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Vocabolario della Neolingua: S come sogno

arte-e-sognoOgni forma di potere, ogni razza padrona ha la sua lingua, trasforma il vocabolario, lo deforma e lo adatta alle sue necessità o deruba sostanza semantica, dunque storia e cultura sostituendo le parole con quelle di altre lingue che meglio esprimono valori, memi e leggende che si vogliono imporre. Da più di quarant’anni siamo dentro questo meccanismo di frantumazione, ricostruzione e omologazione così che i famosi millennial ovvero le persone nate dall”80 in poi sono completamente immersi in questo “spazio dei parlanti” che non descrive meglio la realtà, ma li allontana con più efficacia dalla complessità della stessa. Per questo ho intenzione di proporre un vocabolario ragionato della rozza neolingua angloitalica tentando di spiegare i mutamenti di significato delle parole e/o la ragione di abbondono di lemmi talvolta più precisi e connotati in favore di altri pressoché vuoti e colmabili con contenuti ad hoc o variabili oppure ancora l’abbandono delle forme verbali che descrivono un’azione nella sua complessità e nel suo contesto, con il gerundio inglese che si sostantiva divenendo tout court più efficace e malleabile dal punto di vista del consumo. Questa caratteristica l’inglese l’ha ereditata dal celtico antico che sostantivava tutti gli infiniti, ma viene buono oggi in cui un oggetto (tipo il running, tanto per fare un esempio) diventa oggetto di consumo molto meglio del correre, anche se ormai descrive solo un’attività specifica e i suoi spazi commerciali.

Comincio con le parole più importanti, ovvero quelle che hanno segnato una generazione e la prima tra queste c’è certamente sogno. Quando ero giovane aveva molti significati oltre a quelli inerenti l’attività onirica, ma essi erano quasi sempre riferiti a fantasie, speranze illusorie, irreali o effimere: il sogno era tale proprio perché conteneva in sé l’irrealizzabilità. Nessuno “sognava” una qualche meta concreta ancorché fosse difficilissima da raggiungere e fuori portata del soggetto: si progettava, di pensava, si voleva, si programmava, si aspirava e si ambiva a, si lottava per, al limite si sperava, ma quanto a sognare si poteva solo con la vincita al totocalcio o con i castelli in aria. Ma l’egemonia liberista che man mano cominciava a fare presa aveva bisogno di elementi simbolici che non fossero collegati alle effettive possibilità di raggiungimento di mete specifiche, specie nell’ambito della rivalutazione assoluta del profitto da capitale e della conseguente svalutazione e precarizzazione del lavoro che rapinano a mano armata il futuro; ci voleva qualcosa che  che potesse conciliare in una sintesi desiderante il confort borghese e la condizione proletaria, lo sfruttamento senza freni e poi lo sballo apparentemente interclassista volto a simulare le icone dello star system o semplicemente i ricchi, quelli che ce l’hanno fatta. A questo punto era bene che nessuno progettasse davvero la propria vita, che magari si laureasse e avesse la pretesa di mettere a frutto gli studi, che si aspettasse una carriera ormai riservata alle elites, che facesse valere vere competenze. E in questo ambito è venuta buona la parola sogno: essa si adatta benissimo a sfrenate ambizioni, così come a diventare , cameriere o sguattero. Progetti e propositi sono cosa antica: adesso l’imperativo è che bisogna inseguire i propri sogni e magari sognare ciò che viene suggerito da tutta l’orribile chincaglieria industriale dentro la quale si nasce e si cresce per poi alimentarla con il proprio niente da dire perché attorno non c’è proprio nulla che possa cambiare la nostra visione del mondo o magari qualcosa che ci facesse consapevoli di averne una da consumatori compulsivi e basta.

Perciò sogno ha inglobato e ucciso ogni altro vocabolo delle aspirazioni perché tutto è ormai lotteria, cabala, leggenda metropolitana che viene diffusa a piene mani, come la vecchia leggenda dei garage in cui sarebbe nata l’informatica, senza dire che tutti i suoi protagonisti nascevano da famiglie straricche oppure l’attuale terra promessa costituita  dai talent: è la parola adatta per tenere insieme la contraddizione tra l’identità che viene imposta dall’esterno ai ceti popolari e medi e l’impossibilità di raggiungere le condizioni materiali per realizzarla. Tutto poi viene tumulato grazie alla malta dell’eccentricità e del dilettantismo, scambiata per creatività. Insomma la parola sogno è perfetta per l’industria onirica che spaccia grandi segmenti di mercato per emancipazione. Dal che si direbbe che l’unico modo per sognare in grande è proprio quello di non sognare e di svegliarsi,

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