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Il povero è negro, una lezione americana – ultima parte

images (1)Siamo così arrivati al famoso punto g che non è quello che forse si trova o forse no in qualche anfratto vaginale, ma sta per intelligenza generale: tutta l’esplosione moderna del determinismo biologico condotta a colpi di QI, si fonda alla fine sulla sistemazione statistica fatta da Charles Spearman e dalla sua analisi bifattoriale sui test appena inventati e diffusi negli Usa la quale è ancora oggi la colonna portante dei tentativi di misurare l’intelligenza: attraverso un calcolo delle correlazioni positive egli giunse alla convinzione che alla fine fosse possibile isolare un fattore g che stava per intelligenza generale – fattore peraltro non definibile con esattezza – ma non influenzabile né dalla cultura, né dall’esperienza, né dalle diverse propensioni delle singole persone.

Si trattava di correlazioni ambigue, a volte impossibili, comunque molto deboli e oggi poco credibili che cercavano di colpire un obiettivo forte. Ma il tentativo di arruolare la scienza statistica nella battaglia determinista, ossia di dare una patina di credibilità a  una teoria dell’intelligenza fissata su base genetica, quantificabile, unitaria e immutabile riuscì a pieno. Ovviamente diede la stura a un incredibile numero di manipolazioni, falsi, raggiri, vere e proprie truffe sui cosiddetti campioni di studio, ma l’inganno non è così significativo come l’autoinganno con le quali tesi e metodi chiaramente fallaci, improponibili in qualsiasi ricerca per esempio di fisica o chimica, sono stati presi come mattoni fondativi delle differenze razziali e di classe. Ad ogni modo un certo modo di fare scienza, completamente immersa nel pregiudizio anche a insaputa dei protagonisti  dall’inizio del secolo scorso e fino ai nostri tempi ha  creato una serie di postulati che sarebbero piaciuti ai grandi razzisti del XIX° secolo, come de Gobineau o Chamberlain, ma anche ai grandi condottieri del capitalismo e ai loro referenti politici:

  1.  L’intelligenza è una fattore misurabile
  2.  Essa può essere espressa da un singolo numero come per esempio il QI.
  3. Tale  numero è geneticamente determinato, rimane pressoché immutato attraverso le generazioni e le classificazione nella gerarchia sociale dei singoli è strettamente correlato ad esso.
  4. Il QI è stabile, permanente e di fatto non può essere significativamente aumentato con programmi educativi e di intervento sociale.

La cosa è molto meno teorica di quanto non possa apparire: quando affrontate un test per iscrivervi a una facoltà universitaria siete dentro questo paradigma, così come ci siete dentro nelle varie “buone scuole” fatte per addestrare  più che per acculturare gli alunni, tanto i rampolli dell’elite sempre intelligenti per definizione e per discendenza  studiano presso istituti privati. Ci siete dentro quando gli sguatteri delle oligarchie parlano di populismi e dicono che il popolo non ha la capacità di autogovernarsi, oppure quando scoprite le stragi che vengono compiute in ogni angolo del pianeta, oppure quando si parla di scontro di civiltà e si allude al meticciato o ancora quando si dice che la democrazia matura richiede che i votanti siano pochi. Certo oggi più che esaltare le ricerche che tengono bordone a queste concezioni grazie alla mistificazione statistica prodotta dall’ideologia (in tutt’altro campo una di queste contraffazioni è la curva di Laffer che continua a far strage di poveri di spirito) si preferisce che queste tesi – facilmente contestabili a livello specialistico – corrano per così dire nel più corrivo discorso privato e l’ultimo fallimentare tentativo si è avuto nel ’95 con “The Bell Curve” di Herrnstein e Murray, un vero capolavoro di omissioni, di confusioni e di cecità statistica che mentre era improponibile sul piano scientifico, fece rumore su quello mediatico. Del resto perché mettere in pericolo una delle idee portanti della contemporaneità rendendola troppo palese? Tuttavia l’idea che l’intelligenza sia qualcosa di innato, che le divisioni sociali siano essenzialmente dovute a un’eredità biologica, che il non farcela riveli  una tara e non il risultato di un ordine sociale, è quanto mai operante, tanto che il biologismo e l’innatismo in ogni campo costituiscono di fatto l’ideologia americana, ancorché per quanto possibile mimetizzata dentro un trompe l’oeil culturale. Se siete disoccupati maledite i vostri geni non il capitalismo. Oppure, come accade, se siete rimasti paralizzati in una qualche guerra, siete sempre meno aiutati, sempre più lasciati a voi stessi e siete tristi, non riuscite a pensare positivo ciò non è dovuto alle circostanze, ma alla vostra eredità biologica. Parola dell’esercito.

Qualcuno si domanderà come mai dentro questo cuore di tenebra, dentro questo paradigma conservatore e reazionario, ci siano contraddittorie espressioni di libertà individuale, lo sdoganamento per esempio di identità sessuali da sempre represse o un’attenzione politicamente corretta alla diversità e una sorta di recupero delle minoranze. Non è che abbiamo sbagliato qualcosa? Niente affatto, anzi questa è una conseguenza diretta del determinismo biologico: visto che nella diversità emergono elementi innati o se derivano in qualche modo da essi, se non sono scelte, la discriminazione culturale e/o giuridica perde di senso. Si tratta insomma di una lama a doppio taglio.

Oggi le neuroscienze tendono a dare un’interpretazione diversa o tendenzialmente diversa del cervello come elemento plastico che viene sviluppato nei suoi moduli e nelle sue connessioni dall’ambiente più che da una stringente eredità biologica, è più una scatola di costruzioni dove solo gli elementi essenziali sono preformati, il resto è un assemblaggio culturale: se non fossimo ancora immersi nella “grande colpa” di cui parlava Darwin e dunque se non si affrontassero questi problemi con l’approccio sbagliato, sarebbe abbastanza facile riconoscerlo. Ad ogni modo come vedete in tutto questo discorso sviluppato in tre post non ho citato né Marx, né Weber, né la letteratura politica o politicante, né i sociologismi, gli psicologismi o gli economicismi di varia scuola, perché ho voluto che in un certo senso emergesse la cosa in sé e certe caratteristiche dell’era contemporanea fossero messe a nudo e non solo rivestite di panni diversi che potrebbero confondere la linearità di uno stile e di un modo di essere.

i post precedenti  Prima parte  Seconda parte

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One response to “Il povero è negro, una lezione americana – ultima parte

  • giovanni

    la cecità ideologica della reazione capitalista è tale da non rendersi conto che pone le basi per la rivoluzione. Insomma, se io sono figlio di nessuno e mi fai credere che se mi impegno posso emergere (e mi metti anche a disposizione col WS keynesiano i mezzi per poter emergere) e diventare un vincitore del grande sogno americano, sono più disposto a subire l’ingiustizia di oggi, perchè penso di poter diventare il “vincente” (e quindi il dominatore) di domani. Ma se mi dici “sei figlio di nessuno perchè sei nato inferiore e non potrai mai emergere”, il mio unico desiderio sarà quello di far saltare per aria un sistema marcio. CHe è poi quello che avviene in ogni rivoluzione, che nasce quando nella massa si diffonde la convinzione che il sistema esiste solo contro di essa, e quindi non c’è alternativa a farlo saltare per aria.

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