Annunci

Archivi tag: sconfitta

I tempi di Oronzo Canà

00EFB7-La mia scarsa propensione per lo sport e la mia avversione per quello divenuto business ha rischiato di farmi perdere la notizia del giorno, ovvero l’esclusione dell’Italia dai mondiali di calcio, buttando nella più nera ambascia i grossisti di televisori o gadget di ogni tipo, giornalisti in cerca di trasferta e comparsate, politicanti di lotta e di governo. Ma in fondo l’umiliazione subita era a tal punto nella logica delle cose da non aver suscitato sorpresa e nemmeno indignazione: la nazionale di calcio esce di scena come esce di scena il Paese e per lo stesso male oscuro. A quanto ne so a capo del movimento calcistico c’è un vecchio maneggione messo lì a difendere gli interessi di quelle quattro o cinque squadre che contano, oltre a molti altri rapporti opachi e sotterranei da sempre presenti, le cui dichiarazioni razziste e fascistoidi hanno raggiunto i quattro angoli del mondo nonostante la difesa a spada tratta proprio da alcuni degli sconfitti di ieri.

Dell’allenatore non saprei se non che probabilmente la sua chiamata al soglio degli azzurri è stata dettata da strategie che non risultano proprio evidenti, un po’ come quelle che hanno portato a richiamare in servizio svendita manager che avevano già devastato le aziende loro affidate, ma certo non si può sperare di vincere con giocatori tutti più o meno nella mezza età avanzata in senso sportivo con rincalzi che vengono dal Sudamerica e  dall’Africa perché i vivai dei giovani costano, possono esporre a rischi ed è molto più semplice per i club lasciar perdere il turn over locale  e acquistare sul mercato globale prodotti già confezionati. Che tra l’altro sono richiesti a gran voce da tifoserie organizzate più aduse alle patrie galere che agli spalti. Né si può pensare che i medesimi club, con la tendenza sempre più evidente a passare in mani non italiane per il quali il calcio è solo un affare, mettano a rischio i loro investimenti per la nazionale, mentre la stessa cosa pensano i milionari che corrono dietro alla palla indisponibili a muovere un alluce se non per cifre a sei zeri. Una situazione nella quale è difficilissimo avere idee e creare gioco. In fondo proprio perché il calcio è divenuto tutto – business e oppio – tranne che uno sport l’uscita dal giro che conta è significativo della condizione del Paese e delle capacità della classe che lo dirige.

Semmai il caso fortuito è stata la vittoria nel mondiale di dieci anni fa che diede all’uomo della strada l’illusione che il Paese fosse ancora in prima fila, quando invece il declino era già cominciato anni prima con allenatori corrotti, eterodiretti o senza bussola nel migliore di casi, incapaci di fare altro che svendere il Paese nell’illusione di modernizzarlo. Mi rendo conto che il paragone è trito è banale, ma mi sono azzardato a percorrerlo perché leggendo in rete pare che esso per la prima volta sia diventato in qualche modo lampante, almeno per molti. Certo non manca la canea tifosa che straparla in italiano stentato che fa sembrare i placiti cassinensi un capolavoro di modernità, ma nel complesso che la vicenda calcistica, come dello sport in generale, sia in qualche modo collegata a quella dello Stivale  è ormai una diffusa consapevolezza.

In realtà tutto quello che era stato rappresentato dalla commedia all’italiana nella speranza che qualcosa cambiasse, si sta tristemente avverando: se Totò strappava risate pronunciando all’inglese parole latine adesso di questo ci facciamo un vanto riempiendoci la bocca di midia, plas e giunior per mostrare di essere acculturati, il dottor Terzilli è stato surclassato, Antonio la Trippa si è estinto, Otello Celletti è diventato la normalità del clientelismo spicciolo. Perché mai nel Paese di Nando Mericoni la cui uscita dal guscio non si è tradotto in apertura, ma in provincialismo subalterno il calcio doveva essere esente dall’imitazione seriosa di Otello Canà? Altro che apocalisse, figuraccia, sfacelo citati nei titoli del mainstream che per altri versi non è che il megafono della cialtroneria nazionale ad ogni livello e si dimentica di citare sconfitte ben più importanti favorite dagli editori di riferimento: questa è la commedia all’italiana, il teatro dell’arte che si realizza. Se non altro questo ci salverà dai politici che già si preparavano a sfruttare l’occasione sportiva nell’anno delle elezioni e da quegli idioti usi a pronosticano straordinari aumenti del pil in caso di vittoria dimenticando che persino l’Fmi ne preconizza l’imminente discesa), ma la scomparsa dalla cartina del calcio mondiale per fortuna non aggiustabile con numeri ballerini perché i gol si vedono, non fa che seguire quella da ogni possibile carta tematica, salvo quelle in cui la presenza è puramente simbolica e funzionale ad altri scopi, vedi per esempio quella  nel G7 che in realtà rappresenta la Nato.

Ora che in queste condizioni molti ottenebrati si spaventino o facciano finta di strapparsi i capelli come se andasse via la tata nell’ipotesi  che i vecchi allenatori se ne vadano è veramente da ridere e da piangere.

Annunci

Nessuno tocchi Matteino

Anna Lombroso per il Simplicissimus

C’è chi ha pensato che la buona educazione non fosse una invenzione in favore dei ceti alti per conservarne inaccessibilità e remota distanza dalla volgarità della plebe sboccata e grossolana. Ma che invece segnasse le tappe del processo di civilizzazione con piccole ma significative conquiste: dal relegare lo scannamento di bestie nelle cucine all’uso delle posate, dal non indulgere nello spulciarsi in pubblico come bertucce al ritegno necessario a svolgere alcune funzioni nell’intimità fino all’esercizio di alcune censure anche nel licenzioso sfogo di piaceri dissoluti e perversi che portarono alla proibizione di sanguinosi tornei  o di rituali cruenti come il tradizionale rogo dei gatti in occasione della festa di S.Giovanni. E via via  si è ritenuto che lo stesso riserbo composto dovesse essere riservato all’espressione di emozioni, al contenimento di sentimenti,   per dissimulare inclinazioni, ma anche passioni forti, indole violenta, reazioni incontrollabili.

Ne sono stata convinta anche io: per anni non ho avuto indulgenza nei confronti di chi  volgeva la vis polemica in derisione di stature ridotte, parrucchini, tinture improbabili su riporti estemporanei, bocche siliconate e irrefrenabili. Per anni mi sono trattenuta dal ricorso a oscenità, sconcezze e trivialità, sentendomi illuminata per questo dalla luce della ragione, considerando i valori del rispetto e della considerazione degli altri e delle loro opinioni un’irrinunciabile conquista di civiltà, confronto e democrazia.

Man mano, via via che diventava, la democrazia intendo, una presenza molesta, un vecchiume posto a arginare dinamismo, libera iniziativa, ambizioni personali, legittimi profitti, sembravano sempre più arcaiche, ridicole e disdicevoli le virtù animate dalla ragione, ispirate dall’evoluta ed educata aspirazione al confronto.

L’irruzione del contesto politico e sociale di generazioni di gran burini affrancati da una doviziosa produzione cinematografica, l’affermazione di cerchie di gran zoticoni, l’autorità attribuita a clan di gran insolenti, insomma il primato dell’arroganza, della prepotenza, della sfrontatezza combinate con ignoranza, pressapochismo, letture orecchiate e culto della visibilità al posto di studi e reputazione hanno persuaso anche i più resistenti dalla vanità di certi pregi e di molte attitudini, derisi da chi si fa vanto di vizi, da chi esibisce ricchezze opache quanto pacchiane, carriere sconcertanti quanto immeritate a dimostrazione di talenti e vocazioni un tempo oggetto di vergogna  e ludibrio, da chi loda ­­per la sua inarrestabile vena sarcastica qualche impresentabile diventato indispensabile per la sua vocazione al voto di scambio, da chi fa della menzogna la sua cifra a conferma di una oscena superiorità conquistata a suon di ubbidienza, accondiscendenza ai potenti,  conformismo, ipocrisia e mediocrità.

Ecco spiegato il successo di una categoria cui attribuisco la responsabilità di avermi fatto convertire a un sano e sfacciato turpiloquio, necessario come una terapia a sfogare collera e indignazione, a uno spericolato gusto dell’invettiva bellicosa, indispensabile come un cerotto messo a riparare le ferite alla comune  e generale dignità.

Mi fanno ribrezzo, mi nauseano come il contenuto del bidone dell’umido il due gennaio dove si mescolano lische di branzino, la gelatina dello zampone, le lenticchie inacidite e lo zabaione che naviga su rottami di pandoro, in memoria di appetiti inconfessabili, scorpacciate turpi e sprechi ignominiosi.

Ma peggio ancora mi suscitano quelli cui quegli avanzi maleodoranti e disgustosi sembrano proprio piacere come fossero un piattino di Masterchef, che in questi due giorni post referendari affollano non solo la discarica televisiva ma pure i social network, inclini a riempirli di “Je suis Matteò”.

I peggio, devo ammetterli, quelli che mi suscitano un fastidio che sfocia nella vergogna per loro, sono i fan di una forma aberrante di correttezza  sociale e mondana. Sono loro a fare professione e ammissione di laica e giudiziosa obiettività,  di elegante e garbata equità, tanto che ne ho sentito qualcuno che diceva di aver militato nelle file del No, confessare di provare una sincera e emozionata pietas – magari si erano commossi anche per le lacrime di Fornero – per il cialtrone detronizzato divinamente imbronciato per la slealtà dei beneficati, immediatamente entrato a far parte, grazie alla meritata sconfitta, della schiera dei diseredati, che ha contribuito a condannare irreversibilmente, all’esercito dei disoccupati, che ha collaborato a popolare, della legione dei tanti che hanno subito una perdita di beni, sicurezze, garanzie e diritti grazie a lui.

Sono sempre loro a riconoscergli doti virili di dignitosa sopportazione dello schiaffone sonoro che gli abbiamo ammollato, lodando la decisione anticipata da un anno di tira e molla, da un anno di battage pubblicitario sulla sua granitica determinazione a rispettare la volontà popolare, di assumersi le sue responsabilità lasciando almeno uno dei due influenti incarichi. Sono così male abituati che il fisiologico epilogo di una carriera usurpata, di una immeritata affermazione sembra loro la manifestazione irreprensibile quanto rara di una personalità che mostra di avere a cuore  l’interesse della sua impresa e perfino quello generale. Che fa autocritica, che dopo averci messo la faccia la solleva dalla poltrona, che come è tradizione di scout lascia meglio di come l’ha trovata, più potente e rafforzata, più autoritaria e tirannica, più arbitraria e discrezionale. Che a poche ore dal toccante addio mostra di avere le protezioni giuste per rialzare la testa.

Capaci che ancora una volta gli abbiano dato credito. In fondo l’hanno data anche alla democrazia delle primarie, anche ai fondi di Banca Etruria, anche al premio Nobel per la pace, che ha rivolto un estremo e commosso saluto insieme alla moglie addobbata in abito Gucci  per rendere omaggio all’Italia orbata di tanto spiro. Capaci che lo pensano riluttante  a restare là a fare lo sbrigafaccende su sollecitazione dei due presidenti, uno davanti come un uomo sandwich a eseguire i comandi di quello dietro, capaci che davvero sono persuasi che la cocente disfatta gli abbia suscitato la voglia di starsene a guardare i quiz in Tv come una madeleine proustiana vicino alla paziente Agnese. Capaci che non si fanno carico della preoccupazione di Nardella all’idea che l’inverecondo gradasso torni alle origini, sperando di reiterare la sua ascesa.

Più di uno nel rendergli onore – e non parlo solo della sue cheerleaders, non mi riferisco solo ai suoi scherani o ai reduci della sua curva Sud, quelli che hanno scommesso sul cavallo pazzo e ora gli sono grati di averli assolti, probabilmente per scaricarli, e dei quali possiamo immaginare prossime defezioni in vista di elezioni punitive – ha addirittura osservato con ammirazione entusiasta che ha reagito alla débâcle con lo spirito e l’attitudine di uno statista.

Non sarò educata, non sarò compita. Non mi basterebbe un buen retiro nel rignanese come Cincinnato, non mi accontenterò di una improbabile conversione alla professione di conferenziere e presenzialista a eventi padronali, non mi appagherà un benefico cono d’ombra. Per lui voglio Place de la Concorde, voglio gogna e pure ghigliottina. Peccato che se così fosse, finirei  a sferruzzare in compagnia dei suoi fan rapidamente trasformati come è uso di mondo in feroci detrattori e carnefici, togliendomi il gusto di essere in minoranza.

Un gusto che due giorni fa, con soddisfazione ho dimenticato, per la soddisfazione felice e sorprendente che avesse, per una volta, vinto la parte giusta.

 

 

 


La prova del No

riforma-costituzionale-renzi-no-510-sUna certezza esce dalle urne delle comunali: la constatazione che il Pd è in stato preagonico, come se dopo essere stato scalato dall’interno da forze estranee e ostili alla sua natura originaria, sia ormai solo un sacco vuoto cucito  con il filo degli interessi di bottega e clientelari, tenuto gonfio dalla protervia di parlamentari ed eletti decisi a mantenersi sulla poltrona. E forse è ancora di peggio di così: è qualcosa di destinato a fare da specchietto per le allodole per un elettorato saldamente e paradossalmente ancorato ai propri feticci in vista della rivoluzione oligarchica che si vuole ottenere con il referendum costituzionale. Dopodiché la finzione della forza politica posta a sinistra potrà anche essere ufficialmente abbandonata in favore di un partito della nazione, così come progetta Renzi e ancor più di lui le forze sotterranee che lo hanno elevato dalla  provincia a Palazzo Chigi.

Questo non si desume solo dai pessimi risultati di Napoli dove il partito non è nemmeno riuscito ad essere in ballottaggio e da quelli negativi delle altre grandi città, comprese le roccaforti di Bologna e Torino, ma anche dal fatto che in alcune situazioni, quella di Roma ad esempio, la sconfitta si è materializzata pur raccogliendo voti tra le formazioni più a destra, a cominciare da Forza Italia, passando per Salvini per finire ai pimpanti e mascelluti palazzinari scesi in campo per condizionare dall’interno la politica a loro vantaggio. Questo vuol dire che quasi dappertutto l’unica possibilità di riagguantare la vittoria al secondo turno è proprio quella di render palese e concreto il passaggio dal Pd all’informe partitone renziano della nazione, un po’ catto, un po’ reazionario, molto servile nei confronti dei poteri economici interni ed esterni, necessariamente leaderistico,  berlusconiano nella mentalità, ideologicamente vuoto e riempito con l’aria compressa del pensiero unico.

Insomma il Pd si è trasformato in una sorta di reperto il cui nome verrà utile solo fino alla manipolazione costituzionale e la nuova legge elettorale: dopo sarà praticamente impossibile cambiare qualcosa. Del resto chi poteva salvarlo non lo ha fatto, chi voleva farlo non è stato in grado di farlo ed è ormai troppo tardi perché anche nel caso di una sostituzione di Renzi sarebbero altri a decidere i tempi, i modi, le persone. L’unica concreta speranza di salvezza del partito e della sua socialdemocrazia residuale è legata al fallimento del referendum costituzionale: la sconfitta del renzismo è il presupposto necessario anche se non sufficiente per una sopravvivenza non solo formale del Pd e potrebbe rimettere in gioco la politica. Per paradossale che sia la permanenza in vita  del Pd è legata alla capacità degli elettori di votare contro il partito nel referendum. E questo risulta evidente persino da coloro che alla fine si dicono partigiani del sì: per esempio Cacciari il quale dopo aver detto che la riforma “concepita male e scritta peggio”, che “punta alla concentrazione del potere”,  “a dare tutto il potere al capo”, che  “la montagna ha partorito un brutto topolino” suggerisce di votarla proprio per questo, ovvero per far andare avanti quello stato oligarchico dove evidentemente egli si trova a proprio agio. No si hanno del resto altre spiegazioni possibili, a parte l’effetto letale che devono avere le tinture per capelli sulle capacità intellettuali.

Ecco se non vogliamo dare il tutto il potere al capo, se vogliamo far rimanere anche solo il calore residuo di un pensiero politico, se non vogliamo riforme fatte coi piedi occorre contraddire tutto il mefitico ambiente politicante in cui tutto questo nasce. E dire No, come sembra si sia cominciato a fare.

 


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: