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Arriva il reo di non pentimento

battistiLasciatemi dire che in questa Italia non passa giorno e ora che possa salvarci dall’indignazione per l’acqua sporca che attiva il mulino del discorso pubblico. Persino sull’estradizione di Battisti la nostra informazione non manca di chiacchierare argutamente sull’ergastolo chiedendosi se l’accordo di estradizione con il Brasile che prevedeva non più di trent’anni di carcere, la massima pena in quel Paese, sia ancora valido visto che l’ex terrorista è stato preso in Bolivia. Davvero una questione di lana caprina considerando che da noi l’ergastolo dura non più di 26 anni e talvolta assai di meno, che la pena stessa, qualora sia “ostativa” cioè senza i benefici di legge, potrebbe essere ben presto cancellata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo. L’imbarazzo di un’informazione embedded che da una parte deve esaltare il ritorno in catene di Battisti per fare la fine che si meritano gli antisistema, dall’altra trovarsi sugli spalti in compagnia di Salvini che si “commuove”, è del tutto evidente. Ma si tratta di gente che riesce ad ingoiare qualsiasi cosa pur di afferrare uno stipendio,

Il fatto è che si deve fare cagnara per eludere il vero problema di fondo, la questione cioè di come sia possibile che un terrorista assassino abbia potuto godere per moltissimi anni di un divieto all’estradizione prima da parte della Francia mitterandiana e poi del Brasile di Lula, di come sulle sue spalle penda una condanna molto più grave rispetto a quella di altri  che hanno commesso lo stesso tipo di reati o anche più gravi. Prendiamo ad esempio Valerio Fioravanti che senza nemmeno considerare la strage di Bologna (85 morti) ha confessato 8 omicidi ( contro i 2 di cui è accusato Battisti) ed ha fatto in tutto 26 anni di carcere di cui 10 in regime di semilibertà, oppure Marco Barbone, l’assassino di Walter Tobagi, che si è fatto solo 8 anni di carcere in virtù del suo pentimento in nanosecondi e della successiva adesione a CL, mentre i suoi complici pur avendo avuto una parte del tutto marginale nell’agguato mortale si sono beccati trent’anni.  In realtà le due cose sono strettamente legate perché le condanne di Battisti non si appoggiano ad alcuna prova concreta e decisiva, ma si basano su dichiarazioni di pentiti che grazie alle loro rivelazioni, spesso di pura fantasia, si sono visti ridurre le pene a pochi anni anche a fronte di delitti orribili. Del resto come nei tribunali dell’inquisizione ciò che contava non era il senso di giustizia e tanto meno l’interesse per le vittime, ma l’abiura dall’eresia da parte dei colpevoli.  Per questo governi e lasciatemi dire atmosfere di governo che avevano a cuore lo stato di diritto hanno negato l’estradizione considerando la condanna di Battisti quanto meno sospetta, non credibile, “degne di una giustizia militare”, come disse la magistratura francese che di queste cose se ne intende bene, dell’accanimento contro un non pentito, anche perché a lui sono state addossate tutte le malefatte orfane di colpevoli, compresi due assassini avvenuti nello stesso giorno a centinaia di chilometri di distanza.

Che poi questa protezione per così dire legale sia venuta meno con Chirac e ora con Temer due rappresentanti della governance neoliberista, anche se divisi da una generazione, ha poco a che vedere con la realtà dei fatti. Non ho alcuna simpatia nei confronti di Cessare Battisti, che purtroppo mi è umanamente odioso, ma se questo fosse davvero un Paese che vuole cambiare pagina rispetto a un passato opaco e terribile che si è sempre tentato di nascondere e che lo sta distruggendo, se si vuole un riscatto rispetto al declino delle sue istituzioni trascinate nel fango e ridotte ad ambiguo notabilitato, bisognerebbe rifare i processi a carico di Battisti per vedere cosa è plausibile e cosa invece è stato frutto di un’emergenza affrontata con criteri e rimedi peggiori del male tanto da suscitare a suo tempo anche  perplessità nella maggiore carica dello stato, quel Francesco Cossiga che pure era un convinto “gladiatore”. Ma naturalmente questo non è possibile, sia sul piano formale, sia su quello politico: rischierebbe oltretutto di incrinare un vaso di Pandora ben custodito nelle segrete di Palazzo. Non ha importanza se la gran madre dei cretini che sforna figli in grande abbondanza, fregandosene della crisi demografica, oggi è bella contenta come di solito è la maggioranza delle greggi. Davvero non si può pretendere che comprenda come il rallegrasi di condanne in definitiva “politiche” spiani la strada ad ogni futuro intervento normalizzatore che coinvolga e travolga anche la giurisdizione. Ma siamo agli ultimi atti di un Paese che sta perdendo se stesso.

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Fascismo a passo di samba

maxresdefaultSentire una frase come quella che riporto qui sotto tra virgolette non è inusuale in questo Paese, anzi diciamo che con formulazioni diverse  l’abbiamo sentita molte volte, prima a partire da destra nella sfacciata protervia berlusconiana per poi arrivare alla sinistra sebbene incartata nell’ipocrisia aulica e implicita del mercato: “ho molta pena degli imprenditori, perché è una disgrazia essere un padrone nel nostro paese, con tanti diritti dei lavoratori”. Si tratta di una locuzione che nella sua rozzezza rappresenta molto bene la realtà antropologica contemporanea, una volta sfrondata dalle sovrastrutture dei filosofemi paraliberali e delle ideopatie economiciste. Quindi non stupirà apprendere che stata è stata pronunciata da Jair Bolsonaro, l’ambiguo personaggio di estrema destra neoliberista  che con tutta probabilità si appresta a diventare il presidente del Brasile e rappresentante del marasma massmediatico in cui è caduto il discorso pubblico e non solo in sud america ( vedi qui).

La frase citata si accompagna anche ad una galassia di esternazioni in stile puramente fascista che sono prezioso patrimonio anche di molta parte della nostra piccola borghesia di bottega e di ufficio, sia puree riservata ad amici e conoscenti, perché la vergogna non va cancellata, ma semplicemente nascosta. Ne farò un piccolo e grottesco florilegio: “Se dovessi vedere due uomini baciandosi in strada, li prenderei a cazzotti!” Se poi per caso qualcuno non avesse capito ribadisce: “Sarei incapace di amare un figlio omosessuale. Non sarò ipocrita: preferisco che muoia in un incidente, piuttosto che si faccia vedere in giro con un baffuto. Tuttavia ce n’è per tutti: “L’errore della dittatura è stato di torturare e non uccidere” oppure “Dio sopra ogni cosa. Non esiste questa storiella dello stato laico, no. Lo stato è cristiano e la minoranza che fosse contro, che se ne vada! Le minoranze devono curvarsi alle maggioranze!” E poi sui discendenti degli schiavi neri: “Non fanno nulla! Io credo che nemmeno per procreare servono più. Spendiamo più di un miliardo all’anno per loro!”. Non a caso Bolsonaro esclude che i suoi figli così bene educati possano sposare delle “negre”. Siccome sono abbastanza stanco di riportare le immortali fesserie di questa macchia umana terminerò con una citazione che si ricollega alla prima: “Tra un uomo e una donna giovane, che cosa pensa l’imprenditore? Accidenti, questa donna fra un po’ sarà gravida, sei mesi di licenza maternità. Bello sto cazzo! Chi pagherà il conto?”. Sarà anche espresso in modo brutale ma scommetto che trova molto consenso tra la nostra imprenditoria e quella europea tanto che le legislazioni del lavoro a tutela della maternità hanno via via ridotto i diritti delle donne mentre è aumentato enormemente il ricorso a comportamenti illegali che solo raramente sono sanzionati e anche in quei  casi a fronte di pene che valgono la candela.

Ora questo personaggio così straordinariamente aperto ha scelto come suo ministro della Finanze, in caso di elezione, l’economista Paulo Guedes, allevato alla famigerata scuola di Chicago, fondatore del Millenium Institute un think tank brasiliano con lo scopo di propagandare il pensiero liberale,  ha creato e diretto fondi di investimento,  ha insegnato alla Pontifícia Universidade Católica di Rio de Janeiro e pure all’università del Cile su chiamata di Pinochet, ha fondato il banco Pactual ed è stato direttore dell’Istituto brasiliano dei mercati finanziari. Ora si appresta a procedere a massicce privatizzazioni, a una riforma fiscale a favore di ricchi e aziende e al massacro delle pensioni sulle quali peraltro sembra abbia indebitamente lucrato attraverso i suoi fondi di investimento. Ma questo è solo un particolare. La figura del neoliberista Paulo Guedes sia in se stessa, sia associata a quella del fascista Bolsonaro ci restituisce finalmente un frammento di verità, ovvero una percezione non inquinata di dove realmente si trovi il fascismo e di come il dirittismo civile di cui si ammanta il neoliberismo spesso sia una crosta che copre le stigmate del fascismo: se le condizioni lo permettono, magari fuori dal centro dell’impero perché la cosa rimanga in penombra. assieme ai diritti sociali vengono anche sacrificati quelli individuali. E i presunti liberali si alleano ai certificati fascisti senza alcun problema, anzi dando l’impressione di appartenere allo stesso schieramento, al medesimo brodo di coltura. Viene da ridere quando una nutrita serie di  abitanti delle macerie intellettuali contemporanee pensa che siano i poteri finanziari ed oligarchici con le loro regole, le loro austerità rivolte solo verso il basso, l’adorazione del mercato come se fosse l’arca dell’alleanza. la distruzione dei diritti e della rappresentanza democratica possa rappresentare una barriera contro il fascismo. Si tratta invece della forma attuale del fascismo che quando può si allea volentieri e quasi naturalmente con le sue manifestazioni più rozze.


Bolsonaro, la fascio marionetta

bolsonaro--conhea-os-mais-de-630-projetos-de-lei-do-deputado-kofh-u3040420763596ld-1224x916corriere-web-sezioni_MASTER-593x443 (1)L’egemonia culturale e il  sistema economico produttivo sul quale si fonda hanno due capisaldi che rendono difficoltosa la lotta contro il sistema che si illude di essere la fine della storia: il primo è la rassegnazione che nasce dal presentarsi come senza alternativa dopo che quella storicamente concretizzata è collassata. Il secondo è invece la retorica, del nuovo che oltre ad essere ovviamente funzionale al consumismo più folle, è diventato un vero e proprio sistema di culto che prescinde da qualità, opportunità, buon gusto, consistenza, beneficio, per assolutizzare un unica caratteristica, ovvero la novità reale o immaginaria che sia. Questo vale per qualsiasi cosa, dal più infimo oggetto di consumo alla politica, tanto che in epoca di leaderismo mediatico, l’essere nuovo è sempre vincente come abbiamo cominciato a vedere con Berlusconi e confermato in purezza con Renzi o Macron.

Ma il diapason di questo fenomeno può essere osservato con meno schermature culturali in Sud America dove personaggi nuovi o più spesso spacciati come tali  predicano quel vecchio contro il quale c’era stata una sorta di rivolta popolare a partire dagli anni ’90 e che tuttavia paiono costituire un’attrazione fatale. Il Brasile è ora sotto l’effetto Bolsonaro, un ex militare di estrema destra, contrario ai diritti umani e favorevole alla tortura, sessista a un livello inconcepibile, razzista (che è un bel problema in Brasile)  oltre che, naturalmente, ultraliberista, il quale rischia di diventare presidente del Paese dopo l’uscita di scena forzata di Lula e Rousseff  grazie a un colpe morbido organizzato molto a nord dei confini . Jair Bolsonaro, che a quanto pare è il candidato Washington, è un predicatore d’odio, un imbarazzante ritorno al passato più oscuro e tuttavia riesce ad apparire, grazie alla retorica dell’uomo nuovo, addirittura come rivoluzionario, arrivando a intercettare  il  voto di protesta. La cosa è assolutamente grottesca perché quella protesta si leva contro le promesse mancate del lulismo, ma si concentra su un personaggio che disprezza quelle promesse e nemmeno nel più remoto angolo della mente pensa di realizzarle, anzi il suo programma si propone di distruggere anche quel poco che è stato fatto e che non sia già stato disfatto da Temer.  Eppure ha preso il 47% .Non è un caso che il suo elettorato sia composto principalmente da giovani che trovano in lui, in maniera del tutto acritica. una via d’uscita dalla corruzione, dalla crisi attuale e la possibilità di un futuro migliore, nonostante egli sia sia una sorta di giacobino delle ricette economiche e sociali che ha sottratto futuro alle persone.

Tutto questo è possibile però non soltanto grazie al peso dei media che sono le cinghie di trasmissione dell’egemonia culturale e dei suoi “valori” vuoti, ma anche grazie ai colossali errori delle politiche fatte a sinistra che hanno spostato l’enfasi dai diritti sociali collettivi verso sistemi di inclusione finanziaria individuali. Così che quando le difficoltà economiche hanno messo in crisi il modello lulista, non c’è stato più un chiaro spazio politico di azione. Ma dopo la caduta di Lula e della Rousseff invece di riconcentrarsi su un programma di risocializzazione, la sinistra si è limitata alla denuncia del golpe strisciante e del pericolo del fascismo, elementi necessari, ma di certo lontani dall’essere sufficienti e dal riempire uno spazio politico lasciato vuoto o al volte riempito con le idee dell’avversario, mentre si sarebbe dovuto chiarire in termini molto semplici che il problema di fondo non era la corruzione, ma ciò da cui fondamentalmente nasce ovvero la miscela tra ricette neoliberiste e forme di economia del sotto sviluppo. L’altro errore è stato quello di creare una sorta di incomunicabilità con la base sociale, conservando gelosamente un’ obsoleta modalità gerarchica di fare politica e non concedendo credito ai gruppi giovanili.  Come dice Rosana Pinheiro-Machado, docente di antropologia , “dal 2013, ciò che abbiamo visto è una sinistra paralizzata che rifiuta tutti i gruppi che non può né comprendere né trattare. Questo è un errore strategico. Il bolsonarismo ci mostra come la frustrazione radicale verso il sistema possa essere sfruttata per ottenere un guadagno politico in favore dello stesso sistema. Gli attivisti di sinistra devono comprendere e accettare questa insoddisfazione agendo attraverso le lacune delle contraddizioni del capitalismo, offrendo al contempo un’agenda radicale alternativa che abbia senso per i cittadini comuni”.

Sarebbe un errore ancora più grande archiviare tutto questo sotto il capitolo del cosiddetto populismo, termine peraltro privo di definizione e dotato solo di connotazioni, anche se a prima vista vi si potrebbero scorgere delle analogie: lo dimostra una delle voci del padrone, certamente fedele ai riti dionisiaci del nuovo ossia il Financial Time che in merito al duello tra Bolsonaro e il leader della sinistra Fernando Haddad scrive che si tratta  di “una competizione tra populisti dell’estrema sinistra e della destra”. Qui invece si tratta di uno scontro fra una forma di fascio liberismo ( rifiutata a parole, ma in realtà auspicata e aiutata dal sistema almeno fino a che obbedisce) e  una di socialdemocrazia per così dire leninista che perde contatto con la sua base. Una battaglia tra elettori soli per definizione ed elettori lasciati soli.


Brasile e Venezuela due pesi e due misure

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Manifestante pro Maduro dato alle fiamme dagli arancioni venezuelani 

In questi giorni assistiamo a due situazioni parallele ossia quella del Venezuela e del Brasile che tuttavia vengono trattate dai media occidentali in maniera diametralmente opposta: entrambi hanno governi e presidenti democraticamente eletti, entrambi si trovano ad affrontare violente manifestazioni di piazza eppure in Venezuela si parla di repressione dittatoriale, senza alcuna vergogna di forzare la mano anche attraverso l’utilizzo di fonti sospette non dichiarate tal e addirittuta fotomontaggi, mentre in Brasile sono i manifestanti ad essere accusati di una violenza che va assolutamente repressa e che infatti è stata repressa con una strage di 10 manifestanti che tuttavia non scuotono affatto i cuoricini redazionali. Ora, prima ancora di inoltrarsi nel territorio del merito mi chiedo se nelle menti dei lettori di giornali o ascoltatori di Tv si affacci una qualche timida domanda su questa assurda differenza o affiori nonostante la prolungata lotofagia  una qualche pallida consapevolezza di essere presi in giro da un’ informazione ridottasi a propaganda della peggiore specie.

Entrando parzialmente nel merito la differenza strumentale di narrazione diventa ancora più netta, per non dire clamorosa, visto che in Venezuela è la minoranza benestante della popolazione, appoggiata dai media e dai fondi dell’internazionale arancionista a suscitare una protesta amplificata e a praticare una violenza spesso e volentieri attribuita all’altra parte. Certo il presidente Maduro ha commesso degli errori, ovvio che quando si scatena il conflitto tutti hanno vittime da recriminare, nondimeno si tratta di un Paese nel quale il presidente è stato liberamente e regolarmente eletto così come il parlamento che tra l’altro ha una maggioranza all’opposizione. In Brasile al contrario si è eliminato il presidente Rousseff per via giudiziaria, ma il nuovo capo dello stato, Temer incoronato grazie alle pressioni che giungono da Washington, al lavoro sul campo dei suoi uomini e delle sue ong, alle organizzazioni della finanza globale e ai centri di informazione ad esse legata, è finito in pieno nel medesimo scandalo,  in maniera assai più grave e diretta assieme a una cinquantina di deputati e sette ministri. Dunque è naturale che oggi la destituzione di Dilma Rousseff appaia come un vero e proprio colpo di stato e che la popolazione sia sul piede di guerra soprattutto quando allo scandalo si salda la protesta contro i provvedimenti liberal reazionari di Temer che hanno visto 30 milioni di brasiliani scendere in piazza.

Ora il punto è questo: le manifestazioni violente se non la vera e propria rivolta sono o non sono armi lecite per rovesciare regimi e governi legittimamente eletti? E’ ovvio che la risposta, nell’abito del formalismo rappresentativo, deve essere univoca – si oppure no – e non può cambiare a seconda degli ordini di scuderia dell’impero, delle sue convenienze o della sua risaputa geopolitica. Certo ci avviamo verso tempi nei quali il venir meno della rappresentanza vera e propria da parte di un sistema politico subalterno e ridotto a puro ruolo di facciata, priva i cittadini della loro voce e li trasforma in mere comparse elettorali, quasi sempre gestibili con la paura, la menzogna, il disorientamento o la repressione sul campo e quella di ambito giudiziario: gli interrogativi si fanno dunque più complessi e le prospettive più buie, ma in ogni caso le risposte non possono evitare di rifarsi a criteri universali e non scelti di volta in volta a seconda di come gira. Non si può considerare una lesione della libertà e un segno di dittatura il fermo di qualche ora di un cialtrone a pagamento sceso in piazza a Mosca senza autorizzazione e invece assolutamente legittime e democratiche le manganallete, gli arresti e i processi per fattispecie assurde come il terrorismo contro i no Tav in Italia.

Ho fatto questo esempio perché, come dire, è alla portata di tutte le tasche, evidente persino ai più distratti, quasi accecante nella sua semplicità. Eppure sembra che nessuno se ne accorga e non per un deficit di intelligenza, ma per un deficit sociale: l’isolamento come individui ci rende facile preda di umori e pregiudizi, incapaci di ricollegare gli eventi in una realtà  coerente e dunque ci fa inermi di fronte alle più evidenti manipolazioni e deformazioni, ci lascia senza bussola e senza difese, cosi da poter assentire a tutto e al contrario di tutto. E alla fine dover sopportare proprio tutto.


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