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Mettere la testa nel sacchetto

mrsaccoNon c’erano dubbi che Legambiente sarebbe stata favorevolissima alla tassa sui sacchetti biocompostabili, anzi sugli shopper come dice questa organizzazione dal nome italiano, ma sulla cui pagina se si va a vedere ” chi siamo” compare una lunga, anodina e vacua pappardella in inglese, quando il sito ha già una sua versione in quella lingua.  Questo tanto per inquadrare in senso lato il rispetto che questa onlus ha degli italiani e probabilmente per indicare anche la provenienza dei suggerimenti e delle tesi. Ma andando poi a leggere i nomi che compongono gli organismi dirigenti scopriamo una marea di ex piddini dell’appennino, di quelli con le mani in pasta sul territorio per intenderci e un coordinamento scientifico che presenta qualche anomalia come collegamento impropri con aziende alimentari o enti di produttori agricoli.

Il fatto è che Legambiente scrive in inglese, ma è italianissima avendo all’attivo potenziali conflitti d’interesse che da una parte si configurano incompatibili con lo status di onlus e dall’altro anche con la consistenza e la neutralità che ci si dovrebbe attendere. Tutte cose di cui la onlus va invece fiera: fiera di detenere la maggioranza di Azzero Co2 che ha come clienti non si sa bene a che titolo Enel, Edison e Sorgenia, fiera del fatto che una “struttura decentrata” come il Kyoto Club abbia come presidente quella Catia Bastoli che è presidente di Terna, amministratore delegato di Novamont che produce il materiale per i famosi sacchetti (realizzati poi da decine di aziende diverse) , di Matrica Spa una joint venture con Enel, nonché membro della giunta e del comitato direttivo di Federchimica, di quello  di Plastics Europe – Italia e dulcis in fundo  consigliere di amministrazione di Fondazione Cariplo. Insomma un bel centro di interessi attorno a cui ruota tutto il meccanismo di aziende, onlus, colossi della chimica e fondazioni che poi ungono i meccanismi della politica.

Questa premessa era necessaria per parlare dei famosi sacchetti del supermercato e per allontanare ogni possibile credulità popolare o politica in merito al fatto che si tratti di una misura ecologica che va a favore dell’ambiente. Non lo è per sei fondamentali e incontrovertibili motivi: che la fabbricazione di questi sacchetti richiede più energia e acqua di quelli in normale plastica biodegradabile, consuma insomma più ambiente; che la loro compostabilità è per ora limitata al 40%; che per questo devono in ogni caso finire in impianti ad hoc per il loro smaltimento visto tra l’altro che non sono adatti né alla produzione di biogas né agli impianti normali che ne vengono intasati; che la produzione richiede ancora più consumo di terreno agricolo, il che – come è accaduto per i biocarburanti – è un incentivo al supersfruttamento della terra con uso senza limiti di chimica e di ogm; che l’utilizzo limitato ai banchi di frutta e verdura dei supermercati li rende di fatto inutili, eliminando solo una parte marginale in peso dei normali biodegradabili; che il furbesco divieto di dotarsi di sacchetti non usa e getta finisce per aggravare il problema invece di attenuarlo. Purtroppo si tratta di argomenti, ovvero di veleni mortali per l’italiota tipo.

La realtà è che si ci troviamo di fronte a una tassazione surrettizia che costerà dai 20 a 50 euro a famiglia, che parte da un pretesto ecologico fasullo, passa all’incasso attraverso una serie di aziende amiche e ritorna in qualche percentuale ai valorosi legislatori che hanno messo assieme questo colpo e che vengono difesi a spada tratta proprio da Lega Ambiente che ha le mani in pasta. La pretesa che non si tratti di una imposta occulta come ciancia la nostra onlus perché i sacchetti si pagavano anche prima senza che ce ne si accorgesse è il tipico sillogismo della mutua perché il costo occulto rimane esattamente quello di prima e ora se ne aggiunge uno ulteriore visibile. In realtà tutta l’operazione, come del resto molto del nostro ecologismo nostrano, si basa esclusivamente su affari e suggestioni: c’è l’obbligo dei sacchetti bio a pagamento, ma che importa un piccolo sacrificio di fronte all’ambiente. Verissimo, ma bisogna però essere sicuri di fare la cosa giusta e questa non lo è per nulla: se davvero si voleva proteggere l’ambiente si poteva fare ciò che raccomanda l’Onu e come si fa sostanzialmente nel resto d’Europa, ovvero usare sacchetti concepiti per essere usati moltissime volte obbligando i supermercati alla loro vendita e i clienti al loro uso, oppure si poteva decidere di rendere obbligatorio il biocompostabile per tutti i sacchetti di qualunque tipo. Ma quest’ultima non era un’operazione percorribile perché dopotutto l’Ad di Novamont è anche presidente dei plastificatori euro italiani, mentre la prima avrebbe danneggiato gravemente gli interessi della filiera produttiva che abbiamo visto all’opera.

Però c’è molta gente contenta di pagare la campagna elettorale del Pd e di Renzi facendo per giunta qualcosa per l’ambiente: un vero peccato che proprio il governo italiano mentre preparava questa mossa abbia entusiasticamente collaborato a Bruxelles ad affossare gli accordi di Parigi e rimandare tutto alle calende greche. Questo non lo troverete nel sito di Lega ambiente: però chi vuole mettere la testa nerl sacchetto è servito.

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Un Paese nel sacchetto

SupermercatoAnna Lombroso per il Simplicissimus

Con sollievo leggo della crisi dei centri commerciali, coi loro smisurati parcheggi ormai deserti, i lungi corridoi espositivi polverosi, dell’abbandono in cui versano  le nuove cattedrali dove si officiava la liturgia del consumo, che avevano sostituito piazze e corsi di paese dove la gente  si incrociava e si dava appuntamento in scenari di cartapesta e stagioni artificiali e sempre uguali. E allo stesso modo non mi piacciono i supermercati: meglio il mercato di rione scomparso, perfino la botteguccia sotto casa, sguarnita e cara come bulgari dove con la serranda mezza abbassata implori il cingalese ermetico di darti le sei uova per una frittata d’emergenza, di gran lunga preferibili a quella colonna sonora di annunci e musiche ambient,  a quelle luci che confondono, a mappe incerte che rendono irrintracciabili prodotti e merci tra   meste coppie con lei che vieta al marito l’acquisto di salamini punendo l’eterno fanciullino che risiede in ogni maschio, bimbi che strepitano e il panorama avvilente di carrelli colmi di 4 salti in padella  e patatine surgelate raccomandate da masterchef acchiappacitrulli.

E adesso ci andrò ancora più malvolentieri: dall’1 gennaio è entrata in vigore la norma inquattata nel Il decreto Mezzogiorno approvato in agosto, grazie alla quale  quei sacchetti leggerissimi di plastica in cui si raccolgono, si pesano e si prezzano i prodotti venduti sfusi come frutta, verdura o affettati devono   essere di plastica biodegradabile, devono essere monouso, devono essere a pagamento  a differenza che in gran parte degli altri Paesi europei.

Il provvedimento avrebbe  una duplice vocazione: quella pedagogica, per stimolare i consumatori a comportamenti più sostenibili, e quella di dare sostegno alle imprese italiane del settore, penalizzate dalla massiccia importazione di shopper da partner europei come Francia e Spagna. E ad una in particolare, ma si tratta certamente di una malignità,  che agisce in regime di   monopolio, Novamont,  e che fa riferimento a un soggetto  ben identificato che gravita con entusiasmo intorno alla cerchia renziana, in veste di testimonial e sponsor.

Ora non c’è da avere dubbi che la decisione   di far pagare ai consumatori i sacchetti biodegradabili per la spesa, compresi perfino quelli delle farmacie, nasca da un intento esplicitamente speculativo, altrimenti sarebbe la prima volta che un governo  dei tanti che si sono avvicendati non assecondi e appaghi gli avidi appetiti di lobby e imprese  a cominciare da eccellenti norcini fornitori delle real case.

E dovremmo esserci abituati. Ma non si è mai abbastanza assuefatti alla ipocrita speculazione morale che ben i colloca nel contesto della necessaria e doverosa ubbidienza ai diktat europei, pera poco sentiti nel caso di tortura, norme antiriciclaggio e  corruzione, traffico di rifiuti anche a mezzo navi. È che la pretesa e la rivendicazione di tenaci convinzioni ecologiche da parte del partito unico suona davvero come un’offesa per  chiunque si  senta in bilico su una fragile palla appesa e pericolate, e in un paese assoggettato all’impero delle puzze e dei gas in guerra con popoli e col pianeta che li ospita, con governi che hanno licenziato leggi in favore di condoni infausti per il territorio, che hanno bloccato da anni qualsiasi seria misura per il contenimenti del consumo di suolo, che scelgono ostinatamente di investire in grandi e pesanti opere invece di mobilitare risorse per la salvaguardia e il risanamento idrogeologico e per gli interventi antisismici,   che autorizzano le maledette trivelle. Che concedono licenze premio per lo sfruttamento delle spiagge con annesse costruzioni mai abbastanza effimere, manomettono le regole nazionali e europee con  l’infame Decreto legislativo 104,   che rende la valutazione di impatto ambiente un affare contrattato tra imprese e governo.  Coi sindaci del Pd in prima fila nella cura del ferro perfino sotto le piazze di Firenze e le regioni  che come in Sardegna approvano il maxi  aumento di volume per hotel e lottizzazioni sul mare, a imitazione del piano casa di Berlusconi.  

Perfino in questo caso l’ambientalismo di governo si mostra per quello che è. Una montatura retorica a copertura di opachi interessi privati: in barba ai capisaldi ecologici del riuso e del riciclaggio, i sacchetti sono monouso e – se resistono – possono essere usati unicamente per la raccolta domestica dell’umido con gli esiti che qualsiasi regine dalla casa conosce. Ci si accontenta di poco. Gli shopper d ovranno essere biodegradabili e compostabili secondo le norme UNI EN 13432  con un contenuto di materia prima rinnovabile di solo il 40%, che diventerà del 50% dal 2020 e del 60% dal 2021, (proprio quella dei sacchetti Novamont?). Sicché viene meno gran parte dell’obiettivo ambientale: la loro vita è lunghissima e pure questi come quelli dell’ancien règime ce li ritroveremo sull’Everest o a soffocare gli atolli tra qualche secolo, ammesso che la terra e noi resistiamo a certi ambientalismi.

Un gran numero di anime belle è molto attivo sul web, chi per raccontarci delle sue abitudini virtuose grazie a acquisti equi nel mercatino solidale, chi con la sporta di rete nel biologico a km zero e perfino chi con l’orticello sul terrazzo dell’attico. Poi ci sono quelli che insorgono: vi siete bevuti tutte le baggianate e avete subito tutti gli affronti inferti a lavoro, scuola, pensioni, cure e diritti e adesso improvvisamente vi svegliate per un furtarello che vi costerà 7 euro l’anno?

Sarò pure un’arcaica anarchica arruffona, ma in mancanza d’altro vedo come un segnale positivo anche i fermenti per il pane e l’assalto ai forni, considero un risveglio modesto ma non trascurabile quello di gente che dopo essere stata convertita  in merce da essere comprata e venduta, con l’unico superstite diritto, quello di consumare, non ha più i beni per esercitarlo e magari si ricorda degli altri perduti, espropriati. E si arrabbia.


Il Bel Salame

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ci sono notizie che esplodono come bombette puzzolenti lanciate da bulletti dentro ai cinema di periferia. Poi sembrano scomparire, il lezzo si affievolisce, i giovinastri pare si producano in altri miasmi. Invece  bisogna stare attenti perché il pericolo di essere asfissiati non passa. Succede con certe provocazioni lanciate per tastare il terreno, con certi annunci governativi sotto forma di promesse che al contrario sono minacce. Succede anche con progetti infami che si compiono sotto traccia nel silenzio complice dell’informazione.

Capita così che non sappiamo più nulla di quel centro  agroalimentare promosso dalla regione Umbria, dal Ministero delle politiche agricole e dalla Nestlé, capofila nella raccolta fondi, ma perlopiù  finanziato con fondi della Protezione Civile  peri via della sua profittevole qualità sociale di “struttura temporanea e reversibile” (sic)  “organizzata in una logica di rinaturalizzazione del sito”  e che dovrà ospitare  attività commerciali e di ristorazione a Castelluccio di Norcia. Ma guai chiamarlo centro commerciale: a luglio   la regione Umbria, insorta  in nome della verità e contro le fake news   (cui avevo modestamente contribuito anche io qui https://ilsimplicissimus2.com/2017/07/22/svenduti-senza-un-piatto-di-lenticchie/ ) aveva magnificato  pregi di iniziativa nata per rivitalizzare la piana – ancora senza strade e collegamenti, al fine di offrire una vetrina agli allevatori e imprenditori messi in ginocchio dal sisma – ancora senza stalle, con le bestie morte di fame e freddo, molti dei quali ancora senza alloggio e quindi sfrattati dal loro territorio, e concordata a suo dire con le risorse umane locali, ma aperta a produttori, industrie e osti di tutta Italia e quindi in un festoso regime di concorrenza sleale, volto, c’è da sospettarlo, a mettere a disposizione il luogo, la fama e la memoria di un territorio simbolo del settore agroalimentare italiano, a multinazionali, ben rappresentate dallo sponsor caritatevole coi nostri soldi, e a da salumieri di regime. E aveva annunciato   che  entro la metà di agosto si sarebbe conclusa la fase di gara per l’affidamento dei lavori, con una rapidità finora mai esperita per quanto riguarda lo sgombero delle macerie, l’assegnazione di alloggi quelli sì temporanei e reversibili, per non parlare dei sussidi agli operatori locali, delle defiscalizzazioni e degli aiuti.

Pare che invece abbia proceduto con invidiabile efficienza il concorso di attori a sostegno dell’ultima poliedrica iniziativa del real fornitore del giglio magico, Oscar di nome e autopremiatosi Oscar del coraggio, come da bestseller, del mecenatismo grazie a trasvolate di guglie del Duomo e a vergognose mostre a fine didattico sul Rinascimento tramite luganeghe, e ora candidato anche a miglior fico del bigoncio, grazie appunto a Fico, il sequel dell’Expo in cui ha imperato in regime di esclusivo monopolio: 80.000 metri quadrati dati  in concessione per 40 anni dal Comune di Bologna e della Regione Emilia Romagna, 45 punti di ristoro alle porte di Bologna che saranno presenti all’interno di  Fabbrica italiana contadina, “un’arca” sulla biodiversità dell’agroalimentare italiano, con un percorso che andrà – pensate un po’ – dai campi, con due ettari di coltivazioni, alla produzione, con 40 stabilimenti artigianali, fino al piatto. “Puntiamo a 6 milioni di visitatori l’anno”. Al cui servizio presteranno la loro opera, nella maggior parte volontaria ma “formativa”,  700 dipendenti   in un’altra gioiosa sperimentazione dei fasti del Jobs Act, grazie al trionfo di contratti non più straordinari e al vergognoso istituto di sfruttamento legale dell’alternanza scuola lavoro.   E siccome Farinetti vanta anche una vocazione pedagogica,  Fico  ospiterà 40 monumenti di archeologia industriale come significativo corredo a gorgonzola e ‘nduja, gentilmente concessi dal Museo della civiltà contadina, incantato dal sogno demiurgico di  una «disneyland dell’ enogastronomia made in Italy» cui partecipano, con il Gran Norcino,  il Centro agro alimentare di Bologna (Caab), il Comune di Bologna e Coop Alleanza 3 e che verrà promossa in tutto il mondo grazie all’ Enit, l’ agenzia nazionale per il turismo.

Intanto Confesercenti denuncia che a Cascina Merlata “ un nome bucolico per una ulteriore gettata di cemento tra i quartieri Gallaratese e Quarto Oggiaro”  dovrebbe sorgere uno dei più grandi centri commerciali d’Europa, realizzato e gestito da Falcon Malls, del gruppo Fawaz Alhokair dell’Arabia Saudita, cui si aggiungerebbe ben presto una struttura gemella a ridosso – solo “a ridosso”? –  delle aree che hanno ospitato l’ Expo, di fianco all’ipotizzato distretto della salute, dove dovrebbero andare gli Istituti Besta e Tumori, in modo da avvalersi di servizi e viabilità.

Il destino d’Italia è segnato: quello di un parco tematico che combina merci uguali in tutto il mondo e storia senza uguali, una mangiatoia dove cittadini ormai affamati devono prestarsi a mansioni servili,  un supermercato della memoria e della creatività, organizzato per offrire a passanti frettolosi lo sfondo per i loro selfie, un mall della bellezza senza residenti, ma solo clienti. Clienti che sono sempre più poveri e in numero sempre più ridotto. Proprio perché viene meno quel tessuto  diffuso di beni artistici e paesaggistici, per far posto a imitazioni delle città e dei loro palazzi, perfettamente sovrapponibili a Milano come a Dubai, in Sicilia come in Minnesota. Così è preferibile aggirarsi tra i canali falsi della Venezia di Las Vegas e tra le vie della San Gimignano di Chongqing, se i banchi e le vetrine della Mecca e Riyad, di Pittsburgh o di Chandigarh espongono lo stesso lusso per gli stessi ricchi, ugualmente avidi e annoiati.

 

 

 

 


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