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I dolori e trucchi del reddito di cittadinanza

elicottero-soldi-300x213-1Il reddito di cittadinanza o il reddito minimo garantito sono misure che contengono in sé un’ambivalenza fondamentale: da una parte sembrano essere inevitabili nel momento in cui la disoccupazione e la precarizzazione generalizzata mettono a rischio la domanda e dunque i profitti , dall’altra sono un colpo definitivo al senso stesso del lavoro che almeno nelle sue forme tradizionali di base diventa in qualche modo superfluo. Da una parte sembrano focalizzare l’interesse sull’individuo e le sue libertà, dall’altra tendono a creare la situazione ideale per società totalmente dominate da elites e in cui l’unica vera libertà è quella sopravvivenza garantita non più da diritti e regole, ma dalla semplice elemosina.

In tutta sincerità trovo piuttosto grottesco che si arrivi a questo dopo aver delocalizzato in Asia e dintorni la grande massa del lavoro manifatturiero e ormai anche intellettuale per poi venire a dire che le tecnologie robotiche eliminano posti di lavoro, il che è certamente vero, ma comunque in una prospettiva relativamente lunga ancorché alcuni la presentino come imminente.  E francamente non capisco perché a questo punto non si pensi a piani per la piena occupazione, sviluppando quei servizi, vecchi e nuovi (l’elenco potrebbe essere infinito dall’assistenza all’ambiente) che sono stati erosi dalla inesausta battaglia contro il welfare, a sostanziali tagli dell’orario di lavoro, allo sviluppo di attività incipienti, ma ancora inedite. Tuttavia questo abbasserebbe il livello di ricatto occupazionale e non sarebbe funzionale ai profitti.  Il fatto è che il lavoro fa paura alle elites dominanti: esso conferisce forza, pensiero, colleganza, sapere, senso della dignità e dei diritti che sono potenzialmente pericolosi per il potere, mentre l’elemosina – come al tempo della decadenza imperiale romana – rende docili e dipendenti, servi ancorché senza servizio.

Naturalmente molto del significato e degli obiettivi del reddito di cittadinanza o del reddito minimo garantito dipendono dal loro livello:  possono essere pensati per tenere bassi i salari e fare al contempo da ansiolitico sociale, così come possono essere, accompagnati da un progetto sociale, una strategia di sviluppo futuro. Ma non c’è dubbio che il liberismo, i suoi addetti mediatici conclamati o nascosti o inconsapevoli battono la prima strada e questo diviene chiaro quando si esaminano i progetti concreti che sono sul tavolo: è probabile che già entro l’anno prossimo, almeno su base regionale  il reddito di cittadinanza possa essere adottato dalla Finlandia, paese allievo prediletto dell’Fmi e dell’Europa oligarchica, ma aggredito da una crisi senza precedenti, inarrestabile e peraltro del tutto inspiegabile alla luce dei principi e delle teorie economiche dominanti. Fatto sta che le attività economiche sono in costante calo, mentre sale la disoccupazione, un circolo vizioso di cui l’euro, sventatamente adottato, ha un peso non indifferente.

L’esempio finlandese è interessante anche perché sia l’informazione mainstream che quella in rete restituiscono un’immagine distorta di grande e anzi assurda generosità da parte dello stato e insomma di sussidi d’oro per la disoccupazione accompagnate anche da forme di reddito minimo. In realtà la cosa è più complicata: esiste un sussidio di base di 23,50 euro al giorno per cinque giorni la settimana, più 4, 45 euro al giorno per un figlio a carico, 6, 54 per 2 figli e 8, 43  per tre o più figli, il che visti i prezzi scandinavi permette a mala pena di vivere per una famiglia dove i sussidi siano due. Se in una famiglia lavora uno solo la somma sale a circa 850 euro al mese più le medesime cifre per i figli.

C’è poi un sussidio di disoccupazione di tipo assicurativo per il quale sia il lavoratore sia il datore di lavoro pagano una cifra mensile a un fondo ad hoc e che dà diritto in caso di perdita del posto ai medesimi aiuti citati prima più il 45 % della differenza tra la disoccupazione di base e il salario precedente. Il tutto, salvo che in casi particolari, dura 500 giorni ed è comunque condizionato all’accettazione di qualsiasi lavoro dovunque sia. Finito questo periodo subentra una sorta di reddito minimo garantito in cui lo stato interviene con una integrazione che sostanzialmente porta il reddito da lavoro occasionale o precario al livello del sussidio di base, mettendoci la differenza.

Non c’è bisogno di complessi ragionamenti per capire che in realtà questo meccanismo di tutela finisce per favorire la precarietà consentendo ai datori di lavoro di offrire salari molto bassi, cosa questa  che in effetti non ha avuto come risultato che un calo della domanda e un declino delle attività produttive sia in termini numerici che in fatto di valore aggiunto. Per questo il governo neo liberista di Helsinki sta pensando concretamente di passare a un reddito di cittadinanza che dia circa 800 euro al mese a tutti, ricchi e poveri, a chi lavora e a chi è disoccupato nella speranza ufficiale di risparmiare. Sì perché in questo modo verrebbero tagliati gli stipendi di tutto il complesso meccanismo dell’assistenza sociale e sarebbero cancellati molti servizi e benefici aggiuntivi, compresi quelli sanitari, abitativi e scolastici di cui il finlandese senza lavoro gode oggi, ma anche se non soprattutto di tenere bassi, anzi sempre più bassi i salari. Alla fine mentre chi sta bene aggiungerà un’entrata nuova chi è disoccupato finirà per avere un reddito reale molto inferiore a quello attuale. E’ un po’ l’idea dell’imposta negativa di Milton Friedman e infatti l’Helsinki Time sulla base di uno studio dalla locale università scrive che un reddito di cittadinanza inferiore a 1166 euro al mese (cifra irraggiungibile per ragioni di bilancio), soglia minima per una sopravvivenza dignitosa, i cittadini che lo percepiscono saranno spinti ad accettare qualsiasi lavoro, anche quello pagato meno, per poter incrementare i loro guadagni e garantirsi un tenore di vita accettabile. Il che significa che potrebbero comparire nuove offerte lavorative magari ancora più precarie e malpagato che darebbero ai datori di lavoro molta più facilità nel trovare manodopera a basso costo.

Mi conforta il fatto che queste non sono previsioni mie di ma di Bloomberg che di impoverimenti e profitti se intende parecchio. Dunque mentre parrebbe raggiunto un grande obiettivo, nei sogni di molti, nella realtà non si farebbe che abbattere drammaticamente i salari, compresi quelli di chi oggi lavora e che sarebbe sottoposto al ricatto del licenziamento se non accetta di tagliarsi lo stipendio. Così caleranno anche le entrate dello stato, aumenteranno i prezzi dei servizi e nel breve volgere di qualche anno, calerà anche il reddito di cittadinanza, lasciando dietro di sé salari da fame.

Come si vede il tema non può essere agitato in modo superficiale col rischio di farne lo strumento ideale perché le attuali oligarchie nazionali e sovranazionali possano  raggiungere i loro obiettivi finali.

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