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Mayday, mayday stiamo precipitando

oleary_c272982b90fb8a144ecda84ec0ad35b4_rb_600Il fermo di Ryanair non più limitato a poche settimane, ma a un lungo periodo che arriverà fino al marzo del 2018 non è una crisi temporanea dovuto a qualche spiacevole concomitanza, ma fa da sismografo, annuncia la crisi di un intero modello di economia che sembrava perennemente in marcia e che fino a pochi mesi fa aveva l’ambizione di papparsi persino Alitalia. Le caratteristiche di questo paradigma sono ben note, anche perché vengono auspicate in ogni campo dal breviario liberista e dai sacramenti chiamati  competitività e produttività: salari bassissimi, niente diritti, niente sicurezza supersfruttamento del personale con turni massacranti, utilizzo del stesso come piazzisti ad alta quota, assenza di riposi adeguati, utilizzo dei velivoli aerei al limite. Ma anche con questo i voli da 30 euro per le capitali europee per esempio, non sarebbero possibili se allo schiavismo neo liberista non si fosse aggiunto un altro elemento che sotto qualche forma troviamo presente in ogni privatizzazione o raccolta fondi o marchingegno messo in atto in quelli che si chiamano servizi universali. Ovvero il drenaggio di soldi pubblici per moltiplicare profitti privati.

Non è certo un mistero che il boom dei voli a basso costo si sia costruito grazie ai corposi contributi che amministrazioni locali, regionali, nazionali hanno dato a questo tipo di compagnie per servire tratte e zone che altrimenti non sarebbero state remunerative con l’intenzione spesso frustrata di sviluppare il turismo, soddisfare ambizioni politiche appagando campanilismi assurdi, creare aree di clientela sia per la gestione degli scali che per la loro messa in opera. Per quanto riguarda solo l’Italia i conti sono complicati e in parte sfuggenti o opachi ma delineano una realtà incredibile: abbiamo gli 80 milioni di contributi della Sardegna testimoniati dalla stessa Ue, i 25 euro a passeggero pagati proprio a Ryanair dall’aeroporto di Verona o i 30 milioni di Brescia e Pisa versati alle compagnie low cost.  Calcolando, ma molto per difetto, una media di 5 euro a passeggero che è quasi uno standard e moltiplicandolo per gli 80 milioni di passeggeri delle low cost negli ultimi sette anni si arriva ai 400 milioni negli ultimi sette anni.

Il fatto è che si tratta molto spesso di un drogaggio che all’economia vera delle aree porta poco visto che attrae un analogo turismo low cost volubile e tutto immerso in una sfera di volgarissima omologazione o sviluppa traffici futili non dovuti all’attrattività della zona, ma solo alla leggerezza dei biglietti impossibile senza contributi pubblici. Ora in qualche situazione questo può aver apportato qualche vantaggio, ma generalmente i voli a basso costo hanno suscitato una domanda di turismo a basso costo rivelandosi così un boomerang. Inutile dire che in un’area piccola come l’Italia e come quella in genere dei Paesi europei tanti aeroporti servono a poco o nulla visto che le distanze stradali o ferroviarie sono ridotte e in un Paese ben governato si sarebbe puntato soprattutto sulla qualità degli aeroporti stessi e sulla rapidità dei collegamenti piuttosto che sulla moltiplicazione degli scali. Ma insomma inutile dire che tutto questo meccanismo funziona solo se si pretende che le spese complessive per il personale raggiungano a stento il 10 per cento e non il venticinque come accade per le altre compagnie.

Alla fine però quando i dipendenti rialzano la testa, quando per piloti e assistenti si aprono altre strade che offrono un lavoro più dignitoso come sta accadendo in questo periodo ecco che tutto va in crisi e rischia di essere crisi nera perché meno voli non significano solo meno biglietti, meno plus spremuto al personale, ma anche meno contributi con i soldi di tutti. Del resto non è soltanto Ryanair ad cominciare a sentire i morsi della crisi, anche altre imprese che vivono immerse nella stessa filosofia, Uber, Amazon, Airbnb per citare le più note cominciano ad incontrare non pochi problemi visto che il circolo vizioso tra salari bassi e precari e bassi costi si è retto fino ad ora sul fatto che i primi ci hanno messo un certo tempo a planare verso i bassifondi di oggi mentre il vantaggio del low cost (non si parla solo di aerei) è stato immediato, prospettando una sorta di illimitato ben godi. Ora però si sta giungendo a un punto di equilibrio e tutto inizia a saltare: il liberismo senza regole inaugurato da Wall Mart comincia a conoscere le sue conclusioni logiche, nelle quali il consumo matto e disperatissimo può essere sostenuto da sempre meno persone e i profitti giganteschi fatti sulle delocalizazioni non possono più essere sostenuti.

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