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Un taxi color nero

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

T’invidio turista che arrivi, recita “Arrivederci Roma”. I romani in verità invidiano il turista che parte, soprattutto se riesce a raggiungere Fiumicino o Termini, senza o con il taxi, senza bus o con mezzi in versione Cairo ma più rari, coi viaggiatori stipati fino all’inverosimile o appesi alle portiere, con gli abusivi oi diversamente abusivi che taglieggiano, con la metro che si ferma per ragioni imprevedibili, che anche a Mafia Capitale il problema della Capitale è il traffico. E non è colpa della Raggi, anche se ormai la sindaca si è rivelata una iattura per sé, per i 5stelle, per i romani, benefica solo per una stampa che non si è accorta dei traballamenti del vacillante regime e che lo appoggia con cieco furore iconoclasta: le piaghe di Roma sono purulente da sempre somiglianti a quelle della caduta dell’Impero, comprese le vertenze dei vetturini diventati lobby proverbialmente potente grazie al commissario premier Monti, empia corporazione condannata per essersi prestata al commercio delle licenza, come mai sono stati colpevolizzati quelli che gliele vendevano,  leggendaria clientela più incriminata di chi la nutre a finalità di voto di scambio, arcaici oppositori della modernità europeista biasimati perfino da fan della Bolkestein a intermittenza intenti a alienare le spiagge demaniali.

E oggi oggetto di severa riprovazione per le violenze di ieri condite di saluti e slogan fascisti, rei di essersi fatti “infiltrare” da Forze Nuova, organizzazione cui la prefettura di Milano e probabilmente anche il Comune ha concesso l’Arco della Pace, come teatro di proclami sovranisti, compresa l’autorità di esprimere virulento rifiuto xenofobo e razzista dei “diversi”.

Personalmente trovo sospetto lo sdegno di oggi per quei saluti romani, da parte degli ideologi e propagandisti della riappacificazione e parificazione di vittime e carnefici, di chi ha da anni manomesso la storia alla ricerca di colpe da ambo le parti, talmente liberatoria da avere effetto postdatato a dimostrare che se erano tutti uguali allora, possono esserlo e allegramente anche oggi, ladri, corrotti e corruttori, liberticidi e sopraffattori. Legittimando la destra “utile” se porta acqua, se offre appoggi ricattatori, invidiandola e imitandola perché sa parlare alla pancia, emulandola in una gara al consenso suscitato da paure    per acquisire quegli appoggi “populisti” denigrati quanto desiderabili in quanto allettante anticamera di autoritarismi doverosi e leadership di uomini forti e soli al comando.

È che non mi stancherò di ripetere che si alimenta il neo fascismo che non ha nulla di nuovo e che pare albergare nel Dna e nell’autobiografia nazionale in vari modi e non solo autorizzandone formazioni, convinzioni ed espressioni in nome di una malintesa tolleranza. Lo si nutre avvilendo la gente, umiliandola con nuove povertà e antichi sfruttamenti, con intimidazioni e estorsioni, così per riconquistare una perduta dignità e obliata identità non resta altro che esercitare una travisata superiorità mortificando e soverchiando chi sta peggio e sotto, chi è più vulnerabile. Gli si fa spazio nelle vite quotidiane ormai nude e esposte, soffiando sul fuoco del sospetto, della diffidenza e della paura, in modo che la difesa di sé e del quasi nulla che si è conservato autorizza prevaricazione e rifiuto, come succede nelle periferie delle città dove si combattono lotte intestine tra poveri, dove vige la legge del più forte, che a volte trova la sua supposta superiorità nel possesso di documenti a fronte dell’appartenenza a una reietta marginalità custodita e favorita da regimi che si potenziano con iniquità e disuguaglianze.  E lo si regolarizza come fenomeno trascurabile e incontrastabile se si manifesta in luoghi e  forme soggette a indulgenza e benevolenza, quando si guarda ai cori razzisti negli stadi, alla presenza fino all’occupazione militare da parte di formazioni fasciste nei club e nelle tifoserie, come a giovanili esuberanze effetto collaterale e perdonabile di entusiasmi sportivi, fino a riaprire loro gli spalti di uno stadio soggetto a scorrerie e violenze. Tanto che si è consolidata la totale inosservanza della legge che proibisce l’apologia, considerato obsoleto ostacolo a una augurabile e smemorata riconciliazione.

È che l’unica ideologia senza eclissi visibili, autorizzata e professata è quella del profitto, della pecunia che non olet, del Mercato imperitura divinità. E se tra i suoi sacerdoti c’è qualche camicia nera che strizza l’occhio sotto il doppiopetto, se nella musica ambient che fa da sottofondo alle nostre vite grame come in un supermercato spicca qualche slogan e qualche canzonaccia nostalgica, se in un paese che si condanna a fare da luna park per l’Occidente emancipato qualche tendone ospita le kermesse dei neo nazi poco male, tutto aiuta a contribuisce a fare cassa, la loro, di chi sta a guardare come le bestie si dilaniano per strapparsi gli ultimi bocconi in una giungla dalla quale hanno strappato tutto slavo le erbacce.

 

 

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