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Siamo più cretini. E si vede

160632870-297d4225-20b5-4b8c-ab19-365e447d7532La stupidità del mondo contemporaneo prende quasi alla gola in ogni sua manifestazione, ma si staglia netta e luccicante proprio nelle aree dove meno ce la si aspetta, per esempio in quello della ricerca scientifica sempre più spesso vittima di burocrazie e baronie editoriali, di scuole e di narrazioni in pura funzione accademica che crescono come funghi all’ombra protettiva, ma ingannevole dei protocolli. Si leggono cose incredibili come quell’insieme di ricerche  di cui dà conto il Daily Mail secondo cui attenti scienziati avrebbero scoperto che il quoziente di intelligenza sta diminuendo di 7 punti ad ogni generazione dopo un boom durato dalla fine della guerra fino alla metà degli anni ’70.

Per un momento immaginiamo di avere un’idea precisa del significato di intelligenza generale e che i test del QI riescano in qualche modo a misurarla tanto per non mettere troppa carne al fuoco: a che cosa allora si dovrebbe questo calo impressionante? Parrebbe  ovvio attribuirla a questioni di tipo sociale e sociologico, per esempio il declino della scuola, la perdita della sua centralità, il restringimento dello spettro di interessi, l’influsso della comunicazione di massa, l’atteggiamento di maggiore passività dei naufraghi nel mare del consumismo, dei gadget, delle mode e tendenze soverchianti, la caduta delle idee, la scomparsa dello spirito critico, la sempre maggiore ampiezza della marginalità sociale ed economica eccetera eccetera eccetera. Si può discutere sul come, sui modi, sulle quantità, praticamente su ogni cosa, ma appare abbastanza chiaro che è proprio questo il terreno di discussione a meno che non si vogliano ipotizzare mutazioni genetiche.

Tuttavia proprio qui sta la difficoltà: l’esito finale di una ideologia anglosassone di cui ho parlato in tre post precedenti (qui) ipotizza un’origine prevalentemente genetica e non culturale dell’intelligenza, secondo un modello di disuguaglianza ontologica tornato in auge col neoliberismo e con gli alibi morali che lo accompagnano. Inoltre questo ordine di considerazioni getterebbe un’ombra nerissima su un modello sociale considerato come approdo finale e definitivo ed è tra patentesi lo stesso modello nel quale nuota in qualche modo questo tipo di gaia scienza. Dunque, come se i ricercatori avessero perso anche loro 7 punti e passa di QI, ecco che farfugliano non tanto per spiegare, quanto per sviare l’attenzione su fattori materiali, di una maggiore intelligenza di chi mangia il pesce almeno una volta alla settimana, il che naturalmente renderebbe i giapponesi e gli eschimesi di gran lunga più intelligenti di qualsiasi altra etnia, le popolazioni costiere più intelligenti di quelle dell’interno e via dicendo Un po’ strano visto che una di queste ricerche sul calo intellettivo è stata condotta in Norvegia, dove il consumo di pesce è altissimo. Forse è superfluo far notare che questa idiozia del pesce deriva da una ricerca made in Usa la quale sembra più una “totoata” come diceva Pasolini, che qualcosa di minimamente serio: “Dopo aver preso in considerazione fattori come l’educazione dei genitori, l’occupazione e lo stato civile, (la ricerca ) ha riscontrato che i bambini che mangiano pesce almeno una volta alla settimana ottengono 4,8 punti in più rispetto a quelli che non lo fanno mai. Anche quelli i cui pasti a volte includono pesci hanno ottenuto 3,3 punti in più.” 

A nessuno di questi  impareggiabili geni divoratori seriali di hamburger è venuto in mente che chi mangia più spesso pesce, ovvero la più cara e anche la meno reperibile delle proteine, gode di un status sociale mediamente superiore, di scuole e attenzioni migliori, di maggiori stimoli e dunque ha più probabilità di riuscire meglio nei test, non fosse altro che per la semplice abitudine a farli. Invece no: per nascondere il fatto evidente che sono le differenze sociali a influire sull’intelligenza ci si aggrappa a una grottesca e insensata correlazione, simile a quella secondo la quale i Paesi dove si mangia più cioccolata, hanno più premi nobel. Consiglio a questi signori di dedicarsi con entusiasmo alla pesca che può essere un’attività più confacente ai loro mezzi e forse una speranza di riscatto anche per tutti quelli che prendono per oro colato queste fesserie. Sarebbe anche una bella liberazione da questa maleodorante spazzatura.

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Il povero è negro, una lezione americana – ultima parte

images (1)Siamo così arrivati al famoso punto g che non è quello che forse si trova o forse no in qualche anfratto vaginale, ma sta per intelligenza generale: tutta l’esplosione moderna del determinismo biologico condotta a colpi di QI, si fonda alla fine sulla sistemazione statistica fatta da Charles Spearman e dalla sua analisi bifattoriale sui test appena inventati e diffusi negli Usa la quale è ancora oggi la colonna portante dei tentativi di misurare l’intelligenza: attraverso un calcolo delle correlazioni positive egli giunse alla convinzione che alla fine fosse possibile isolare un fattore g che stava per intelligenza generale – fattore peraltro non definibile con esattezza – ma non influenzabile né dalla cultura, né dall’esperienza, né dalle diverse propensioni delle singole persone.

Si trattava di correlazioni ambigue, a volte impossibili, comunque molto deboli e oggi poco credibili che cercavano di colpire un obiettivo forte. Ma il tentativo di arruolare la scienza statistica nella battaglia determinista, ossia di dare una patina di credibilità a  una teoria dell’intelligenza fissata su base genetica, quantificabile, unitaria e immutabile riuscì a pieno. Ovviamente diede la stura a un incredibile numero di manipolazioni, falsi, raggiri, vere e proprie truffe sui cosiddetti campioni di studio, ma l’inganno non è così significativo come l’autoinganno con le quali tesi e metodi chiaramente fallaci, improponibili in qualsiasi ricerca per esempio di fisica o chimica, sono stati presi come mattoni fondativi delle differenze razziali e di classe. Ad ogni modo un certo modo di fare scienza, completamente immersa nel pregiudizio anche a insaputa dei protagonisti  dall’inizio del secolo scorso e fino ai nostri tempi ha  creato una serie di postulati che sarebbero piaciuti ai grandi razzisti del XIX° secolo, come de Gobineau o Chamberlain, ma anche ai grandi condottieri del capitalismo e ai loro referenti politici:

  1.  L’intelligenza è una fattore misurabile
  2.  Essa può essere espressa da un singolo numero come per esempio il QI.
  3. Tale  numero è geneticamente determinato, rimane pressoché immutato attraverso le generazioni e le classificazione nella gerarchia sociale dei singoli è strettamente correlato ad esso.
  4. Il QI è stabile, permanente e di fatto non può essere significativamente aumentato con programmi educativi e di intervento sociale.

La cosa è molto meno teorica di quanto non possa apparire: quando affrontate un test per iscrivervi a una facoltà universitaria siete dentro questo paradigma, così come ci siete dentro nelle varie “buone scuole” fatte per addestrare  più che per acculturare gli alunni, tanto i rampolli dell’elite sempre intelligenti per definizione e per discendenza  studiano presso istituti privati. Ci siete dentro quando gli sguatteri delle oligarchie parlano di populismi e dicono che il popolo non ha la capacità di autogovernarsi, oppure quando scoprite le stragi che vengono compiute in ogni angolo del pianeta, oppure quando si parla di scontro di civiltà e si allude al meticciato o ancora quando si dice che la democrazia matura richiede che i votanti siano pochi. Certo oggi più che esaltare le ricerche che tengono bordone a queste concezioni grazie alla mistificazione statistica prodotta dall’ideologia (in tutt’altro campo una di queste contraffazioni è la curva di Laffer che continua a far strage di poveri di spirito) si preferisce che queste tesi – facilmente contestabili a livello specialistico – corrano per così dire nel più corrivo discorso privato e l’ultimo fallimentare tentativo si è avuto nel ’95 con “The Bell Curve” di Herrnstein e Murray, un vero capolavoro di omissioni, di confusioni e di cecità statistica che mentre era improponibile sul piano scientifico, fece rumore su quello mediatico. Del resto perché mettere in pericolo una delle idee portanti della contemporaneità rendendola troppo palese? Tuttavia l’idea che l’intelligenza sia qualcosa di innato, che le divisioni sociali siano essenzialmente dovute a un’eredità biologica, che il non farcela riveli  una tara e non il risultato di un ordine sociale, è quanto mai operante, tanto che il biologismo e l’innatismo in ogni campo costituiscono di fatto l’ideologia americana, ancorché per quanto possibile mimetizzata dentro un trompe l’oeil culturale. Se siete disoccupati maledite i vostri geni non il capitalismo. Oppure, come accade, se siete rimasti paralizzati in una qualche guerra, siete sempre meno aiutati, sempre più lasciati a voi stessi e siete tristi, non riuscite a pensare positivo ciò non è dovuto alle circostanze, ma alla vostra eredità biologica. Parola dell’esercito.

Qualcuno si domanderà come mai dentro questo cuore di tenebra, dentro questo paradigma conservatore e reazionario, ci siano contraddittorie espressioni di libertà individuale, lo sdoganamento per esempio di identità sessuali da sempre represse o un’attenzione politicamente corretta alla diversità e una sorta di recupero delle minoranze. Non è che abbiamo sbagliato qualcosa? Niente affatto, anzi questa è una conseguenza diretta del determinismo biologico: visto che nella diversità emergono elementi innati o se derivano in qualche modo da essi, se non sono scelte, la discriminazione culturale e/o giuridica perde di senso. Si tratta insomma di una lama a doppio taglio.

Oggi le neuroscienze tendono a dare un’interpretazione diversa o tendenzialmente diversa del cervello come elemento plastico che viene sviluppato nei suoi moduli e nelle sue connessioni dall’ambiente più che da una stringente eredità biologica, è più una scatola di costruzioni dove solo gli elementi essenziali sono preformati, il resto è un assemblaggio culturale: se non fossimo ancora immersi nella “grande colpa” di cui parlava Darwin e dunque se non si affrontassero questi problemi con l’approccio sbagliato, sarebbe abbastanza facile riconoscerlo. Ad ogni modo come vedete in tutto questo discorso sviluppato in tre post non ho citato né Marx, né Weber, né la letteratura politica o politicante, né i sociologismi, gli psicologismi o gli economicismi di varia scuola, perché ho voluto che in un certo senso emergesse la cosa in sé e certe caratteristiche dell’era contemporanea fossero messe a nudo e non solo rivestite di panni diversi che potrebbero confondere la linearità di uno stile e di un modo di essere.

i post precedenti  Prima parte  Seconda parte


Esopianeti e esopolitica

Kepler-452-bOggi avevo deciso di occuparmi della bufala tirata fuori, senza nessuna pezza d’appoggio, da una pubblicazione domenicale greca del centro destra (gruppo editoriale Lambrakis) che narra di dieci miliardi chiesti da Tsipras a Putin per uscire dall’euro e negati dal premier russo. Si tratta chiaramente di un ballon d’essay perché la presunta richiesta del premier greco è del tutto incongrua rispetto allo scopo e ridicolmente rozza oltre a dare un’immagine di estrema inaffidabilità e bipolarità al capo del governo greco che nel frattempo giurava sull’euro. Infatti è un artificio per rendere in qualche modo edotti i greci dell’avvicinamento di Tsipras al centro destra, prodromo di un nuovo governo e per addossare a Putin con un pretesto di fantasia il tradimento del referendum. Naturalmente questa sciocchezza ha trovato rilievo da noi perché porta sollievo alla brigata Kalimera, cioè quella sinistra di bon vivant salottieri che ancora difende Tsipras “perché non poteva fare diversamente”. Allora che ci stanno a fare visto che a parole invocano cambiamenti che non si possono fare? A che pro esultare per il referendum se non lo si poteva onorare?

Ma qualcuno ci crederà. Così come qualcuno si esalterà di fronte all’annuncio da parte della Nasa della scoperta di un pianeta molto simile alla terra, anzi di una nuova terra, notizia immediatamente definita storica o scioccante dai media. Nessuno si è soffermato a capire come mai la notizia arrivi a 20 anni esatti dalla scoperta del primo esopianeta e se per caso ci sia qualcosa che non funzioni. E c’è più di qualcosa: in realtà  sono stati individuati altri 11 pianeti, probabilmente rocciosi, la cui distanza dai rispettivi soli è teoricamente compatibile con la presenza di acqua allo stato liquido, perché è questo che si intende con “simile alla Terra”. Infatti Kepler-542b ha un diametro del 60% superiore a quello terrestre rendendolo perciò completamente diverso e incompatibile con ciò che vediamo sul nostro pianeta. Per di più ha un miliardo e mezzo di anni in più ed è già nella fase in cui in cui il suo sole comincia lentamente a riscaldarsi entrando nella sua infernale “vecchiaia”.

Ora come vengono individuati questi pianeti? Non certo con la visione diretta, impossibile a certe distanze, ma attraverso le variazioni di luce di una stella che diminuisce di frazioni molto piccole quando i propri pianeti le passano davanti. Il telescopio Kepler individua queste variazioni dopo di che comincia un iter di ricerche complicate e certosine per confermare l’esistenza possibile del corpo planetario, valutarne il diametro, la distanza dalla stella e attraverso le caratteristiche dell’orbita desumerne la natura rocciosa o gassosa. Dunque passano la bellezza di tre anni dal download dei dati che avviene una volta al mese, la loro interpretazione e la proclamazione di ipotesi di pianeta. Per di più nell’estate di due anni fa il telescopio è entrato in avaria cessando di essere utile. E dunque il nuovo pianeta non può essere stato scoperto dopo il 19 agosto 2013 quando i tentativi di ripristinare le funzionalità di Kepler sono definitivamente cessati.

Allora come mai l’annuncio urbi et orbi nel giorno del ventennale della nuova terra sulla quale del resto dopo un’indagine a tappeto del Seti non pare esserci il minimo segnale di vita intelligente? Semplicemente per far rumore, smuovere le acque e le emozioni e trovare i fondi per un nuovo telescopio. Non è facile: lo stesso Kepler è stato lanciato nel 2009, tre anni dopo il previsto, prima per il taglio dei bilanci della Nasa, poi per problemi fiscali e infine per la messa a punto di problemi tecnici.  Tirare fuori un almeno miliardo per un nuovo telescopio è un bel rebus, anche se le tecnologie fondamentali per una macchina di questo tipo, vale a dire i sensori fotografici, sono enormemente progrediti nei 15 anni passati dalla progettazione ad oggi e potrebbero dirci molto di più.

In questo caso dunque non si citano i soldi, ma sono proprio quelli a cui si tende, mentre nel primo, quello di Tsipras, si citano i soldi per giungere a tutt’altri scopi, dimostrando il ruolo  chiave della comunicazione, ma anche quello ancillare e superficiale dell’informazione in due notizie rilevanti giunte lo stesso giorno. Tanto che si potrebbe anche fare così: mettere gli scienziati della Nasa a fare l’analisi della vicenda greca e mandare Vendola su un altro pianeta simile alla terra. Probabilmente non cambierebbe nulla, non avremmo analisi più acute sulla crisi greca e sugli esopianeti non ci sarebbe traccia di intelligenza.


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