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La prova del No

riforma-costituzionale-renzi-no-510-sUna certezza esce dalle urne delle comunali: la constatazione che il Pd è in stato preagonico, come se dopo essere stato scalato dall’interno da forze estranee e ostili alla sua natura originaria, sia ormai solo un sacco vuoto cucito  con il filo degli interessi di bottega e clientelari, tenuto gonfio dalla protervia di parlamentari ed eletti decisi a mantenersi sulla poltrona. E forse è ancora di peggio di così: è qualcosa di destinato a fare da specchietto per le allodole per un elettorato saldamente e paradossalmente ancorato ai propri feticci in vista della rivoluzione oligarchica che si vuole ottenere con il referendum costituzionale. Dopodiché la finzione della forza politica posta a sinistra potrà anche essere ufficialmente abbandonata in favore di un partito della nazione, così come progetta Renzi e ancor più di lui le forze sotterranee che lo hanno elevato dalla  provincia a Palazzo Chigi.

Questo non si desume solo dai pessimi risultati di Napoli dove il partito non è nemmeno riuscito ad essere in ballottaggio e da quelli negativi delle altre grandi città, comprese le roccaforti di Bologna e Torino, ma anche dal fatto che in alcune situazioni, quella di Roma ad esempio, la sconfitta si è materializzata pur raccogliendo voti tra le formazioni più a destra, a cominciare da Forza Italia, passando per Salvini per finire ai pimpanti e mascelluti palazzinari scesi in campo per condizionare dall’interno la politica a loro vantaggio. Questo vuol dire che quasi dappertutto l’unica possibilità di riagguantare la vittoria al secondo turno è proprio quella di render palese e concreto il passaggio dal Pd all’informe partitone renziano della nazione, un po’ catto, un po’ reazionario, molto servile nei confronti dei poteri economici interni ed esterni, necessariamente leaderistico,  berlusconiano nella mentalità, ideologicamente vuoto e riempito con l’aria compressa del pensiero unico.

Insomma il Pd si è trasformato in una sorta di reperto il cui nome verrà utile solo fino alla manipolazione costituzionale e la nuova legge elettorale: dopo sarà praticamente impossibile cambiare qualcosa. Del resto chi poteva salvarlo non lo ha fatto, chi voleva farlo non è stato in grado di farlo ed è ormai troppo tardi perché anche nel caso di una sostituzione di Renzi sarebbero altri a decidere i tempi, i modi, le persone. L’unica concreta speranza di salvezza del partito e della sua socialdemocrazia residuale è legata al fallimento del referendum costituzionale: la sconfitta del renzismo è il presupposto necessario anche se non sufficiente per una sopravvivenza non solo formale del Pd e potrebbe rimettere in gioco la politica. Per paradossale che sia la permanenza in vita  del Pd è legata alla capacità degli elettori di votare contro il partito nel referendum. E questo risulta evidente persino da coloro che alla fine si dicono partigiani del sì: per esempio Cacciari il quale dopo aver detto che la riforma “concepita male e scritta peggio”, che “punta alla concentrazione del potere”,  “a dare tutto il potere al capo”, che  “la montagna ha partorito un brutto topolino” suggerisce di votarla proprio per questo, ovvero per far andare avanti quello stato oligarchico dove evidentemente egli si trova a proprio agio. No si hanno del resto altre spiegazioni possibili, a parte l’effetto letale che devono avere le tinture per capelli sulle capacità intellettuali.

Ecco se non vogliamo dare il tutto il potere al capo, se vogliamo far rimanere anche solo il calore residuo di un pensiero politico, se non vogliamo riforme fatte coi piedi occorre contraddire tutto il mefitico ambiente politicante in cui tutto questo nasce. E dire No, come sembra si sia cominciato a fare.

 

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