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Discorso sopra un’insalata

scolapasta_618Metà luglio, un caldo impastato al brusio incessante dei turisti, i ventilatori che cominciano a buttare nuvole di acqua spray per fare Vietnam, pozze d’ombra di strade famose che guardano a Trinità dei Monti quasi fosse un trompe l’oeil nella sua essenza di immagine che pervicacemente rifiuta di incarnarsi anche sotto la fatica dei gradini. E’ in questo luogo, nel dedalo attorno a via Condotti, che lunedì scorso si inaugura l’ennesima mangiatoia che esprime i diritti tracotanti del presente e dei suoi tavolini: un furgone scarica cassette di verdure fresche o già grigliate in qualche misterioso luogo dove per le ultime generazioni nasce il cibo e vengono invitati per primi proprio i commercianti della zona.

Uno tra questi decide di farsi un insalata con ortaggi e verdure a larghe falde che sceglie in proprio e che vengono depositati in un ciotola solennemente consegnata all’affamato al termine della composizione. Ecco adesso arriveranno l’olio, il sale, l’aceto il limone o magari una ricca serie di improbabili vinaigrette indispensabili nella riserva del cuoco cicisbeo. E invece nulla: non c’è il sale, nemmeno quello immacabile dell’Himalaia che e esattamente identico a quello nostrano, ma vuoi mettere, non c’è olio di nessun tipo, nè alcun elemento acido come direbbero i presocratici culinari di oggi, insomma non c’è assolutamente nulla. Il neo gestore non sembra però in imbarazzo, anzi appare piuttosto iritato da tanta inutile e inaspettata pignoleria, dice di non averci pensato, proprio nel giorno dell’inaugurazione) e invita il disgraziato avventore a mangiare l’insalata così com’è, salvo vedersi costretto ad uscire e a procurarsi una lattina d’olio di quelle che una volta vantavano mentendo per la gola, la scomparsa della pancia .

Qualche giorno fa mi ero occupato dell’impatto dell’immigrazione su un Paese già da molti anni in caduta libera di conoscenza, esperienza, competenza (vedi qui) per cui i nuovi arrivati spesso finiscono per intraprendere attività sostitutive e non solo complementari a quelle degli autoctoni provocando un surplus di ostilità, ed ecco che mi si presenta un esempio di dilettatismo assoluto per non dire di assoluta sciatteria, che opera in un contesto altrettanto desolato di turismo di massa, nel quale anche se cali reti bucate qualcuno lo peschi sicuramente, ma sei immediatamente fuori se qualcuno propone qualcosa di appena decente. Così mentre impazzano i cuochi televisi con i loro coppapasta e i loro mixer, del tutto ignari che ormai le composizioni geometriche sono out, tutti compresi di sè e impegnati a smerciare semplice confusione e banalità modaiola per spirito creativo, nel mondo reale la mensa aziendale sta diventando un fulgido obiettivo da raggiungere. Del resto improvvisazione e pressapochismo di quella che orgogliosamente si definisce imprenditoria, sono anche le stigmate dei clienti che il pensiero unico tende a far diventare dilettanti della vita, persone che si devono arrangiare nella precarietà, in mansioni via via sempre più semplici e che sono funzionali nella misura in cui rimangono subalterni e ignari di ogni rivendicazione di diritti.

Dire che una volta anche fare il cameriere era un mestiere complesso: ma oggi chi vuole pagare l’esperienza quando – a parte i luoghi frequentati dall’elite – essa sta diventando superflua e tutto quello che conta è l’adesione a piccole religioni culinarie diffuse dalle lobby in ragione dei propri interessi? Oggi purtroppo anche a tavola s’invecchia, si percepisce il declino di una società che alla teatralità della comunicazione unisce la povertà della sostanza.  Del resto il cibo e le pratiche alimentari sono un catalizzatore di elementi funzionali, strutturali, rituali e simbolici delle società, quindo non c’è affatto da stupirsi se esso sia convolto pienamente nelle trasformazioni indotte dall’involuzione neo liberista dell’occidente anche se non è facile annodare uno per uno tutti i fili di questa trama. Di certo da un’insalata scondita si possono trarre indizi che vanno molto al di là della ciotola in cui è stata deposta.

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6 responses to “Discorso sopra un’insalata

  • Anonimo

    Ancora NON sono state pubblicate le motivazioni specifiche per la non ammissibilità del referendum per l’abrogazione del licenziamento illegittimo, NESSUN MEDIA O BLOG INTERNET PARLA DI CIÒ, sembra una forma volontaria o meno di censura di questo tema, PERCHÉ ?

    Fra l’altro nemmeno i siti di contro informazionje pubblkicano dette motivazioni, e nemmeno il simplicissimuss…

    Sembra quasi una sorta di “omertà”, a riguardo…

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    • jorge

      secondo il mio modesto parere, è anche perchè motivazioni scritte dal più alti giudici dello stato italiano, poco si prestano a dare la colpa alla finanza internazionalizzata,. Così come ,le malefatte del neocolonialismo italiano, poco si prestano ad incolpare la finanza (a prevalenza anglosassone) . Dovremmo fare i conti col “nemico in casa” ed è più comodo farli solo con quello fuori casa

      In realrà, e sempre lo stesso nemico, pur nelle tante diverse declinazioni, a noi altri, non lascerà mai niente

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  • jorge

    Poi si lamentano che in italia sono arrivati circa 150.000 immigrati somali, dopo Graziani il micro-imperialismo dell’Italia post-bellica ha continuato a martoriare il Corno D’africa ( non c’è solo la finanza e gli Usa)

    L’ Iitalietta repubblicana ha poi continuato il suo micro inperialismo, fomentando Siad Barre ( formatosi carabiniere a firenze in epoca coloniale AFIS), ad entrare in guerra con l’Etiopia per l’Ogaden. Da allora la Somalia, rompendo con i non allineati e l’Urss (ultimi anni 70 circa) si è retta grazie agi “aiuti” italiani al finto socialista Siad Barre, gestiti da un apposito ente (socialista in epoca craxiana).

    Aiuti al solo Barre, ed alle imprese italiane (le maggiori), che costruivano infrastrutture che ai somali non servivano, ma all ‘Italia si, per creare un porto ed una autostrada che servisse all’Eni per trasportare petrolio dall’oceano indiano senza passare per gli hub degli altri paesi imperialisti stabilitisi a Berbera e Gibuti (figurimoci pagare i somali per il transito)

    l’Italia sosteneva Siad Barre, e pure il suo nazionalismo sull’Ogaden, inoltre costruiva infrastrutture inutili per i somali, che invece avrebbero avuto bisogno di una riforma agraria che Siad Barre non voleva per non rompere con i capotribù.

    La Somalia, dopo più di un decennio di neocolonialismo italiano (mano libera al saccheggio prodotti agricoli), veniva scossa da tumulti sociali, ed in mancanza di una sponda (tipo Urss non c’era piu) ll malcontento veniva strumentalizzato dalla Arabia Saudita wahabita che prese a finanziare il clero islamico (poi corti islamiche) L’Arabia Saudite acquistava così un know-how che poi ha portato fino all’ Isis

    Non male per il micro-imperialismo italiano, e la disintegrazione della Somalia ( infine americani ed Onu sconfitti dai war lords), ha poi provocato l’afflusso in Italia di circa 150.000 mila profughi, o migranti che dir si voglia

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  • Discorso sopra un’insalata | NUOVA RESISTENZA antifa'

    […] Sorgente: Discorso sopra un’insalata | Il simplicissimus […]

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  • apoforeti

    L’ha ribloggato su apoforetie ha commentato:
    Del resto improvvisazione e pressapochismo di quella che orgogliosamente si definisce imprenditoria, sono anche le stigmate dei clienti che il pensiero unico tende a far diventare dilettanti della vita, persone che si devono arrangiare nella precarietà, in mansioni via via sempre più semplici e che sono funzionali nella misura in cui rimangono subalterni e ignari di ogni rivendicazione di diritti.

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  • 65luna

    Mai sentito termine piu’ esatto: Sciatteria. Bravo! Ciao,65Luna

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