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Tunisia, le donne, il petrolio e le multinazionali

042_CS_140478_1552782-k1jE--835x437@IlSole24Ore-WebGiornali in grande spolvero, specie quelli redatti in Italia, ma pensati a seimila chilometri di distanza verso ovest: si tratta di festeggiare la notizia che il presidente Essesbi vorrebbe dare alle donne tunisine la possibilità di sposare uomini non mussulmani senza l’obbligo che essi si convertano prima del fatidico si. Questo dimostrerebbe l’evoluzione del paese dopo la primavera araba e il successo del processo di civilizzazione di un regime sostenuto principalmente dai governi e dai petrolieri occidentali, i quali, similmente a ciò che avviene da noi in Europa e in Usa, spingono molto sulle libertà personali per tagliare quelle sociali.

Ora non vorrei dare l’impressione di essere contrario a un provvedimento del genere che mi sembra invece il minimo sindacale della convivenza , ma non capisco perché mentre si giubila per la Tunisia e si fa comprendere come essa, anche grazie a questo, stia uscendo dal medioevo, le medesime considerazioni vengono completamente dimenticate quando si tratta di altri: mi chiedo se in questi giornali e nelle catene dei media mainstream occidentali si sappia per esempio che in Israele sempre portato ad esempio di civiltà nel barbaro mare mussulmano, il matrimonio ( e il divorzio) è stato fino a ieri esclusivamente rabbinico, gestito direttamente dalle autorità religiose, dunque esclude uomini e donne che non siano di religione ebraica, per non parlare di laici. Così migliaia di israeliani sono costretti a sposarsi a Cipro dove invece ci si può unire civilmente, facendo la fortuna di questa piccola isola piena di agenzie che organizzano le nozze, fiorai, alberghi dedicati, catering e quant’altro: il 20 per cento del turismo in termini numerici, ma il 40 in termini di ritorno economico, è dovuto a questa migrazione nuziale.

Eppure su tutto questo si stende un silenzio infinito perché non si può dire che lo stato ebraico sotto certi aspetti appare più integralista di molte aree mussulmane dove almeno formalmente le unioni civili esistono. Ma non è di questo che voglio parlare quanto piuttosto della Tunisia come un esempio di narrazione deviata che si pretende sia informazione: il regime di Ben Ali, durato la bellezza di 23 anni, sostanzialmente aveva svenduto il Paese ai petrolieri, in cambio di mazzette che assommano a milioni dollari finiti nelle tasche sue e dei dirigenti politici: basti pensare che British Gas con una quota del 60% di estrazioni  paese grazie ai giacimenti di Hasdrubal e Miskar, di sua intera proprietà, rivende il gas alla STEG (Società Tunisina di Elettricità e Gas) a prezzi di materia prima importata. Nel 2007 ai pescicani già presenti si sono aggiunti la britannica Petrofac e l’austriaca Tps che volevano sfruttare i giacimenti delle isole Kerkenne propria davanti a Sfax ( anche qui si ipotizzano due milioni di mazzette: questa volta però ci si aspettava un certo ritorno, assunzione di quadri qualificati e di operai provenienti da quella zona del Paese e una qualche redistribuzione dei proventi, anche per bilanciare la perdita secca provocata dalle piattaforme estrattive all’attività di pesca. Invece nulla: tutto personale importato e quel poco locale assunto con salari da fame, intorno ai 150 euro, parecchio meno della Corea del Nord tanto per istituire un paragone che farebbe scandalo tra i produttori nostrani di “notizie”.

Così alla fine del 2010  comincia la lotta degli abitanti delle Kerkene per la difesa delle loro risorse naturali, lotta che ben presto passa alla prospiciente Sfax, seconda città del Paese e si diffonde dovunque contro la disoccupazione e i salari: grandi manifestazioni di disoccupati e blocco degli impianti di estrazione con dure battaglie contro la polizia e le squadre ingaggiate dai petrolieri. Per i media occidentali si tratta  di proteste per il caro vita e si mette in primo piano l’episodio dell’ambulante che si dà fuoco davanti al governatorato di Sidi Bouzid, tutto rimane vago e senza ragioni o meglio la colpa ricade su Ben Alì presidente autocrate che tanto aveva fatto, dietro lauto compenso, perché il suo Paese fosse depredato: poi il tutto viene ribattezzata “rivoluzione dei gelsomini”, nome suggestivo, ma nulladicente e incasellate dentro la “primavera araba” altra elusiva chimera linguistica. L’occidente adesso si dà da fare per stare dalla parte della gente dopo averla affamata e soprattutto per gestire le cose in maniera che lo sfruttamento intensivo non provochi un vero cambiamento capace di mettere in pericolo le multinazionali e si cerca di aiutare  il presidente della Camera, divenuto presidente ad interim, nel placare le ire della folla distribuendo un po’ di posti nella pubblica amministrazione, soprattutto nelle Kerkene e a Sfax epicentro della protesta.

Intanto si lavora a una nuova costituzione liberal democratica che viene varata nel 2014 con successive elezioni,  bendette ” a livello internazionale” ossia da Washington come valide e prive di ombre dopo la vittoria del moderato Essesbi. Inutile dire che sarebbero state considerate diversamente se la vittoria, per altro favorita da partiti sorti dal nulla come quella del “petroliere” anglo tunisino Slim Rihai, un maneggione che ha fatto oscuri affari con Gheddafi e che è poi stato condannato a 25 anni per riciclaggio di denaro sporco. Nel frattempo però, nonostante scioperi generali, cortei,  battaglie urbane non è che sia cambiato nulla e le proteste isolate vengono classificate come terrorismo o incipiente terrorismo. Anche dopo la formazione del nuovo esecutivo le cose non cambiano affatto, anzi vengono revocate a partire dal primo gennaio del 2015 quelle assunzioni fatte dopo le prime ondate di proteste. Così la battaglia ricomincia attorno ai pozzi di estrazione se possibile ancora più dura di prima e con i manifestanti trattati liberal democraticamente come criminali. Anzi se per caso tutto questo fosse arrivato alle opinioni puibbliche occidentali si sarebbe adombrata l’ombra del terrorismo.

E’ dal 2016 che il Paese è attraversato da proteste e scioperi sia generali che locali, blocchi per i quali deve intervenire l’esercito, morti e feriti, segno di profonde tensioni che non sono affatto state sedate dalla nuova “democrazia” visto che la ragione di fondo, ossia lo sfruttamento e l’impoverimento del Paese non solo rimangono, ma si sono persino aggravate. Tuttavia mentre questa situazione rimane del tutto sconosciuta l’unica cosa di cui ogni tanto si parla è del jihadismo in agguato, come se questo fosse un’entità metafisica e non derivasse da condizioni concrete e reali. In compenso Essesbi ventila la possibilità che le donne tunisine possano sposare anche un non mussulmano, sempre che il Parlamento approvi, cosa di cui può fortemente dubitare:  una mossa studiata per togliere momentaneamente il presidente dai pasticci e soprattutto per accreditarlo presso le opinioni pubbliche occidentali come campione di democrazia e permettere all’occidente di intervenire in difesa dei propri affari se le cose dovessero precipitare.

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One response to “Tunisia, le donne, il petrolio e le multinazionali

  • annaorsa

    Un altro pregevole pezzo, come da tradizione. Ma vorrei aggiungere: è vero che usufruisco gratuitamente del vostro lavoro e che a caval donato non si guarda in bocca, ma non potreste rileggere i pezzi almeno una volta prima di postarli? Leggete questo brano e ditemi se sta in piedi: “Inutile dire che sarebbero state considerate diversamente se la vittoria, per altro favorita da partiti sorti dal nulla come quella del “petroliere” anglo tunisino Slim Rihai, un maneggione che ha fatto oscuri affari con Gheddafi e che è poi stato condannato a 25 anni per riciclaggio di denaro sporco.” E’ solo un esempio, ma se ne possono fare per ognuno dei vostri post.
    Scusate l’ingrata precisazione; sia chiaro che io apprezzo anche così com’è, ma lo dico per voi che meritate più attenzione e più applausi.

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