Fuga dall’euro, dalla demonizzazione alle conversioni

tumblr_n270izauaa1rqqedro1_1280Le cose stanno maturando e con molta probabilità il 2017 sarà l’anno in cui le tesi dei gufi, dei populisti, degli eurocritici e degli antagonisti, prenderanno corpo perché è chiaro che la situazione del Paese va precipitando e che – rebus sic stantibus – ovvero rimanendo in campo l’euro e i trattati capestro europei si potrebbe arrivare in pochi anni a situazioni estreme che potrebbero far saltare i ceti dirigenti e tutti gli assetti di potere opachi o visibili nei quali sono invischiati. Così gli stessi che per anni ci hanno narrato le meraviglie della moneta unica così assurda eppure così efficace per la lotta di classe al contrario, le virtù gaudiose dell’Europa ultraliberista e reazionaria che ha ridestato tensioni e antagonismi scomparsi da tempo, che ha riportato la guerra e i confini solo in una dimensione più ampia geograficamente, ma moralmente ed eticamente simile a quella di sempre, come l’Ucraina e la Siria dimostrano ampiamente, ecco quegli stessi personaggi e i loro scribi che disprezzavano i critici degli assetti continentali, che schiumavano contro il populismo e le eresie della sovranità, ora cominciano a parlare apertamente di una via di uscita dalla moneta unica.

Basta leggersi l’ultimo articolo di giovanni Pons firma di Repubblica e dunque del giornalone renziano piddino ultra europeista, nonché direttore dell’edizione italiana di Business Inside, dove è apparso il pezzo, per rendersi conto che il tema dell’uscita dall’euro e dunque  dalle grinfie più acuminate della troika non è più tema di esecrazione, ma diventa di concreta riflessione. Pons (qui il testo completo) suggerisce che alla fine potrebbe essere la Germania ad uscire dalla moneta unica, spaventata dai populismi mediterranei e che questo renderebbe più morbido  l’abbandono della moneta unica mentre l’euro potrebbe rimanere la valuta di Italia, Francia e Spagna che hanno economie più simili. Anzi si parla in maniera dadaista di miopia della Germania che non si sa dove sia, visto che essa è stata l’unica ad essersi avvantaggiata da Maastricht e dai tratti derivanti. Diciamo invece che la miopia, la subalternità è stata tutta di un ceto politico che ha svenduto il nostro Paese per disegno o semplice insipienza. Ma qui non interessano tanto le idee specifiche di Pons che dagli spalti dell’integralismo liberista, cerca di cogliere le opportunità di un parziale salvataggio economico che tuttavia continui (vedi euro mediterraneo) a trascurare i problemi della sovranità monetaria che in parte sono anche quelli della sovranità popolare, ma interessa piuttosto il fatto che tesi fino a ieri demonizzate adesso comincino ad essere adottate dagli stessi esorcisti i quali si rendono conto del pericolo che stanno correndo, vedono che il Paese gli sta sfuggendo di mano, cominciano a sentire il peso enorme degli errori e sperano di cavarsela facendo una retorica penitenza che lasci comunque intatta la logica di funzionamento del capitalismo finanziario.

Non c’è alcun dubbio che la soluzione più semplice sarebbe, nell’ambito delle possibilità politiche espresse dai maggiori Paesi europei, un’uscita della Germania dall’euro, cosa che da sola riequilibrerebbe i conti e farebbe, sia pure molto lentamente, defluire il surplus accumulato da Berlino verso i Paesi depredati e privati di molte potenzialità. Ma sarebbe molto meglio se si trovasse un accordo per fare della moneta unica un nuovo Sme, ovvero un sistema simile a quello precedente l’euro che stabilisca dei limiti di oscillazione delle valute nazionali intorno a una media: tutto sta a vedere se gli oligarchi europei e le forze, gli equilibri che si sono formati sulle dottrine dell’austerità per i poveracci e del profitto stratosferico per i ricchi, si rassegneranno oppure cercheranno la strada della guerra e della guerriglia, rendendo così ancor più urgente la necessità di un’uscita, ma rendendola così radicale come scelta da suscitare paure e così rendere più lunga l’agonia . Certo la Brexit e l’elezione di Trump costituiscono una visibile spaccatura nel corpo, pancia e testa, del captalismo, così come emergono sempre più le ambiguità geopolitiche di una Germania che vorrebbe poter essere libera nel proprio interscambio con la Russia e attraverso di essa con l’enorme spazio produttivo asiatico, un tema in campo peraltro da tre secoli sotto forme diverse.

Però questi inizi di discussione che, Pons a parte, cominciano a divampare nel continente ci mettono di fronte al vero problema: che non è più se andrà in disfacimento il mondo di Maastricht, cosa che viene ormai considerata come inevitabile, ma quando e come: se solo con aggiustamenti macroeconomici alla Pons che non tocchino la sostanza di una democrazia “diminuita” e per molti versi solo formale o con il ritorno a una tensione sociale verso diritti e uguaglianza. Questa è ora la battaglia.

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