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L’importanza di chiamarsi fattorino

190923991-c555b2c2-0c3d-49c5-bbd4-cecf04c6d289Ieri mi sono occupato di alcune curiosità linguistiche riguardo al black friday, ennesima tonnara di importazione dei consumismo  e oggi voglio interpretare nella stessa maniera un caso più rilevante per il futuro del lavoro , ossia l’inizio della ribellione dei semischiavi che lavorano per la cosiddetta gig economy, quella che distribuisce cibo o fa l’autista per Uber o magari comincia a lavorare per l’ e- commerce con contratti a cottimo. C’è stata una rivolta (vittoriosa) in Gran Bretagna un anno fa e ieri c’è stata la prima manifestazione volta a chiedere più diritti e salari quanto meno da sopravvivenza organizzata della Rider Union Bologna, ovvero da quelli che lavorano nel setoore del recapito del cibo a domicilio. Ma appunto qui si annida uno dei problemi nascosti: la difficoltà piscologica a chiamarsi fattorini induce questi lavoratori ad accettare e far proprio la definizione di rider, creata nell’ambito della stessa egemonia culturale che pretende di ridurli a falsi autonomi e schiavi reali, ricorrendo a un nome di fantasia.

Rider non significa nulla o come più spesso accade in inglese indica una panoplia di cose, da cavaliere a ciclista a secopnda dei contestiu che tuttavia non hanno nulla a che vedere con il fattorinaggio il quale viene invece denotato da altri e diversissimi nomi che richiamano direttamente le diverse funzioni: da delivery man a golfer, bellboy, messenger e un’altra decina di espressioni più o meno gergali, così come del resto accade per pony express: lo scopo del suo uso sembra innocente e invece non lo è affatto: serve a sottrarre significato a una funzione, a confondere e a nascondere sia ai fruitori che ai lavoratori stessi la struttura reale del rapporto in cui sono implicati. Gioca sul narcisismo iniettato in tutti questi anni, sulla novità e sull’incertezza per trasformare un lavoro di fatto dipendente e a bassa retribuzione in una falsa attività autonoma. E’ un processo generale: man mano che il lavoro perde diritti e diventa più soggetto a ordini e ricatti tutta la comunicazione ha di fatto eliminato il vocabolo e lo ha sostituiti con il neutro ed equivoco “collaboratore”.

Purtroppo la questione linguistica è sempre stata emarginata nel pensiero della sinistra e dunque non ne sono rimasti nemmeno dei residui vestigiali, anzi quasi quasi si è ritenuto, nell’ambito di una persistente e per certi versi insensata ortodossia marxista che lo stesso Marx avrebbe attaccato, che tra linguistica e filosofia della praxis ci fosse una incompatibilità e che la prima appartenesse al mondo liberale e capitalistico. Così a parte qualche notazione di Lenin sull’auto determinazione delle nazioni, riconosciute proprio in base all’unità linguistica, l’unico a parlarne è stato Gramsci che riconosceva  l’importanza centrale della questione nell’ambito dell’egemonia culturale e per questo immenso peccato ha rischiato di vedersi bollato come uno che voleva abiurare il comunismo.  Del resto come hanno argomentato diversi saggisti il nucleo del pensiero  eterodosso gramsciano pende spunto e corpo dai dibattiti dinamici e innovativi che accompagnarono nei primi anni della Russia rivoluzionaria e nella stessa Internazionale Comunista, i complessi tentativi di attuare politiche linguistiche e culturali ispirate al marxismo di Lenin. Prima dell’irrigidimento staliniano Gramsci che che soggiornò  spesso in Russia tra il 22 e il 25 partecipò da vicino a questi dibattiti sulla questione nazionale, sulla lingua dei giornali e sulla comunicazione pubblica, sulla lotta all’analfabetismo, l’educazione linguistica, la catalogazione e pianificazione linguistica nell’immenso Stato sovietico. Tutto questo si è perso col tempo, nonostante Gramsci sia considerato uno dei pensatori più brillanti e interessanti in ambito marxista e nonostante l’evidenza che la lingua sia sempre gestita dalle classi dominati questo argomento viene dimenticato, esattamente come vuole il pensiero unico contemporaneo. Vabbè qui non basterebbero volumi per parlare dell’antropologia marxista e della sua mummificazione,  ma non c’è alcun dubbio che non esiste economia o rapporto di produzione senza lingua perché è da essa che nasce ogni possibile trasformazione della natura, ogni rapporto storico e dialettico.

Prima però di partire per la tangente torniamo al fatto concreto: è del tutto evidente che anche che nel discorso pubblico e persino in sede giudiziaria una parola nuova e inventata ad hoc, meglio ancora se priva di efficacia semantica in un certo contesto linguistico, ha il suo peso perché tende a rendere meno chiari i rapporti impropri  e schiavistici che invece balzerebbero agli occhi se invece di riders si parlasse di fattorini, Anzi peggio si tende a far dimenticare le vecchie conquiste e la dignità del lavoro, inventando nuove false categorie e nuovi falsi rapporti di produzione. Probabilmente gli stessi riders o gli uberman, prima di scontrarsi con la dura realtà, non si sono considerati fattorini o autisti a cottimo, ma pionieri di una nuova economia di una nuova concezione del lavoro, surfisti del nuovo e sono caduti in trappola più facilmente.  A volte è importante definirsi per come si è e questo vale ormai per tutti i settori.

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