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Sinistra organica e umida

arcimb Anna Lombroso per il Simplicissimus

C’è un aspetto particolarmente miserabile e desolante che colpisce nella grottesca vicenda dei “sacchetti”.

Ed è lo sprezzo altezzoso con il quale hanno trattato la protesta, forse arruffona e ingenua, anche soggetti abitualmente critici nei confronti di soprusi e balzelli governativi, una spocchia maturata grazie a  acquisti equi e solidali, a baratti con deliziati procacciatori di uova da covate armoniose, salamini derivanti da maiali liberi e festosi, oli da olive brucanti e gioviali,  alla frequentazione di  folcloristici mercatini a km zero, a sedani ridenti e carote giocose che escono da reticelle e borse intrecciate nelle geografie scelte per vacanze intelligenti. Nulla a che fare con i brutali e maleducati forzati dei supermercati, con le loro spese irresponsabili e infantilmente viziate,  con l’autodafè  dei carrelli cigolanti, stracolmi di sughi pronti e pizze surgelate.

Non c’è da stupirsi di certi schizzinosi e della loro acquiescenza smorfiosa a  una retorica ambientalista, interpretata magistralmente da una dirigenza verde che con  la raccolta degli shopper in spiaggia si redime  del consenso accordate a indecorosi sacchi del territorio, condoni,  “sblocca italia”, Valutazioni di impatto ambientale piegate alle ragioni egemoniche dei privati, della loro accettazione come incontrastabili della Terra dei Fuochi, dell’Ilva e pure dei conflitti di interesse, dazio da pagare per stare nel progresso con la speranza che la “manina” distribuisce qualche beneficio grazie alla generosità di imprenditori innovativi.  O  della sprezzante rivendicazione di superiorità e consapevolezza,  rispetto a plebei tumulti egoistici e fermenti micragnosi che si agitano intorno a 20 infimi  20 centesimi, dei fedeli a un’Europa anche quella irrinunciabile.

Ma nemmeno tanto sotto c’è il timore di venire assimilati ai beceri populismi, agli odiati 5stelle, ai forconi, agli assalti ai forni, a quel malcontento legittimo, ma così maleducato, interpretato da nuovi straccioni che in passato hanno avuto troppo e che viene su dalla pancia, in specie se è vuota, incontenibile come un borborigmo e volgare e ignorante e perciò molesta e riprovevole da chi pensa ancora a una innegabile superiorità di movimenti tradizionali, di organizzazioni strutturate ancorché  liquide, quelle stesse che vivono grazie alla ostensione pubblica e reiterata della impossibilità di un’alternativa e che hanno platealmente eseguito la rinuncia e il tradimento di qualsiasi ideologia che non sia la sudditanza al pensiero nei liberista. Convinti che lo status quo brutto disonorevole e condiviso per vigliaccheria, sia meglio di un ignoto forse promettente seppure sconosciuto e imprevedibile. Persuasi che sia rispettabile e decoroso ripiegare su quello che viene continuamente accreditato come il meno peggio,  quella feroce “concretezza” della realpolitik, quegli imperativi implacabili della necessità e opportunità e quindi  la improrogabile cancellazione anche dall’orizzonte immaginario di una alternativa a quello che abbiamo intorno e ci viene imposto come fatale.

Sono loro che guardano, affacciati alla loro finestrina angusta, lo svolgersi degli eventi, la dissoluzione di esperienze, quella del Brancaccio definita icasticamente un’Isola dei Famosi, il riaffacciarsi delle solte mutrie, i colpi di coda di mostri riluttanti a recedere e si sa che alla fine cercheranno riparo sotto l’ombrello del partito unico, con tanti spicchi colorati che nascondo un cielo cui non sanno guardare. Aspettiamoci i soliti caldi inviti dunque a non disperdere voti che  favorirebbe una destra –  fantasmatica e indefinibile rispetto alla loro così evidente? Aspettiamoci la disincantata bonarietà con cui condannano al limbo delle anime belle programmi e aggregazioni volonterose.

Chi oggi pensa che il meglio non sia nemico del bene. Che non ci si deve arrendere al meno peggio, sarà opportuno che sia meno schizzinoso, per timore di non piacere a intellettuali e commentatori che hanno bisogno del  Viagra movimentista per rimanere giovani. Non basta redigere un quadro generoso dei cosa vogliamo, un inventario degli ideali e delle aspirazioni, quello che hanno disegnato con giovanile e entusiasta potenza i tanti che in 140 assemblee stanno facendo circolare i propositi di Potere al Popolo: 15 punti  o meglio obiettivi fondativi  dalla “rottura” dell’Unione Europea dei trattati all’uscita dalla Nato, dalle nazionalizzazioni/ripubblicizzazione di banche e aziende strategiche, all’amnistia per i reati connessi alle lotte sociali e sindacali, che dovrebbero  consolidare legami e strategie comuni con lavoratori in lotta: da quelli di Almaviva, di Sky, di Atac,    ai metalmeccanici delle acciaierie di Terni, agli autoconvocati della scuola, e tanti altri ancora,con i precari, i disoccupati, gli occupanti, gli sfruttati, i licenziati… e più in generale con chi subisce la crisi voluta e generata da chi ha e vuole sempre di più.

Potere al Popolo fa irruzione in una campagna elettorale nella quale i contendenti ancora una volta ricorrono al manuale Cencelli o alla sua conversione online, non può essere questo nemmeno il primo traguardo intermedio e nemmeno il banco di prova, perché si sarebbe destinati a una mesta ritirata in un contesto avvelenato e truccato, nella totale eclissi dell’informazione, nel ridicolo cui viene condannata qualsiasi iniziativa di rottura degli equilibri mai abbastanza precari dell’establishment.

Guardare a oggi e a domani ben oltre la scadenza notarile del 4 marzo, senza pregiudizi e senza chiudere la porta in faccia a nessuno per intercettare consenso e promuovere un coagulo di pensiero e forza, è necessario per verificare la fondatezza di quel progetto di sindacalizzazione territoriale che non basta da sola ma che è preliminare a un nuovo modo di fare politica, quella combinazione di buone ‘pratiche’ che prefigurano modalità altre di relazioni produttive, della tutela e del godimento dei beni comuni e del patrimonio naturale che vedono la loro avanguardia in resistenze lontane da noi eppure così vicine, quelle irriducibili dei popoli indigeni, dei contadini, delle popolazioni impoverite e di quanti non hanno smesso di usare il proprio cervello e il proprio coraggio, seppure oscurati dai media, quelle di chi non cede bendandosi gli occhi e tappandosi le orecchie, con un attendismo fatale e prescritto,  alla minaccia dell’affermazione definitiva e catastrofica della superpotenza delle imprese transnazionali, dei conglomerati industriali-finanziari.

Qualcuno ha detto che ormai la sinistra rappresenta o i mendicanti, invisibili, o l’alta borghesia, appartata nelle sue enclave, avendo segnato ormai la sua separazione dal popolo. e dai suoi bisogni, dalle sue paure, dai suoi desideri, Eppure sarebbe ancora possibile tornare a parlare di bene e di male, di giustizia e solidarietà, di accoglienza e redistribuzione. di amicizia e interesse comune, di ideali e di idee, quelle che di solito non trovano mai posto sui manifesti elettorali.

 

 

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Mettere la testa nel sacchetto

mrsaccoNon c’erano dubbi che Legambiente sarebbe stata favorevolissima alla tassa sui sacchetti biocompostabili, anzi sugli shopper come dice questa organizzazione dal nome italiano, ma sulla cui pagina se si va a vedere ” chi siamo” compare una lunga, anodina e vacua pappardella in inglese, quando il sito ha già una sua versione in quella lingua.  Questo tanto per inquadrare in senso lato il rispetto che questa onlus ha degli italiani e probabilmente per indicare anche la provenienza dei suggerimenti e delle tesi. Ma andando poi a leggere i nomi che compongono gli organismi dirigenti scopriamo una marea di ex piddini dell’appennino, di quelli con le mani in pasta sul territorio per intenderci e un coordinamento scientifico che presenta qualche anomalia come collegamento impropri con aziende alimentari o enti di produttori agricoli.

Il fatto è che Legambiente scrive in inglese, ma è italianissima avendo all’attivo potenziali conflitti d’interesse che da una parte si configurano incompatibili con lo status di onlus e dall’altro anche con la consistenza e la neutralità che ci si dovrebbe attendere. Tutte cose di cui la onlus va invece fiera: fiera di detenere la maggioranza di Azzero Co2 che ha come clienti non si sa bene a che titolo Enel, Edison e Sorgenia, fiera del fatto che una “struttura decentrata” come il Kyoto Club abbia come presidente quella Catia Bastoli che è presidente di Terna, amministratore delegato di Novamont che produce il materiale per i famosi sacchetti (realizzati poi da decine di aziende diverse) , di Matrica Spa una joint venture con Enel, nonché membro della giunta e del comitato direttivo di Federchimica, di quello  di Plastics Europe – Italia e dulcis in fundo  consigliere di amministrazione di Fondazione Cariplo. Insomma un bel centro di interessi attorno a cui ruota tutto il meccanismo di aziende, onlus, colossi della chimica e fondazioni che poi ungono i meccanismi della politica.

Questa premessa era necessaria per parlare dei famosi sacchetti del supermercato e per allontanare ogni possibile credulità popolare o politica in merito al fatto che si tratti di una misura ecologica che va a favore dell’ambiente. Non lo è per sei fondamentali e incontrovertibili motivi: che la fabbricazione di questi sacchetti richiede più energia e acqua di quelli in normale plastica biodegradabile, consuma insomma più ambiente; che la loro compostabilità è per ora limitata al 40%; che per questo devono in ogni caso finire in impianti ad hoc per il loro smaltimento visto tra l’altro che non sono adatti né alla produzione di biogas né agli impianti normali che ne vengono intasati; che la produzione richiede ancora più consumo di terreno agricolo, il che – come è accaduto per i biocarburanti – è un incentivo al supersfruttamento della terra con uso senza limiti di chimica e di ogm; che l’utilizzo limitato ai banchi di frutta e verdura dei supermercati li rende di fatto inutili, eliminando solo una parte marginale in peso dei normali biodegradabili; che il furbesco divieto di dotarsi di sacchetti non usa e getta finisce per aggravare il problema invece di attenuarlo. Purtroppo si tratta di argomenti, ovvero di veleni mortali per l’italiota tipo.

La realtà è che si ci troviamo di fronte a una tassazione surrettizia che costerà dai 20 a 50 euro a famiglia, che parte da un pretesto ecologico fasullo, passa all’incasso attraverso una serie di aziende amiche e ritorna in qualche percentuale ai valorosi legislatori che hanno messo assieme questo colpo e che vengono difesi a spada tratta proprio da Lega Ambiente che ha le mani in pasta. La pretesa che non si tratti di una imposta occulta come ciancia la nostra onlus perché i sacchetti si pagavano anche prima senza che ce ne si accorgesse è il tipico sillogismo della mutua perché il costo occulto rimane esattamente quello di prima e ora se ne aggiunge uno ulteriore visibile. In realtà tutta l’operazione, come del resto molto del nostro ecologismo nostrano, si basa esclusivamente su affari e suggestioni: c’è l’obbligo dei sacchetti bio a pagamento, ma che importa un piccolo sacrificio di fronte all’ambiente. Verissimo, ma bisogna però essere sicuri di fare la cosa giusta e questa non lo è per nulla: se davvero si voleva proteggere l’ambiente si poteva fare ciò che raccomanda l’Onu e come si fa sostanzialmente nel resto d’Europa, ovvero usare sacchetti concepiti per essere usati moltissime volte obbligando i supermercati alla loro vendita e i clienti al loro uso, oppure si poteva decidere di rendere obbligatorio il biocompostabile per tutti i sacchetti di qualunque tipo. Ma quest’ultima non era un’operazione percorribile perché dopotutto l’Ad di Novamont è anche presidente dei plastificatori euro italiani, mentre la prima avrebbe danneggiato gravemente gli interessi della filiera produttiva che abbiamo visto all’opera.

Però c’è molta gente contenta di pagare la campagna elettorale del Pd e di Renzi facendo per giunta qualcosa per l’ambiente: un vero peccato che proprio il governo italiano mentre preparava questa mossa abbia entusiasticamente collaborato a Bruxelles ad affossare gli accordi di Parigi e rimandare tutto alle calende greche. Questo non lo troverete nel sito di Lega ambiente: però chi vuole mettere la testa nerl sacchetto è servito.


Un Paese nel sacchetto

SupermercatoAnna Lombroso per il Simplicissimus

Con sollievo leggo della crisi dei centri commerciali, coi loro smisurati parcheggi ormai deserti, i lungi corridoi espositivi polverosi, dell’abbandono in cui versano  le nuove cattedrali dove si officiava la liturgia del consumo, che avevano sostituito piazze e corsi di paese dove la gente  si incrociava e si dava appuntamento in scenari di cartapesta e stagioni artificiali e sempre uguali. E allo stesso modo non mi piacciono i supermercati: meglio il mercato di rione scomparso, perfino la botteguccia sotto casa, sguarnita e cara come bulgari dove con la serranda mezza abbassata implori il cingalese ermetico di darti le sei uova per una frittata d’emergenza, di gran lunga preferibili a quella colonna sonora di annunci e musiche ambient,  a quelle luci che confondono, a mappe incerte che rendono irrintracciabili prodotti e merci tra   meste coppie con lei che vieta al marito l’acquisto di salamini punendo l’eterno fanciullino che risiede in ogni maschio, bimbi che strepitano e il panorama avvilente di carrelli colmi di 4 salti in padella  e patatine surgelate raccomandate da masterchef acchiappacitrulli.

E adesso ci andrò ancora più malvolentieri: dall’1 gennaio è entrata in vigore la norma inquattata nel Il decreto Mezzogiorno approvato in agosto, grazie alla quale  quei sacchetti leggerissimi di plastica in cui si raccolgono, si pesano e si prezzano i prodotti venduti sfusi come frutta, verdura o affettati devono   essere di plastica biodegradabile, devono essere monouso, devono essere a pagamento  a differenza che in gran parte degli altri Paesi europei.

Il provvedimento avrebbe  una duplice vocazione: quella pedagogica, per stimolare i consumatori a comportamenti più sostenibili, e quella di dare sostegno alle imprese italiane del settore, penalizzate dalla massiccia importazione di shopper da partner europei come Francia e Spagna. E ad una in particolare, ma si tratta certamente di una malignità,  che agisce in regime di   monopolio, Novamont,  e che fa riferimento a un soggetto  ben identificato che gravita con entusiasmo intorno alla cerchia renziana, in veste di testimonial e sponsor.

Ora non c’è da avere dubbi che la decisione   di far pagare ai consumatori i sacchetti biodegradabili per la spesa, compresi perfino quelli delle farmacie, nasca da un intento esplicitamente speculativo, altrimenti sarebbe la prima volta che un governo  dei tanti che si sono avvicendati non assecondi e appaghi gli avidi appetiti di lobby e imprese  a cominciare da eccellenti norcini fornitori delle real case.

E dovremmo esserci abituati. Ma non si è mai abbastanza assuefatti alla ipocrita speculazione morale che ben i colloca nel contesto della necessaria e doverosa ubbidienza ai diktat europei, pera poco sentiti nel caso di tortura, norme antiriciclaggio e  corruzione, traffico di rifiuti anche a mezzo navi. È che la pretesa e la rivendicazione di tenaci convinzioni ecologiche da parte del partito unico suona davvero come un’offesa per  chiunque si  senta in bilico su una fragile palla appesa e pericolate, e in un paese assoggettato all’impero delle puzze e dei gas in guerra con popoli e col pianeta che li ospita, con governi che hanno licenziato leggi in favore di condoni infausti per il territorio, che hanno bloccato da anni qualsiasi seria misura per il contenimenti del consumo di suolo, che scelgono ostinatamente di investire in grandi e pesanti opere invece di mobilitare risorse per la salvaguardia e il risanamento idrogeologico e per gli interventi antisismici,   che autorizzano le maledette trivelle. Che concedono licenze premio per lo sfruttamento delle spiagge con annesse costruzioni mai abbastanza effimere, manomettono le regole nazionali e europee con  l’infame Decreto legislativo 104,   che rende la valutazione di impatto ambiente un affare contrattato tra imprese e governo.  Coi sindaci del Pd in prima fila nella cura del ferro perfino sotto le piazze di Firenze e le regioni  che come in Sardegna approvano il maxi  aumento di volume per hotel e lottizzazioni sul mare, a imitazione del piano casa di Berlusconi.  

Perfino in questo caso l’ambientalismo di governo si mostra per quello che è. Una montatura retorica a copertura di opachi interessi privati: in barba ai capisaldi ecologici del riuso e del riciclaggio, i sacchetti sono monouso e – se resistono – possono essere usati unicamente per la raccolta domestica dell’umido con gli esiti che qualsiasi regine dalla casa conosce. Ci si accontenta di poco. Gli shopper d ovranno essere biodegradabili e compostabili secondo le norme UNI EN 13432  con un contenuto di materia prima rinnovabile di solo il 40%, che diventerà del 50% dal 2020 e del 60% dal 2021, (proprio quella dei sacchetti Novamont?). Sicché viene meno gran parte dell’obiettivo ambientale: la loro vita è lunghissima e pure questi come quelli dell’ancien règime ce li ritroveremo sull’Everest o a soffocare gli atolli tra qualche secolo, ammesso che la terra e noi resistiamo a certi ambientalismi.

Un gran numero di anime belle è molto attivo sul web, chi per raccontarci delle sue abitudini virtuose grazie a acquisti equi nel mercatino solidale, chi con la sporta di rete nel biologico a km zero e perfino chi con l’orticello sul terrazzo dell’attico. Poi ci sono quelli che insorgono: vi siete bevuti tutte le baggianate e avete subito tutti gli affronti inferti a lavoro, scuola, pensioni, cure e diritti e adesso improvvisamente vi svegliate per un furtarello che vi costerà 7 euro l’anno?

Sarò pure un’arcaica anarchica arruffona, ma in mancanza d’altro vedo come un segnale positivo anche i fermenti per il pane e l’assalto ai forni, considero un risveglio modesto ma non trascurabile quello di gente che dopo essere stata convertita  in merce da essere comprata e venduta, con l’unico superstite diritto, quello di consumare, non ha più i beni per esercitarlo e magari si ricorda degli altri perduti, espropriati. E si arrabbia.


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