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Un Paese in macerie

terremoto-norcia-diocesi-13.46.37Mentre le anime belle, sempre troppe e sempre pericolose, in perfetta simbiosi con i peggiori ceffi del fascio clerico berlusconismo, tra cui Sallusti e Bertolaso, si indignano di fronte ad ogni accenno di realismo come fosse un offesa ai morti e predicano l’unione mistica e solidale con Renzi, magari decidendo di votare Si al referendum costituzionale in nome del terremoto, si comincia a diradare la nebbia su ciò che verrà. Ma il panorama è terremotato anch’esso, anche se offende solo i vivi ormai, vivi che devono subire un’informazione da barzelletta e la conversione degli ultimi blandi critici  che in cambio di prebende, trasmissioni e apparizioni si dedicano alla mirabile opera di confondere la mancanza di impegni immediati e il rinvio a prossimi ed eventuali piani, come saggezza di governo.

Così anche il terremoto fa bene al guappo che si appella alla solidarietà nei momenti di tragedia annunciata. Ma per la verità il premier potrebbe diradare la bruma e dare prova di reale buona fede in pochi giorni, se non ore: gli basterebbe abolire la legge con cui Monti, con perfetta scelta dei tempi, degna di un uccello del malaugurio, volle sottrarre completamente lo Stato dal pagamento di qualsiasi danno dovuto alle calamità naturali, comprese quelle dovute ad incuria, errori, colpevole inazione delle articolazioni dello Stato medesimo, per affidare tutto ad eventuali assicurazioni private. Il decreto sotto il titolo di riforma della protezione civile fu approvato cinque  giorni prima del catastrofico terremoto in Emilia e nonostante venisse presentato come sperimentale venne convertito in legge il 19 luglio successivo, a container appena arrivati (ci vivono ancora 450 persone senza luce perché la convenzione Enel prevede maxi bollette da 1600 fino a 2500 euro). E per fortuna che la crisi di governo nell’autunno di quell’anno e l’ambizione politica del premier indussero Monti ad andare oltre i 50 milioni promessi a botta calda (è una cifra fissa si vede) e a garantire la ricostruzione.

Oddio a quattro anni di distanza e in una delle aree più organizzate del Paese c’è ancora la metà delle case danneggiate da sistemare, capannoni industriali  da rivitalizzare e ci sono ancora i centri storici da ricostruire: a fronte di quasi 13 miliardi danni accertati  finora sono stati concessi meno di due miliardi per la ricostruzione di cui solo 850 milioni sono stati stanziati effettivamente, una cifra inferiore ai contributi giunti dall’Europa e dalle raccolte di solidarietà. E si tratta di cifre della Regione, vale a dire quelle più edulcorate possibili. Quindi figuriamoci cosa accadrà in una zona che non vanta industrie e una consistente fetta del Pil col relativo peso politico, ma solo turismo sia di passaggio che di residenza estiva, solo paesaggio e memoria.  Perciò visto che nessuno si è interessato di dire chiaro e tondo agli italiani che per legge dovevano assicurarsi in  proprio con spese stratosferiche per chi risiede in zone sismiche, che nessuno ha tirato fuori un piano con relativi contributi pubblici e prestiti agevolati per la messa a norma antisismica degli edifici (in realtà molto più semplice di quanto non si pensi sfruttando le tecnologie più recenti), che nessuno ha controllato le ricostruzioni dopo i due precedenti terremoti, sarebbe un vero atto politico sgombrare il campo dall’ottuso e servile liberismo montiano, ripensare e riordinare tutta questa materia. Ma ormai basta dire che si pensa a un piano che subito scattano gli applausi come se si illuminasse l’apposito cartello.

Di certo non è possibile appellarsi al volemose bene di fronte a tragedie come queste che nascono da una incredibile noncuranza generale e dalla  disponibilità ad abbassare continuamente l’asticella della corrività: basti pensare che il recente terremoto in Equador, benché abbia coinvolto direttamente aree con almeno 2 milioni di abitanti ha fatto 600 morti, però con una scossa iniziale non di 6  gradi della scala Richter come nelle zone dell’Italia centrale, bensì di 7,8: per chi non lo sapesse la scala Richter non è aritmetica, ma logaritmica per cui non parliamo di un sisma un po’ più forte, ma di uno che esprime una energia di circa 64 volte più grande. Certo un paragone diretto è difficile per molti motivi, a causa del terreno, della profondità dell’epicentro e della sua distanza dai luoghi colpiti, per cui la differenza di intensità potrebbe essere molto inferiore a quel rapporto. Ma di certo c’è una bella differenza. E siamo pur sempre in Equador e non a Osaka. Qui invece siamo in Italia dove dobbiamo ascoltare un premier che si vanta del fatto di avere il maggior numero di estratti vivi in un terremoto. Naturalmente è una cazzata stratosferica e un non senso da ogni punto di vista, ma purtroppo viviamo in un Paese nel quale non solo si consente che vengano dette bestialità del genere, ma si è disposti a farne motivo di orgoglio. Il che dimostra che di estratti vivi dalle macerie morali e politiche del Paese ce ne sono proprio pochi.

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Caro bugiardo, quanto ci costi

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Stamane mentre attraversavo Piazza San Clemente, là dove le leggende metropolitane narrano che si trovi l’accogliente quartierino di una personalità molto discussa, mi sono imbattuta in due rappresentanti – peraltro ben riconoscibili dal look Miami Vice: occhiali specchiati, abbronzatura artificiale, mise nera e stivaletti- di una delle caste più inviolate e inviolabili della capitale, quella dei noleggi con conducente, promossi inopinatamente a servizio pubblico, con tutti i “diritti” delle corporazioni, corsie preferenziali, penetrazione nelle Ztl,  ma nessun dovere. I due confrontavano i salari, compresi di ritenute e gratifiche. Ed ecco che la frase compiaciuta di uno dei figuri mi ha folgorata: ah, io in più c’ho pure gli 80 euro di Renzi.

Abbiamo una strada impervia noi che speriamo nel riscatto della verità dal culto della menzogna, divinità idolatrata anche dalle vittime sacrificali, persuase della bontà dell’accondiscendenza e della virtù della dabbenaggine  rispetto  all’assunzione di responsabilità, alla facoltà di scelta, alla ribellione. La bugia è un ingrediente immancabile nelle ricette dei potenti e un’arma particolarmente efficace nella lotta di classe che conducono contro di noi e alla coesione sociale, alla solidarietà, al sogno che i proletari di tutto il mondo si uniscano, se è gioco facile ormai nutrire l’inimicizia, la diffidenza, il rancore, grazie alla conversione di diritti e garanzie in elargizioni discrezionali e divisive, cime nel caso della sapiente somministrazione ad intermittenza delle prerogative dell’articolo 18, dipendenti pubblici, elettorato d’elezione del partito unico, si, dipendenti privati, no. E se l’elemosina erogata con i nostri soldi, in modo che l’obolo infilato in tasca come regalia generosa, esca dalla stessa tasca sotto forma di necessaria tassazione, di doveroso contributo, diventa un dono munifico di Renzi, cui l’autista riconosce splendida prodigalità e offre imperitura gratitudine.

C’è da avere paura che presto i pensionati di oggi e quelli improbabili di domani siano riconoscenti di ricevere quella che è una retribuzione differita, prepagata in anni e anni di lavoro con sacrificio e fiducia che dia la possibilità di una età matura serena e dignitosa, come fosse una concessione che ci si deve meritare, attraverso obbedienza anche nel seggio, soggezione a diktat persuasivi di banchieri senza scrupoli, contribuzioni volontari a sistemi paralleli e a assicurazioni pelose, in modo da dimostrare religiosa osservanza al dio mercato.

Complici i media, l’occultamento e la manipolazione della verità sono diventati sempre di più sistema di governo. Così si distrae il pubblico pagante con intermezzi e scenette, grazie all’ostensione di fatti irrilevanti, si esaltano o inventano pericoli e minacce, soprattutto quelle “esterne”, per eludere quelli “interni” e veri, si alimenta la paura di nemici, tali in misura della loro estraneità o differenza da noi, per distoglierci da chi sta commettendo dei crimini contro di loro e di noi, si nascondono fatti, dati, informazioni, nomi perché   il segreto sia ad uso dei potenti, privilegio inviolabile a loro difesa come la privacy e come d’altra parte tutti i diritti,  ambiti oggetto ormai delle stesse disuguaglianze perverse che caratterizzano il sistema sociale e economico.

Abbiamo concesso loro l’abuso delle parole, manterranno questo potere grazie alla limitazione delle libertà di espressione, la riduzione dell’istruzione a infarinature adatte a formare servitori flessibili, la conversione della lingua in gergo manageriale e commerciale. Abbiamo concesso loro fiducia – e uso il noi perché sospetto che, magari per aver scelto di stare appartatati in una  colpevole astenia, la colpa sia collettiva – e credito come ne è stato concesso alle illusioni di benessere e accumulazione offerte dal gioco d’azzardo finanziario. Abbiamo concesso loro, grazie a una informazione supina, di mentire senza essere smentiti, di ingannarci senza  essere sbugiardati, di fregiarsi delle medaglie dei loro crimini.

Abbiamo dato troppo per essere davvero innocenti.

 

 


La tenda rossa e il mercato al Polo nord

biagi_aSono passati 88 anni dal 25 maggio del 1928, giorno nel quale il dirigibile Italia si schiantò sui ghiacci del Polo nord dando origine a all’epopea della tenda rossa di cui non si sa quasi più nulla, sommersi come siamo da saghe commerciali decise a fagocitare l’immaginario. Eppure quella vicenda avvinse il mondo intero e fu di fatto l’ultima delle esplorazioni avventurose, romanzesche volte a forzare l’estremo limite di cui si abbia notizia, una sorta di canto del cigno del vecchio mondo in cui si consuma il dramma e muore anche Roald Amundsen, leggenda vivente delle esplorazioni polari. Eppure dentro tutto questo c’è anche il passaggio agli aspetti più miserabili di quella modernità di cui compiaciamo come larve. Non parlo certo degli aerei, degli idrovolanti, dei rompighiaccio, delle comunicazioni radio e quant’altro, ma del fondo inesplorato e verminoso della vicenda.

Innanzitutto l’avventura comincia sotto stigmate tutte italiane, con un gerarca del fascismo volatore, Italo Balbo, che non vuole rischiare di essere messo in ombra dall’eventuale  successo della spedizione di Umberto Nobile e nemmeno vuole rinunciare ai lucrosi rapporti con l’industria aeronautica sponsorizzando trasvolate orientate sì allo studio geografico e fisico del pianeta, ma anche a valutare il dirigibile come mezzo di trasporto passeggeri, cosa che i velivoli del tempo non erano in grado di fare. Dunque il regime si tira indietro, rifiuta i fondi per la realizzazione di un dirigibile più moderno e fa mancare anche i mezzi di appoggio sia navali che aerei. L’esplorazione viene di fatto sostenuta dalla città di Milano e da privati. Ma questo è solo il meno, solo un capitolo di quel governo per bande e cialtroni che fu il fascismo , il peggio viene dopo, anche se è dovuto passare quasi un secolo prima che saltasse fuori l’orrenda verità . Dopo il disastro sul pack, la sopravvivenza nella tenda rossa (dipinta di tale colore con il sangue di un orso bianco abbattuto per sopravvivere) , dopo l’affannosa ricerca dei superstiti a cui partecipa in pratica tutto il mondo, dopo il loro salvataggio comincia da parte di Balbo la demolizione di Umberto Nobile, che oltre a essere un fascista riluttante, era diventato assai più famoso nel mondo del barbuto patron dell’aviazione italiana che in combutta con il giornalista Mussolini, già pensava alle trasvolate propagandistiche. E di pura propaganda si trattava visto che poi il governo, comprava dalla Fiat e dalle altre aziende aeronautiche velivoli di modernariato, esonerandole dalle spese di innovazione così che la guerra ci colse con i biplani quando gli altri avevano i Messerschmidt, gli Spitfire, i Polikarpov e gli Zero.   Ma insomma la campagna contro Nobile fu possibile perché quasi un mese dopo la distruzione del dirigibile il pilota svedese Lundborg riuscì ad atterrare vicino ai superstiti e salvò  per primo lui, nonostante vi fossero altre due persone ferite. Al successivo ritorno l’aereo di ribaltò in atterraggio e gli altri furono alla fine tratti in salvo da un rompighiaccio sovietico. Ma come, il comandante che dovrebbe essere l’ultimo a salvarsi, invece se frega e abbandona l’equipaggio? Inamissibile e del resto quelli non erano tempi in cui si fanno tenere lezioni universitarie agli Schettino: infatti Nobile dovette dimettersi da tutte le cariche ed emigrare prima in Urss e poi in Usa, per tornare in Italia solo alla caduta del fascismo.

Nobile si difese, mandando anche una lettera a Mussolini per rivendicare  la propria innocenza, ma con una serie di argomentazioni non molto convincenti visto che la verità vera non poteva essere rivelata, anche se essa era pienamente a conoscenza del dittatore, alimentando una polemica sulla quale solo da pochi anni si può fare chiarezza con lo studio delle documentazioni: quando il pilota svedese riesce ad atterrare vicino alla tenda rossa  ha l’ordine perentorio di salvare per primo Nobile su mandato del Consorzio Assicurazioni aeronautico. Il comandante della spedizione aveva coperture molto superiori a quelle degli altri membri dell’equipaggio e dunque visto che era sopravvissuto si doveva evitare qualsiasi rischio ulteriore che mettesse a rischio le casse. Ma nessuno, nemmeno il protagonista, ha mai avuto il coraggio di rivelare la verità ben a conoscenza di Mussolini che prima della spedizione era stato supplicato di intervenire per ridurre il premio stratosferico chiesto e alla fine ottenuto: 500 mila lire di allora, qualche milione di euro di oggi. Non si poteva dire perché allora il Consorzio assicurativo aeronautico era una creatura del fascismo, perché Nobile non ci avrebbe fatto comunque una magnifica figura risparmiando sui premi del’equipaggio tra cui figuravano anche scienziati di nome  e perché, dopo tutto l’impresa al polo era stata finanziata privatamente e non si potevano sputtanare le logiche del mercato.

E’ il primo esempio di una logica che per noi è normale e non solo in campo aereo dove la ricerca delle cause di incidenti è condizionata in ogni momento dagli interessi delle assicurazioni, ma in qualsiasi settore della vita, dalle auto alla salute. E non c’è dubbio che la “scoperta” di quelle antiche dinamiche su documentazioni disponibili da decenni è avvenuta quando  la cosa è talmente entrata nella mentalità e nel costume da non destare più scandalo o particolari perplessità. Da essere ovvia e nemmeno un po’ ignobile.

 


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