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La guerra tra il mostro Marino e gli orfinomani

download (1)Anna Lombroso per il Simplicissimus

Mi auguro davvero che questa sia l’ultima volta che scrivo di Marino sindaco, amministratore e anche medico: alcuni caratteri della sua personalità mi sconsigliano di ricorrere a lui in caso di gravi patologie, che era poi il motivo per il quale, viste le condizioni di salute di Roma,  dopo aver votato Medici al primo turno, mi ero astenuta alla seconda tornata.

Mentre non sarà certo l’ultima volta che mi troverò a trattare di quel che resta della sinistra non in parlamento, non nella società, non nei posti di lavoro, nei quali pare essere particolarmente latitante, ma nell’anima e nelle interiora della sua gente, sotto forma di disilluso risentimento, di amara frustrazione, di voluttuosa condanna minoritaria, di remissivo ripiegamento su un triste pragmatismo che impone di accettare i “mali minori”, di considerare ineluttabile la scelta senza alternativa del votare “contro”, schierarsi “contro”, battersi “contro” e mai pro, quando il “pro” può rappresentare qualcosa di sconosciuto, forse migliore, ma ignoto e dunque meno rassicurante di una normale mediocre conservazione.

E che esige di assoggettarsi al mesto realismo del “voto utile”, all’abiura di idee e “radiose visioni”, rinnegate come ingenui e arcaici giocattoli del Paese dei Balocchi dell’utopia. Che persuade della bontà della delega a un leader, piuttosto del  personale contributo a un programma,  della consegna, a una figura forte, delle proprie aspettative, della tutela dei diritti e delle garanzie  dell’oggi e del futuro, salvo poi ricredersi, borbottare e brontolare, nella tradizione di una “clasa discutidora”, ben custodita da opinionisti, politologi, commentatori, capace solo di una critica formale e virtuale. E che alla fine inevitabilmente ci ricasca perché “tanto sono tutti uguali”, perché “non vorrai mica appoggiare i 5stelle”? perché così “fai il gioco delle destre”, nella stolida fiducia e nella maligna speranza che perfino nel Pd, nelle sue pieghe più riposte, sotto il marcio infame e iniquo del renzismo, possa essersi celata qualche evocazione, qualche memoria di un mandato, di una storia, di una vocazione di testimonianza e  rappresentanza di sfruttati, diseredati, sommersi.

Si, non c’è altra spiegazione purtroppo al movimento di sostegno a Marino, poco radicato localmente, se non, ancora una volta, al bisogno di dare appoggio a qualcuno che casualmente, senza meriti,  senza valore e senza atti concreti, come un simulacro investito di una missione più grande di lui, si trova nella condizione di vittima del regime, dopo essere stato da quello stesso sistema insediato, finanziato e additato, dopo Mafia Capitale come fulgido esem­pio di buona amministrazione, di specchiata integrità, grazie all’inattesa rivelazione che si trattava, allora,  di un nemico giurato dei poteri e delle lobby capi­to­line: autisti, vigili urbani, porporati,  com­mer­cianti,  costruttori e magari anche occupanti di case sfitte, molesti abitanti delle periferie, sfollati di casupole illegalmente tirate su sul greto di fiumi che continuano periodicamente a esondare. Quel regime che ha accreditato di buon grado la declinazione locale di della narrazione di governo, secondo la quale era impossibile in più di due anni porre riparo alle buche nelle strade, alla spor­ci­zia, agli auto­bus scas­sati, a una burocrazia renitente a impegnarsi nell’interesse dei cittadini, alla inquietante sussistenza di opacità rivelate negli appalti della Metro C della quale ancora non è accertata l’utilità a fronte del taglio di sevizi pubblici di superficie, di imposizioni velenose di costruttori egemoni, come nel caso dello Stadio  della Roma e così via.

Non tornerò nemmeno sulla interpretazione soggettiva dell’onestà, che pare sia diventata merce commerciabile e quantificabile, con gerarchie, graduatorie e volumi d’affari che fanno la differenza a proposito di un valore che dovrebbe essere assoluto: è stato avviato un procedimento per peculato che mi piacerebbe fosse solo il primo atto di una indagine a tappeto su irregolarità commesse anche in altre e alte sedi.

Ma l’onestà, un’attitudine irreprensibile e leale che si voglia mettere al servizio degli altri, come reclamerebbe l’attività politica, si deve comunque misurare ben oltre la cura con la quale si conservano scontrini: l’amministrazione oculata e responsabile di una città non si limita alla correttezza contabile, così come i diritti dei suoi abitanti non consistono solo nel doveroso riconoscimento del matrimonio omosessuale, ma anche nel muoversi con i mezzi pubblici, aspirare a una casa dignitosa, godere della bellezza dei suoi monumenti, respirare un’aria pulita, accedere a assistenza e istruzione, il corrispettivo cioè delle sue tasse.  Senza che le disfunzioni spesso alimentate o trascurate perché esplodano scandalosamente e simbolicamente, convincano che l’unica alternativa praticabile, sufficiente e necessaria, sia il conferimento ai privati, la conversione in aziende più attente ai profitti che all’efficienza e al soddisfacimento dei bisogni collettivi.

In questo caso invece, ma è un antico vizio della sinistra italiana, l’impotenza a reagire ai poteri forti è stata presentata come virtuosa manifestazione di probità, l’inadeguatezza come esemplare dimostrazione di non voler sottostare alle regole del gioco della politica corrotta, la condizione di vittima di un complotto, che c’è stato, per carità, come sigillo a conferma di moralità ineccepibile. Che avrebbe magari trovato miglior riprova in pubbliche denunce di ricatti e intimidazioni, nella pubblica ostensione di imposizioni dall’alto, in dimissioni qualora l’osceno regime imponga badanti, assessori, consigliori, sorveglianti, accettati di buon grado se il diniego può costare la poltrona irrinunciabile.

Non c’è più nulla di democratico in tutto questo, in un partito unico che traballa in ogni realtà locale e reagisce con commissariamenti, diktat, spodestamenti. Non ce n’è in un amministratore eletto la cui colpa più grave consiste nella distanza incolmabile dalla città, della quale si ricorda solo in fase di spodestamento. Non ce n’è in un’opposizione che a intermittenza appoggia o affossa, dimentica che una città e il consenso dei suoi cittadini dovrebbero dipendere da scelte, programmi, decisioni. Non ce n’è nelle tifoserie,  che si muovono ubriache nell’oblio del valore smisurato della loro espressione di voto, perfino in presenza di elezioni truccate. Alle quali c’è da chiedere che cosa faranno per Roma, per i loro diritti e doveri di cittadinanza, in modo che il loro voto non sia uno stanco rituale a conferma notarile di candidature di qualche burattino. Il visionario e anche un bel po’ marpione Slavoj Žižek dice che pare che i popoli europei aspettino una salvezza che viene da Marte. Roma conferma che non è così, i marziani non ci salveranno e che ci dobbiamo pensare da soli.

 

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