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Strette di mano, strette di caimano

20672_a41979Diventa sempre più duro sottrarsi alla squallida commedia e ai coreuti, ovvero i capri e in questo caso i caproni che ieri ci hanno intrattenuto sulla stretta di mano fra Obama e Raoul Castro. Altra roba storica cinguettano contenti e felici, come se dopo quasi 50 anni di embargo semplicemente ideologico e canaglia, deciso e imposto nel ’61 dopo che la riforma agraria di Fidel espropriò i latifondi in mano alle multinazionali Usa, si dovesse celebrare l’apertura, la comprensione, la generosità di Washington e di Obama, mentre siamo di fronte all’evidente, tardivo e impacciato tentativo di reimpadronirsi dell’isola prima che la sua economia, devastata per oltre mezzo secolo dagli inquilini della Casa Bianca, si apra in altre direzioni.

Contemporaneamente però nessuno nei media mainstream si sogna di sottolineare il ruolo degli Stati Uniti nel tentativo di rovesciare il presidente Maduro in  Venezuela e più recentemente degli sforzi dell’amministrazione americana e dei suoi servizi per  reinstaurare in Brasile un governo di destra  tramite operazioni populiste di tipo arancione e ucraino. Gli analisti di Global Research hanno messo in luce  che i due maggiori centri di opposizione a Roussef e Lula, la Rete Atlas e il Movimento Brasile libero, fondato dagli Estudiantes Pela Liberdade” hanno la loro sede negli States e sono finanziati per milioni di dollari da fondazioni come John Templeton e Charles Koch, vicine al Tea Party e generosi centri di finanziamento globale per l’ultra destra liberista. Del resto gli studenti per la libertà non sono che la branca brasiliana di un organizzazione che agisce in tutto il mondo, sotto diversi tipi di mimetizzazione e localizzazione, ma sempre impegnati in favore della riduzione della spesa pubblica, del welfare, della privatizzazione selvaggia, dell’abolizione della sanità pubblica della riduzione della regolamentazione sul lavoro e via dicendo.

A questo si aggiunge quanto riporta lo Spiegel  riguardo al colpo di stato morbido portato avanti anche grazie al giudice Sergio Moro. La maggiore rivista tedesca non ci va giù leggera:  “Moro  fa politica e ciò non corrisponde alla sua funzione (…) fino ad ora non è stato in grado di costruire un serio atto d’accusa contro Lula, anche se decine di magistrati  e la polizia federale da mesi scavano nelle finanze e nelle relazioni personali dell’ex  presidente”. Ma non dice esplicitamente che la palese e non nascosta appartenenza politica del magistrato si è più volte concretizzato nel sostegno verso il Movimento Brasile libero con la partecipazione alle sue manifestazioni. Tutto si tiene.

E c’è molto di più anche se si tratta solo di un indizio: l’operazione Lava Jato o Carwash grazie alla quale si voleva arrivare all’arresto di Lula, spesso paragonata a mani pulite, ma in realtà molto diversa nei metodi e nella sostanza, prende vita, guarda caso, poche settimane dopo che Moro era tornato da Washington dove aveva partecipato a una sorta di corso organizzato dal Dipartimento di Stato Usa sul riciclaggio di denaro e inizialmente era stata impostata proprio in questo senso prima cioè di essere trasformata nel grimaldello finale della reazione politica per scardinare le riforme di valenza sociale.  Cosa che per ora è stata sventata dalle gigantesche manifestazioni in favore di Lula, di cui l’informazione, quella paludata e ipocrita, quella che secondo il birignao giornalistico di direttorini e vicedirettorini azzimati, verifica l’informazione, non ha parlato. Ecco il risvolto delle strette di mano “storiche” cui assistiamo. Insomma siamo completamente disarmati di fronte  alle verità ufficiali, anzi  ne siamo vittime sacrificali: mi chiedo cosa mai sapremo sulla strage di Bruxelles se non la “verità ” dei servizi che diventerà la verità a tutti gli effetti.

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