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Cassazione: vacanze romane

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Anna Lombroso per il Simplicissimus

Gli eschimesi strofinano i nasi, i russi schioccano tre sonori baci, le parigine chic si sfiorano in un fugace abbraccio, gli haitiani omaggiano i crocieristi con una collana di fiori, i giapponesi si inchinano e gli indiani uniscono i palmi delle manim chinando la testa. Ora, ditemi voi, chi, incontrandosi con un amico, alza la destra provvisoriamente libera dal cellulare nel saluto romano.

Non lo fanno di certo  i gladiatori sia pure attenti al rispetto filologico della ricostruzione storica, pronti al selfie   davanti al Colosseo.

No, lo fanno i fascisti. Ancora oggi, soprattutto quando, nostalgia canaglia,  gli occorre di accreditare l’immagine di inoffensivi avanzi del passato, di patetici rimasugli del regime mussoliniano, ridicoli più che minacciosi, malinconici più che pericolosi, quando si ritrovano nelle loro meste commemorazioni  fuori dalle cantine e dai garage adorni della rituale paccottiglia di gagliardetti e bandiere alcune delle quali abbiamo peraltro ritrovato elle stanze di tutori dell’ordine anche recentemente moloto celebrati in qualità di custodi della democrazia nata dalla resistenza.

No, lo fanno i fascisti e continueranno a farlo, anche in Parlamento dove le loro file si ingrosseranno dopo il 4 marzo  dando sostegno alle esternazioni spettacolari di La Russa o Storace (ultime in ordine di tempo lo scorso settembre), non tollerato ,a addirittura legalizzato definitivamente da una sentenza della  Cassazione che “libera” due militanti di Casa Pound, imputati per “concorso in manifestazione fascista”, perché   durante una manifestazioni organizzata da Fratelli d’Italia e – ovviamente autorizzata dalla questura –  rispondendo alla “chiamata del presente” avevano alzato il braccio destro facendo appunto il saluto romano.

Per i giudici di merito, che regalano alla campagna elettorale  i due  promoter in funzione propagandistica  di martiri della libertà di espressione, la legge non punisce “tutte le manifestazioni usuali del disciolto partito fascista, ma solo quelle che possono determinare il pericolo di ricostituzione di organizzazioni fasciste”, e i gesti e le espressioni “idonei a provocare adesioni e consensi”. L’azione  simbolica degli imputati  non è stata ritenuta tale, essendo “dirimente la natura puramente commemorativa” della manifestazione del corteo, organizzato in onore di tre militanti morti, senza “alcun intento restaurativo del regime fascista”.

Non stupisce una sentenza che si allinea con quella aberrante ideologia della pacificazione prodotta per esonerare da colpe di ieri per legittimare responsabilità di oggi in modo che tutti  e solo in questo caso si sentano finalmente uguali e ugualmente assolti da crimini anche quelli uguali: sopraffazione, sfruttamento, indebito profitto, sacco del territorio, corruzione, servilismo nei confronti del padronato, clientelismo, familismo, razzismo, xenofobia, perfino davanti alla legge e nei tribunali della terra, che a quello celeste poco ci credo.

Ieri autorità, leader politici e compunti forzati della tastiera hanno espresso una spericolata solidarietà per il rappresentante di Forza Nuova picchiato a Palermo, spericolata perché una volta tanto tutti hanno concordemente deciso di non attendere i rituali risultati delle indagini e degli accertamenti, in quel caso più che mai opportuni trattandosi di un crimine maturato, come si diceva una volta, in un ambiente caratterizzato dal ricorso sistematico alla violenza almeno a leggere il denso curriculum della vittima – soldato politico si definisce –  e le sue gesta che potrebbero far sospettare a una resa di conti tra squadristi  e pure rapinatori.

In un lungo post il tatuatore nonché accertato criminale comune prestato alla militanza in una guerra quotidiana i cui  capisaldi  sarebbero “la lotta all’aborto, all’immigrazione, alla massoneria, la rimanda al mittente quella solidarietà in quanto frutto avvelenato e ipocrita di, cito il suo virgolettato, “un potere che ci chiude ogni possibilità di dialogo costringendoci entro il recinto del cattiverio, cercando di dipingerci nella maniera più turpe e dispregiativa possibile, riuscendo a fomentare contro di noi gruppi organizzati dell’ultrasinistra, veri apologeti dell’agguato alle spalle e del rapporto 1 a 10”. E rifiuta dunque anche la liturgia di una giustizia officiata da tribunali schierati con quel potere, colpevoli a suo tempo d aver giudicato colpevole in tutti i gradi di giudizio il suo lidèr maximo di banda armata e associazione sovversiva come capo di Terza posizione, l’organizzazione che alla fine degli anni Settanta ha riunito alcuni dei criminali più violenti della destra eversiva e dai cui ranghi è uscita una generazione di stragisti, assassini, rapinatori, sequestratori, e che da quando è rientrato in Italia dal lungo e profittevole esilio  è stato denunciato per violenza 240 volte.

Dovrebbe fidarsi invece e non solo per la provvidenziale decisione della Cassazione, nemmeno per via della condanna subita da un ex europarlamentare reo di aver dato del fascista allo stesso leader solito bearsi della nomea  di nipotino ideale di Mussolini, nemmeno per la sconcertante vicenda del documentario Nazi Rok di un giornalista che ha dovuto difendersi in sei diversi procedimenti giudiziari, a seguito delle denunce di personaggi della destra estrema che a vario titolo si  sono ritenuti diffamati o danneggiati dal suo documentario e che pur avendo  vinto tutte le cause, ha dovuto ogni volta pagare le sue spese legali, fino al 2015, quando è stato condannato a risarcire un pregiudicato, candidato di Forza Nuova alle elezioni, frontman di una rock band che inneggia alla Repubblica di Salò perché il film avrebbe danneggiato la sua attività artistica.

No, dovrebbe fidarsi perché a fronte della richiesta di leggi aggiuntive che dovrebbero reprimere con più severità atti, slogan, manifestazioni che inneggiano a fascismo e nazismo, tribunali e politica non ne condannano l’apologia nè in via giudiziaria né con sentenze morali. E vorrei ben vedere, se tra,ite leggi, riforme, misure eccezionali se ne applicano i principi e i capisaldi, quelli del pregiudizio, del sospetto della limitazione di libertà in favore di una sicurezza che per garantire il decoro emargina e cancella poveri e immigrati, quelli della fine del lavoro in favore della servitù, quelli dell’impoverimento della scuola in favore dell’ignoranza che espone a ricatti e intimidazioni, quelli del razzismo e della xenofobia in favore di una superiorità artificiale da esercitare contro chi sta peggio, quelli di una muscolarità virilista in favore di guerre di rapina, conquista e morte.

Vengo da un’epoca nella quale i servizi d’ordine ci ammonivano alle manifestazioni, quando i fascisti ci menavano: non raccogliete le provocazioni. Non ne avremo raccolte troppo? Dai fascisti e dai diversamente fascisti, concedendo loro il diritto a noi largamente negato di godere dei benefici della democrazia che combattono, facendo eleggere i loro candidati peraltro impresentabili quanto mafiosi e malfattori annoverati in molte liste, godendo di protezioni e garanzie in modo che possano esprimere e testimoniare l’abisso vergognoso nel quale vogliono farci precipitare.

 

 

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Un taxi color nero

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

T’invidio turista che arrivi, recita “Arrivederci Roma”. I romani in verità invidiano il turista che parte, soprattutto se riesce a raggiungere Fiumicino o Termini, senza o con il taxi, senza bus o con mezzi in versione Cairo ma più rari, coi viaggiatori stipati fino all’inverosimile o appesi alle portiere, con gli abusivi oi diversamente abusivi che taglieggiano, con la metro che si ferma per ragioni imprevedibili, che anche a Mafia Capitale il problema della Capitale è il traffico. E non è colpa della Raggi, anche se ormai la sindaca si è rivelata una iattura per sé, per i 5stelle, per i romani, benefica solo per una stampa che non si è accorta dei traballamenti del vacillante regime e che lo appoggia con cieco furore iconoclasta: le piaghe di Roma sono purulente da sempre somiglianti a quelle della caduta dell’Impero, comprese le vertenze dei vetturini diventati lobby proverbialmente potente grazie al commissario premier Monti, empia corporazione condannata per essersi prestata al commercio delle licenza, come mai sono stati colpevolizzati quelli che gliele vendevano,  leggendaria clientela più incriminata di chi la nutre a finalità di voto di scambio, arcaici oppositori della modernità europeista biasimati perfino da fan della Bolkestein a intermittenza intenti a alienare le spiagge demaniali.

E oggi oggetto di severa riprovazione per le violenze di ieri condite di saluti e slogan fascisti, rei di essersi fatti “infiltrare” da Forze Nuova, organizzazione cui la prefettura di Milano e probabilmente anche il Comune ha concesso l’Arco della Pace, come teatro di proclami sovranisti, compresa l’autorità di esprimere virulento rifiuto xenofobo e razzista dei “diversi”.

Personalmente trovo sospetto lo sdegno di oggi per quei saluti romani, da parte degli ideologi e propagandisti della riappacificazione e parificazione di vittime e carnefici, di chi ha da anni manomesso la storia alla ricerca di colpe da ambo le parti, talmente liberatoria da avere effetto postdatato a dimostrare che se erano tutti uguali allora, possono esserlo e allegramente anche oggi, ladri, corrotti e corruttori, liberticidi e sopraffattori. Legittimando la destra “utile” se porta acqua, se offre appoggi ricattatori, invidiandola e imitandola perché sa parlare alla pancia, emulandola in una gara al consenso suscitato da paure    per acquisire quegli appoggi “populisti” denigrati quanto desiderabili in quanto allettante anticamera di autoritarismi doverosi e leadership di uomini forti e soli al comando.

È che non mi stancherò di ripetere che si alimenta il neo fascismo che non ha nulla di nuovo e che pare albergare nel Dna e nell’autobiografia nazionale in vari modi e non solo autorizzandone formazioni, convinzioni ed espressioni in nome di una malintesa tolleranza. Lo si nutre avvilendo la gente, umiliandola con nuove povertà e antichi sfruttamenti, con intimidazioni e estorsioni, così per riconquistare una perduta dignità e obliata identità non resta altro che esercitare una travisata superiorità mortificando e soverchiando chi sta peggio e sotto, chi è più vulnerabile. Gli si fa spazio nelle vite quotidiane ormai nude e esposte, soffiando sul fuoco del sospetto, della diffidenza e della paura, in modo che la difesa di sé e del quasi nulla che si è conservato autorizza prevaricazione e rifiuto, come succede nelle periferie delle città dove si combattono lotte intestine tra poveri, dove vige la legge del più forte, che a volte trova la sua supposta superiorità nel possesso di documenti a fronte dell’appartenenza a una reietta marginalità custodita e favorita da regimi che si potenziano con iniquità e disuguaglianze.  E lo si regolarizza come fenomeno trascurabile e incontrastabile se si manifesta in luoghi e  forme soggette a indulgenza e benevolenza, quando si guarda ai cori razzisti negli stadi, alla presenza fino all’occupazione militare da parte di formazioni fasciste nei club e nelle tifoserie, come a giovanili esuberanze effetto collaterale e perdonabile di entusiasmi sportivi, fino a riaprire loro gli spalti di uno stadio soggetto a scorrerie e violenze. Tanto che si è consolidata la totale inosservanza della legge che proibisce l’apologia, considerato obsoleto ostacolo a una augurabile e smemorata riconciliazione.

È che l’unica ideologia senza eclissi visibili, autorizzata e professata è quella del profitto, della pecunia che non olet, del Mercato imperitura divinità. E se tra i suoi sacerdoti c’è qualche camicia nera che strizza l’occhio sotto il doppiopetto, se nella musica ambient che fa da sottofondo alle nostre vite grame come in un supermercato spicca qualche slogan e qualche canzonaccia nostalgica, se in un paese che si condanna a fare da luna park per l’Occidente emancipato qualche tendone ospita le kermesse dei neo nazi poco male, tutto aiuta a contribuisce a fare cassa, la loro, di chi sta a guardare come le bestie si dilaniano per strapparsi gli ultimi bocconi in una giungla dalla quale hanno strappato tutto slavo le erbacce.

 

 


Fasceroi su Fb, oscurati i profili

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Come non compiacersi per la vittoria del Bene contro il Male assoluto? Come non rallegrarsi che due semplici agenti – uno dei quali precario – abbiano sgominato il pericolo numero Uno passato indenne attraverso le maglie dei proverbialmente occhiuti controlli tedeschi e poi francesi? E come non dolersi dell’imprudenza dell’avventato ministro che ne ha reso noti i nomi, violando a un tempo i principi di necessaria precauzione e le regole della privacy?

È che per una volta era liberatorio concedersi al trionfalismo e all’esultanza collettiva per il riscatto del paese tramite la “professionalità”, la competenza, la prontezza di spirito e l’abnegazione dei due poliziotti, via via definiti “eroi per caso”, “agenti eroi”, “eroi semplici” a sottolinearne la grandezza epica insieme alla domestica normalità di figli del popolo, gente comune, che sa rivelare coraggio e nobiltà  nello svolgimento quotidiano del proprio lavoro.

Eh si, era arduo sottrarsi alla tentazione dell’orgoglio condiviso e a quella, ancora più irresistibile, di partecipare della tifoseria patriottarda, trasformando quella che perfino i due prodi definiscono un  semplice intervento di controllo del territorio, o più probabilmente una “botta di culo”, in una brillante  operazione di intelligence.

In ogni caso vale l’invito  rivolto ai ministri, ai premier in carica e a irriducibili ex,  tutti concordi nel giubilarli, a osservare obblighi di riservatezza e rispetto della dimensione privata di soggetti che svolgono funzioni pubbliche.

Mentre per una volta va risparmiata la stampa, talmente osservante della privacy da stendere una coltre misericordiosa sulle virtù democratiche dei due audaci, la cui natura e immagine poteva essere compromessa dalle loro esplicite esternazioni su Facebook, oscurate troppo tardivamente  sicché se ne è accorto il Fatto, unica eccezione, ma perfino stamattina l’Unità, che timidamente, ne dà conto. E dalle quali apprendiamo di entusiastiche simpatie fasciste, nostalgici encomi di Hitler, citazioni del Duce, oltre alla solita empia paccottiglia  muscolare e virilista, una spericolata combinazione di machismo, razzismo e xenofobia, corredata di repertorio iconografico acconcio che immortala uno dei due mentre fa il saluto romano.

È una caratteristica del declino degli imperi a cominciare da quello romano che la libertas venga via via identificata sempre di più con la securitas, di modo che l’ordine diventa più importante dei diritti, che la stabilità politica sia primaria rispetto alla possibilità di esprimere il proprio voto senza impedimenti anche contro il potere e di eleggere i propri rappresentanti e che fondamentale sia la garanzia della proprietà, rispetto alla quale è naturale la rinuncia a prerogative di libertà.

Lo confermano enunciazioni ufficiali in tutte le province dell’impero contemporaneo, nelle quali la formula “democrazia e sicurezza” o “libertà e sicurezza”  si presentano come un’endiadi, una combinazione ormai indissolubile cui aspirare anche se comporta l’abiura di valori e principi come dimostrano il Patriot Act, lo stato di emergenza vigente in Francia, il fermo di polizia postulato da Blair e continuamente riproposto negli anni, l’opportunità sollecitata in forma bipartisan anche da noi di ricorrere a restrizioni per combattere il terrorismo, nella circolazione, nella rete, nell’espressione di opinione e nelle manifestazioni.

Succede così che ogni fenomeno viene ricondotto a problema di sicurezza, immigrazione, opposizione, diniego di opere inutili e dannose, grazie al sapiente uso della paura come deterrente della critica, come richiesta di autorità, come reclamo di repressione, come sopportazione necessaria della manipolazione della verità, secondo uno sviluppo ipertrofico del bisogno di controllo: dal territorio locale, a quello nazionale, a quello mondiale, a quello spaziale, grazie a autorità altrettanto pletoriche e con l’ausilio di leggi e corpi speciali. Così anche per una decina di profughi da collocare in caserme in disarmo, compresa di donne incinte o ragazzini, ecco esigere la presenza tranquillante dei militari, ecco riproporre ronde armate e il potenziamento delle polizie locali agli ordini di sindaci sceriffi.

E si capisce che non si può certo andare troppo per il sottile, che la militanza deplorevole in rete di due poliziotti non desti preoccupazione perché l’antifascismo, il rispetto degli altri,  donne comprese, fanno parte delle necessarie abdicazioni. Così si oscurano ora che potrebbero ledere la loro reputazione mentre non hanno suscitato deplorazione e meno che mai provvedimenti disciplinari prima, quando invece contribuivano a accreditare l’immagine di una polizia inviolata da colpe e crimini, quindi dall’autocritica che doveva accompagnare il giudizio storico su eventi vergognosi.

Fa rabbrividire pensare che la sicurezza – che dovrebbe nutrirsi della salvaguardia di diritti e libertà, che dovrebbe essere realizzata grazie alla conquista di obiettivi di uguaglianza e coesione sociale, sia affidata a qualcuno che ancora vive sogni di superomismo, che alimenta la sua forza con una cultura di sopraffazione. Sono imperdonabili e c’è da augurarsi che a non perdonarli malgrado le buone prestazioni professionali, siano proprio quei poliziotti che hanno sofferto il G8 come una colpa e una ferita collettiva, quelli che pensano che i principi di una Costituzione, che ancora una volta ha avuto bisogno di essere difesa, non siano carta da stracciare, quelli che chiedono ai meridionali di distinguersi dalla mafia, ai musulmani di differenziarsi dai terroristi, cui chiediamo di mostrare la loro diversità dai fascisti.


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