori sono stati alla base delle riforme, ma è soprattutto la Fondazione Bertelsmann che ha orchestrato il tutto. L’organismo “filantropico” del gruppo multimediale più influente della Germania è stato al centro del processo di elaborazione dell’Agenda 2010: finanziamento di studi e di conferenze, diffusione di documenti esplicativi ai giornalisti, creazione di reti di “buona volontà”. “Senza l’attività preparatoria, di accompagnamento e di assistenza dispiegata a ogni livello dalla Fondazione Bertelsmann, le proposte della commissione Hartz e la loro trasposizione legislativa non avrebbero mai potuto vedere la luce”, osserva Helga Spindler, professoressa di diritto pubblico all’Università di Duisburg.(9) La Fondazione si spingerà perfino a invitare i quindici membri della commissione a partecipare a seminari di studio in cinque paesi considerati all’avanguardia nel recupero dei disoccupati: la Danimarca, la Svizzera, l’Olanda, l’Austria e il Regno Unito.(10)

    Posti di lavoro stabili trasformati in impieghi precari

    Il 16 agosto 2002 Hartz presenta le sue conclusioni a Schröder sotto la cupola della cattedrale francese di Berlino. È un “grande giorno per i disoccupati”, esulta il cancelliere che promette di farne tornare a lavorare due milioni di persone nel giro di due anni. Spesso 344 pagine, il rapporto della commissione contiene tredici “moduli di innovazione” redatti in gergo manageriale a base di “engleutsch” (una miscela di tedesco e inglese) pieni di espressioni come “controlling”, “change management”, “bridge system per anziani attivi”, “assoggettamento e volontariato”, ecc. Nel rapporto, il Jobcenter è descritto come un “servizio potenziato per i clienti”.

    Entrata in vigore il 1° gennaio 2005, la normativa nata con questa non-lingua si lega con l’altro pacchetto normativo dell’Agenda 2010, che orchestra la deregolamentazione del mercato del lavoro. Per portare i disoccupati nell’ambito del lavoro salariato si rendeva necessaria la creazione di un ampio armamentario di strumenti messi a disposizione dei padroni: defiscalizzazione dei salari più bassi, istituzione dei minijob a 400 euro, poi portati a 450 euro al mese, abolizione dei limiti al ricorso al lavoro temporaneo, incentivi alle agenzie interinali che fanno ricorso a disoccupati di lungo termine, ecc. La febbre dell’oro contagia gli imprenditori, in particolare nel settore dei servizi. Riforniti di truppe fresche dai Jobcenter, approfittano di questa opportunità per trasformare posti di lavoro stabili in impieghi precari – lasciando liberi i lavoratori precarizzati di mettersi anche loro in fila al Jobcenter per cercare di integrare il loro magro stipendio. Il lavoro interinale esplode, passando da 300.000 persone ingaggiate nel 2000 a circa un milione nel 2016. Nello stesso periodo la percentuale di lavoratori poveri – pagati meno di 979 euro al mese – passa dal 18 al 22%. L’introduzione, nel 2005, del salario minimo (fissato a 8,84 euro all’ora nel 2017) non ha affatto invertito la tendenza: 4,7 milioni di lavoratori attivi sopravvivono ancora oggi con un minijob bloccato a 450 euro al mese.(11) La Germania ha trasformato i suoi disoccupati in persone bisognose.

    I figli convocati al Jobcenter

    Hartz IV funziona come un servizio obbligatorio di lavoro precario. La minaccia di sanzioni che pesa sui “clienti”, li tiene costantemente in balia di una trappola. Jürgen Köhler, un berlinese di 63 anni, lavora da libero professionista come grafico. A causa della concorrenza delle grosse agenzie, che offrono prezzi più bassi, non riesce più a ottenere nuove commesse di lavoro sufficienti per sopravvivere e si è quindi iscritto al Jobcenter: “un giorno”, racconta davanti a un caffè, “ho ricevuto una lettera che mi annunciava che mi sarei dovuto presentare il lunedì e il martedì successivi alle 4 del mattino, presso un’agenzia di lavoro interinale, per essere assegnato a un cantiere ed essere pagato la sera stessa; inoltre avrei dovuto procurarmi un paio di scarpe antinfortunistiche, ma ovviamente non possedevo questo tipo di attrezzatura e non avevo mai lavorato nell’edilizia; iniziare alla mia età non mi pareva una buona idea”. Poiché era troppo tardi per tentare un ricorso, Köhler non aveva altra scelta che fare una denuncia in tribunale, sperando che la sentenza arrivasse prima della mannaia della sanzione, che rischia di tagliare il sussidio del 10, 30 o anche 100%. Nulla è al riparo dal tritacarne delle sanzioni, nemmeno i figli dei beneficiari dei sussidi Hartz IV in età compresa tra i 15 e i 18 anni. In cambio dei 311 euro mensili versati alla famiglia, e anche se frequentano ancora la scuola, il Jobcenter può convocarli in qualsiasi momento per “consigliare loro” di orientarsi verso specifici settori e tagliare loro i fondi se mancano all’appuntamento: l’effetto pedagogico sull’adolescente, che ha già “Hartz IV” tatuato sulla fronte, è garantito.

    Membro del gruppo di disoccupati Ver.di, il sindacato unificato del settore dei servizi, Köhler ha potuto avvalersi gratuitamente di un avvocato e ottenere nei tempi dovuti una sentenza favorevole. Ma non tutti hanno questa fortuna: nel 2016 sono state comminate circa un milione di sanzioni con una trattenuta media di 108 euro a testa, un guadagno non indifferente per l’Agenzia federale del lavoro, l’autorità di controllo dei Jobcenter. Nello stesso anno, questi ultimi sono stati oggetto di 121.000 reclami, respinti nel 60% dei casi. “Le sanzioni ci cadono addosso per motivi così assurdi che c’è una certa probabilità di vincere un ricorso se fatto adeguatamente”, spiega Köhler. “Ma la maggioranza dei disoccupati non è informata dei propri diritti e perciò si difende male; la maggior parte dei disoccupati non si difende affatto”.

    Ma non è sempre stato così. Nel 2003 e nel 2004, decine di migliaia di disoccupati e lavoratori hanno manifestato spontaneamente ogni lunedì in parecchie città della Germania per bloccare le riforme Schröder. Affermatosi soprattutto nell’est della Germania, dove gli slogan facevano apertamente riferimento alle “manifestazioni del lunedì” dell’autunno 1989 contro il potere nella Repubblica Democratica Tedesca, il movimento si era rapidamente diffuso anche nell’ovest, prendendo alla sprovvista gli apparati sindacali, poco inclini a seguirlo. “I sindacati hanno tergiversato molto”, ammette Ralf Krämer, segretario federale di Ver.di e responsabile delle questioni economiche. “La loro posizione era talmente ambigua che due loro rappresentanti hanno partecipato alla commissione Hartz, uno era della DGB (Confederazione tedesca dei sindacati) e l’altro era uno dei nostri”. Oltre che dai due sindacalisti, la commissione era composta da due deputati, due universitari, un alto funzionario e sette “top manager” della Deutsche Bank, del gruppo chimico BASF e della società di consulenza McKinsey. !Il movimento sindacale in Germania è tradizionalmente vicino alla SPD”, prosegue Krämer, “con tutta evidenza è stato possibile imporre le riforme Schröder solo perché il governo era socialdemocratico, altrimenti la resistenza sarebbe stata molto più forte”.

    Nel novembre 2003, tra lo stupore generale, una manifestazione organizzata al di fuori degli apparati sindacali ha raccolto 100.000 persone a Berlino: “Erano presenti molti sindacalisti, e c’ero anch’io, poiché la base di Ver.di aveva capito che queste riforme miravano solo a favorire l’abbassamento dei salari sul mercato”, prosegue Krämer, “ma la direzione della DGB si è mostrata molto riluttante”. Cinque mesi più tardi, nuove manifestazioni a Berlino, Stoccarda e Colonia hanno portato in piazza mezzo milione di oppositori alle riforme, cosa mai vista nel paese dal dopo guerra. Quella volta le direzioni sindacali hanno sfilato in testa al corteo: “Avremmo forse potuto vincere se la dinamica del movimento fosse proseguita”, si rammarica Krämer, “ma la DGB ha avuto paura di perdere il controllo e si è astenuta dall’organizzare altre mobilitazioni, le “manifestazioni del lunedì” si sono trovate isolate e il movimento si è esaurito; abbiamo perso un’occasione storica. Bisogna dire che lo scontro non fa parte della cultura sindacale tedesca. Contestare le decisioni di un governo democraticamente eletto non è nei nostri costumi, anche se a titolo personale me ne rammarico”.

    Curiosamente, questo fallimento non ha indotto i sindacati a valutare un cambiamento di strategia. Né i dirigenti di Ver.di, né tantomeno quelli della DGB – di cui Verdi fa parte, ma all’interno della quale i sindacati metallurgici e chimici hanno una posizione di forza – hanno ritenuto utile aprire un dibattito sull’illegalità degli scioperi “politici”: la legislazione tedesca, infatti, vieta ai sindacati di indire uno sciopero contro le leggi ritenute contrarie agli interessi dei lavoratori salariati. “Sciopero generale”? L’espressione fa aggrottare le sopracciglia a Mehrdad Payandeh, membro del comitato direttivo federale della DGB. “Per noi uno sciopero ha senso solo se fallisce il negoziato per gli aumenti di salario nei settori dove siamo rappresentati e questo avviene raramente. La nostra legittimazione è rappresentata dai nostri iscritti, non dalla piazza. Non siamo come quei paesi del Sud dove si sciopera anche per delle noccioline!”.

    Con il suo atteggiamento volubile e cordiale, Payandeh incarna piuttosto bene la cultura sindacale illustrata da Krämer: il funzionario tipo della DGB presta più attenzione ai dirigenti aziendali, che conosce e di cui apprezza la “capacità di cooperare con i sindacati”, piuttosto che ai disoccupati Hartz IV o ai forzati del lavoro precario, relegati al di fuori del suo ambito. “Certo che sono contro le sanzioni Hartz IV e la precarietà”, esclama, “ma le leggi votate dal Bundestag (il Parlamento federale tedesco, N.d.T.) non sono di nostra competenza: il nostro obiettivo è quello di difendere i nostri lavoratori all’interno degli accordi di settore”. Soltanto che accordi di questo tipo esistono solo nei settori metallurgico e chimico, all’ombra dei quali l’onnipotente industria dei servizi assorbe una mano d’opera sempre più asservita e sempre meno tutelata.

    Le lotte contro le leggi Hartz hanno comunque lasciato una traccia profonda nel paese: hanno considerevolmente indebolito la SPD, sempre vacillante dopo il dissanguamento rappresentato da circa 200.000 iscritti che hanno preso il largo a partire dal 2003. Ma le lotte hanno anche rimodellato lo scenario politico, spingendo una parte dei dissidenti del partito di Schröder a fondersi nel 2005 con i neocomunisti del Partito del Socialismo Democratico (PDS) per creare Die Linke (La sinistra), oggi unica formazione politica rappresentata nel Bundestag a perorare l’abrogazione delle leggi Hartz. Le lotte hanno anche fatto nascere una vasta rete di gruppi di disoccupati decisi a far sentire le proprie ragioni attraverso la mutua assistenza e l’autodifesa – sul modello del collettivo Basta, radicato nel quartiere popolare di Wedding, a Berlino, che organizza regolarmente delle irruzioni nei Jobcenter della capitale.

    “Per noi la Francia era un esempio”

    Nel momento in cui in Francia ci si interroga sulla possibilità di frenare gli ardori riformatori di Macron, numerosi sindacalisti tedeschi trattengono il fiato: “Le riforme Macron ci preoccupano parecchio, poiché rischiano di spingere i salari verso il basso e di diffondersi a macchia d’olio da noi”, afferma Dierk Hirschel, un dirigente di Ver.di. “Per noi la Francia era per molti aspetti un esempio”, aggiunge il suo collega Ralf Krämer, “l’evoluzione attuale ci sembra grave. Speriamo che i sindacati francesi non ripetano i nostri errori e si sappiano mostrare più determinati di quanto lo siamo stati noi

    “Beati i Poveri”

    “La miseria non è la povertà del portafoglio, bensì la povertà della mente. Alle classi inferiori non manca il denaro, a queste manca la cultura. (…) La povertà deriva dal loro comportamento, è una conseguenza della sottocultura-

    Walter Wüllenweber, editorialista, Stern, 16 dicembre 2004
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    “La povertà non è solo una questione di soldi. (…) Quello che conta per una famiglia, è saper spendere bene il proprio denaro. (…) Un pasto in un fast-food non solo è nocivo per la salute, ma è anche più costoso di uno stufato di verdure di stagione”.

    Renate Schmidt, ministro federale della famiglia (Partito socialdemocratico, SPD), Bild am Sonntag, 27 febbraio 2005
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    “Solo chi lavora ha diritto di mangiare”.

    Franz Müntefering, presidente SPD, vicecancelliere e ministro federale del lavoro e degli affari sociali, di fronte al gruppo SPD al Bundestag, 9 maggio 2006
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    “Se vi lavate e vi fare la barba, troverete un lavoro”.

    Kurt Beck, presidente SPD, rivolto a un disoccupato, Wiesbadener Tagblatt, 13 dicembre 2006

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    “Lo afferma un ricercatore: 132 euro al mese sono sufficienti per vivere!”.

    Titolo su Bild, 6 settembre 2008

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    “L’aumento di Hartz IV ha dato una spinta alle industrie del tabacco e degli alcolici”.

    Philipp Missfelder, deputato dell’Unione cristiano-democratica (CDU) al Bundestag, commentando in un discorso l’aumento di 4 euro del sussidio mensile Hartz IV, 15 febbraio 2009

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    “I dibattiti attorno a Hartz IV prendono un orientamento socialista. (…) Colui che promette al popolo una prosperità senza sforzi, apre le porte a una nuova decadenza romana”.

    Guido Westerwelle, segretario generale del Partito liberaldemocratico tedesco (FDP), vicecancelliere e ministro federale degli affari esteri, Die Welt, 11 febbraio 2010
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    “Invece di farsi pagare come disoccupati, la gente dovrebbe fare un lavoro socialmente utile. (…) A Berlino potremmo reclutare venti disoccupati Hartz IV in ciascun quartiere per controllare se i proprietari di cani raccolgono gli escrementi dei loro animali. (…) In questo modo prenderemmo due piccioni con una fava: i disoccupati troverebbero una nuova occupazione e i berlinesi una nuova città”.

    Claudia Hämmerling, deputata dei Verdi al Parlamento di Berlino, Bild, 6 aprile 2010
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    “Noi forniamo agli imprenditori un materiale umano a buon mercato”.

    Il collaboratore di un Jobcenter berlinese citato da Die Süddeutsche Zeitung, 9 marzo 2015

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    • jorge

      dal discorso di di maio alla cna di milano, si chiarisce che è un inferno come quello tedesco ciò che hanno in mente i nuovi vincitori per l’italia, o sull’altro versante la flat tax che toglierà immani risorse allo stato sociale, il nemico è alla nostra testa.

      se vi informate sulle teorie economiche del tink tank casaleggio, che ha anche potestà in forma giuridica sui nuovi eletti in parlamento, troverete l’elogio del libero mercato, I nuovi vincitori vogliono solo ricontrattare margini per le elites italiane , ma l’accordo tra elites italiane ed estere si regge e si reggerà sul massacro degli strati popolari

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      • jorge

        si metta insieme il reddito di cittadinanza di di maio, che alla cna di milano lo formulava alla tedesca, e la flat tax di salvini, per cui uno che guadagna 15.000 euro annui viene tassato al 15 o 17% uguale a chi ne guadagni ad es 200.000 annui. e si capisce che questi ed altri provvedimenti sono solo esche per portatci alla privatizzazione dei servizi ed alla formazione della mera carità pane e acqua per la stragrande maggioranza degli italiani, ingannati e sottopagati

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  • Anonimo

    Si può leggere:

    LA SPESA PUBBLICA CHE FINANZIA I LICENZIAMENTI

    su

    ComidadPuntoOrg

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  • andrea z.

    Per capire quello che stanno combinando i nostri politici in accordo con quelli europei bisogna comprendere la mentalità massonica.
    Per la massoneria, che seleziona buona parte della classe dirigente internazionale, gli Stati, i confini, le tradizioni nazionali etc. sono sovrastrutture inutili. L’obiettivo è un mondo unito e uniforme agli ordini di un piccolo gruppo di eletti. La piccola Italia è solo un granello di polvere, che però potrebbe inceppare il meccanismo e rivelare possibilità alternative a quelle decise nelle grandi Logge globaliste. Non si fermeranno di fronte ad un Salvini o a un Di Maio. Cercheranno di piegare tutti al loro volere con il ricatto o le minacce. In caso di insuccesso interverranno con la violenza.

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  • Anonimo

    C’è da cosiderare , però che No si dovrebbe agevolare neppure una deriva verso l’ amerikanissima flat tax, foriera di ulteriori diseguaglianze

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  • annaorsa

    Perchè non c’è un commento all’art.92 (che fa parte però del titolo III), e che è quello centrale? Penso anch’io che Mattarella, come già Napolitano, abbia in realtà giurato non sulla Costituzione ma sullo Statuto albertino. Però bisogna ammettere che ci sono punti decisivi in cui la Costituzione è imprecisa e quindi facilmente aggirabile. Ho anche l’impressione che i vertici istituzionali votati alla gestione del saccheggio del paese per conto terzi siano piuttosto sprovveduti. Potrebbero far nascere questo governo e poi farlo cadere. Gli strumenti per farlo li hanno tutti. E alle prossime elezioni i legastellati se la vedrebbero brutta. Invece violando il dettato costituzionale e andando di nuovo alle elezioni finiranno per rafforzarli. Bisogna dire quanto a intelligenza, i domestici della cupola nazi-liberista lasciano molto a desiderare.

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    • Anonimo

      ” in cui la Costituzione è imprecisa e quindi facilmente aggirabile.”

      E lì ENTRA IN GIOCO LA POLITICA (Non i politicanti…).

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    • jorge

      non lasciano formare il governo, per poi farlo cadere a danno elettorale dei di maio salvinisti, perchè l’area di maio salvini deve essere il nuovo contenitore per intruppare il popolo italiano alla subalternità verso le elites italiane ed estere

      Per tali elites l’area di maio salvini è utile, perchè distruggerla ?
      Il succitato progetto garantirà altri 20 anni di dominio alle elites, che sono anche italiane oltre che estere

      ma ce ne accorgeremo tardi, nel frattempo obnubilati dalla propaganda nazionalista ed antitedesca, nel frattempo avranno inventato qualche ulteriore inganno

      con il nemico alla nostra testa che ci guida (elites italiane oltre che straniere) , saremo sempre strumentalizzati, solo con una prospettiva di classe si può pervenire ad una prospettiva autonoma ed autocentrata , quindi in grado di farsi valere

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  • Anonimo

    in tema Classe dominante di indole schettina, che guida i proprio Paese verso il baratro, si può vedere:

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  • Anonimo

    si può vedere:

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  • Anonimo

    Bene gli articoli della Costituzione elencati, DI CUI I PRESIDENTE DEVE ESSERE GARANTE PENA :

    “per attentato alla Costituzione.
    In tali casi è messo in stato di accusa dal Parlamento in seduta comune, a maggioranza assoluta dei suoi membri.”

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    • Anonimo

      Se poi colui che DEVE rappresentare l’ UNITA’ NAZIONALE, rappresentasse piuttosto Opachi interessi stranieri, allora:

      “-per alto tradimento- o per attentato alla Costituzione.
      In tali casi è messo in stato di accusa dal Parlamento in seduta comune, a maggioranza assoluta dei suoi membri.”

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  • Anonimo

    ” il presidente della parte minoritaria degli italiani è circondato dalla canea di notisti e giornalisti che gli danno ragione e che contro ogni evidenza sostengono che lo scegliere i ministri è proprio il compito del presidente.”

    Se non erro Mattarella è “un derivato” della legge elettorale porcata, sostanzialmente maggioritaria, comunque … si dovrebbe dire di più ?

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    • Anonimo

      Quindi questo P.d.R. che tipo di unità può rappresentare essendo espressione di leggi elettorali che distorcono la rappresentatività democratica ?

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    • Anonimo

      “è circondato dalla canea di notisti e giornalisti che gli danno ragione e che contro ogni evidenza sostengono che lo scegliere i ministri è proprio il compito del presidente.”

      organi di stampa e propaganda di regime ?

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  • Anonimo

    “corpo morto di traverso alla formazione del governo pretendendo di decidere sui ministri e violando così apertamente la carta fondamentale della Repubblica che non gli concede affatto questo potere.”

    Trattasi forse di nefasta deriva presidenzial-autoritaria ?

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    • Anonimo

      Mettiamo pure: presidenzial-patriarcal-paternalistica ?

      così rimaniamo in sintonia anche Jorge e tutte le femministe in lettura.

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      • jorge

        ti sei dimenticato la risata di pierino, sperando che tu adesso non risponda con la solita orgia di fantasmi sessuali, come nel post precedente del simpliciassimus (leggere per credere), non annoiare i lettori, non a tutti serve un oggetto di studio come a me

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      • Anonimo

        Ma guardi, avendo visto che era entrato in tema sozzonerie, e ho voluto contribuire ad un aprofondimento dei suoi più recenti interessi.

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