Archivi tag: onestà

Finché c’è pandemia c’è profitto

Con i tempi che corrono e con la concreta possibilità  di essere messi di nuovo in gabbia, capisco che qualcuno per sopravvivere possa pensare di dedicarsi ad attività criminali, le uniche ormai, assieme a quelle finanziarie, ad avere qualche futuro, ma anche qui non bisogna commettere l’errore di indirizzarsi verso settori tradizionali ormai poco remunerativi e per giunta pericolosi come il controllo della prostituzione, lo spaccio di droga o il gioco d’azzardo: ci sono attività che garantiscono guadagni molto superiori e rischi davvero minimi. Anzi come per certi casi di criminalità organizzata può anche portare ad essere stimati e onorati come come benefattori.  Per esempio dovreste seriamente pensare di mettervi nel business delle mascherine, anche se sapete benissimo che non servono proprio a nulla e che colpirete solo i poveracci: pensate che una bobina di polipropilene con la quale potete realizzare 705 mila “museruole da Covid”  costa appena 600 euro e quindi la realizzazione di una mascherina da vendere a 50 centesimi vi costerà appena 0,0011 euro. Detto in termini più chiari con un solo euro ne potreste produrre 1175 da cui ricavare più di 23 mila euro vendendole a 20 centesimi al distributore. Oh certo poi dovrete mettere in conto altre spese, per materiali secondari, elettricità e  ammortamento per i macchinari a ciclo completo, ma si tratta di poca cosa: in Cina – praticamente l’unico Paese dove si producono i macchinari completi o i pezzi da assemblare – si possono acquistare “mascherinatrici”  per cifre che vanno dai 10 ai 100 mila dollari per una produzione di 160 mascherine mono uso al minuto. Più impegnativo è il discorso per le pezze da bocca più sofisticate  tipo quelle  FFP2 che comunque sono vendibili più o meno allo stesso rapporto costo – ricavo. Il governo svizzero ha importato dall’ex celeste impero una macchina capace di fabbricare 120 mila mascherine al giorno del tipo più sofisticato, le FFP2 appunto: è costata 800 mila franchi ( grosso modo 742 mila euro)  ma siccome queste mascherine vengono vendute a 10 -12 franchi ciascuna (anche 22 in caso per altro frequente di speculazione) l’ammortamento dell’investimento avviene in un giorno.

Insomma volete mettere? Con 70 mila mila dollari vi comprate una macchina che produce 120 mascherine monouso al minuto con sterilizzazione e confezionamento incluso: per cui potreste farvi oltre un milione al giorno con una spesa complessiva non superiore a quella di un’auto di fascia alta ben accessoriata. Se poi voleste acquistare anche una stampatrice di prezzo molto contenuto per fare la personalizzazione potreste vendere il vostro prodotto anche a due o tre euro al pezzo, decuplicando il profitto.  Questo con un ciclo di produzione di  8 ore al giorno, ma volendo fare una buona azione e sfruttare senza pietà qualche immigrato – così oltretutto dimostrate di essere accoglienti – potete anche andare avanti per 12 o 14 ore e sborsare appena un cinquantino al giorno che è il giusto salario dell’umanità in versione Soros.  Insomma i soldi veri, i miliardi a centinaia  si faranno con i vaccini, sempre che le grandi mafie del farmaco e della filantropia abbiano il coraggio di vendere a caro prezzo qualcosa di assolutamente inutile o persino dannoso come sembra emergere dal misterioso “incidente” occorso all’Astra Zeneca una delle maggiori aziende farmaceutiche in lizza per il vaccino ( vedi qui ), ma in ogni caso potrete arrangiarvi piuttosto bene così come tutti quelli che lavorano nella filiera che va dalla produzione mediatica della pandemia alla vendita dei supporti sanitari. Naturalmente adoperare il cervello sarebbe quasi gratuito e anche molto più efficace contro certe infezioni, ma si tratta di qualcosa che non è di facile reperibilità e oltretutto come si sa il suo uso è fortemente sconsigliato dalle autorità politiche e sanitarie le quali ritengono che il suo uso sia di per sé un abuso.

Ovviamente sarebbe bello poter campare onestamente di un lavoro che non sia semplicemente il risvolto parassitario di un inganno e magari anche non riempire il mondo plastica la cui produzione è aumentata a dismisura in questi mesi nonostante i riti apotropaici e solo parolai al tempio di Greta, ma come diceva Gabriel Laub in una società di mercato gli uomini onesti si lasciano corrompere in un solo caso: tutte le volte che si presenta un’occasione.


Sale Marino

maAnna Lombroso per il Simplicissimus

Poco importa se Marino sia  stato assolto, scagionato, condannato per una ridicola vicenda di relativismo morale basata più sul volume della trasgressione che sulla sua natura e che rammenta altre gestioni  amministrative un bel po’ arruffone del periodo americano dell’illustre clinico.

Perché in ogni caso il processo di beatificazione extra mura vaticane e in attesa della risolutiva Cassazione, procede spedito in virtù di due considerazioni. La prima è che ogni occasione è buona anche grazie al contributo di quella iattura della Raggi, per demonizzare gli empi 5stelle e la sindaca peraltro legittimamente eletta, sia pure con una legge truffaldina come sono ormai tutte le leggi elettorali che nel migliore dei casi costringono a nominare il meno peggio.

Raggi come Marino ha vinto, ma in ambedue i casi per il Pd si è trattato e si tratta di un’affermazione democraticamente irrilevante,  che intralcia i propositi, le vanità e le smanie del leader e che può essere   disattesa proprio come i pronunciamenti referendari.

Così per i timorosi del populista che alberga in loro l’occasione è buona per attribuire la colpa della detronizzazione non a chi ha mosso la campagna per togliere di torno una scheggia impazzita, ma a chi ne ha lecitamente approfittato sancendo il successo della candidata, favorito innegabilmente dalla volontaria rinuncia del Pd a governare l’Urbe e a assumersi l’onere di un ingombrante passato.

La seconda considerazione che sta alla base della santificazione di Ignazio Marino  è che la persecuzione e lo status di vittima, salvo per i richiedenti asilo, pare costituisca di per sé una prova di innocenza e di irreprensibilità, presupposto di canonizzazione e imperituro rimpianto.

Il fatto è che, invece, il cosiddetto marziano a Roma che ha fatto della sua estraneità rispetto alla città, ai suoi problemi e ai suoi cittadini, del suo disinteresse e della sua indifferenza  professata anche mediante reiterate missioni e vacanze estere, preclare virtù di amministratore, dimostra che l’onestà e la trasparenza amministrativa sono condizione necessaria certo, a non sufficiente a svolgere funzioni pubbliche.

A be guardare Marino sindaco è uno sconcertante   ibrido che riassume in sè i caratteri del grillismo e quelli del partito di origine e provenienza. Combinando  la pretesa di onestà come criterio e requisito unic, in barba a competenza, creatività, indipendenza dai poteri forti,  capacità di ascoloto e volontà di rappresentare l’interesse generale,  con  vizi e attitudini peculiari e propri del partito alla cui leadership aveva aspirato: la coazione agli annunci, molte parole e pochi fatti, uso a buso della “impopolarità” come cifra di scelte scomode per il popolama comode per le élite e la nomenclatura grazie a operazioni solo apparentemente di rottura e con effetti puramente simbolici.

Basta mettere una crocetta a fianco dell’inventario delle sue opere realizzate  dal 12 giugno 2013 al 31 ottobre 2015, poco tempo meno del regno della Raggi e  tralasciando alcune mondane intemperanze ormai dimenticare come il famoso viaggio coi suoi cari a Filadelfia su “invito” sbrigativamente  smentito, del santo padre.  Basta pensare alla sua estemporanea pedonalizzazione dei Fori eseguita in semi clandestinità e in tutta fretta ad agosto senza la necessaria preparazione e l’indispensabile programmazione dei flussi di traffico  che ha condannato l’area palatina alla morte per traffico e il Colosseo a sede deputata per la consacrazione della metro C, la madre di tutte le corruzioni a detta  di chi dovrebbe intendersene e sulla cui utilità continuiamo a interrogarci come allora, quando il dinamico sindaco provvide a tagliare più di 70 linee urbane.   O che dire della propagandata chiusura di Malagrotta che avrebbe sottratto la gestione dei rifiuti  al monopolio esclusivo del patron della monezza, anche quello atto metaforico che ha trasferito il brand a un’altra lobby avvelenata quella dell’esportazione costosissima e eco indifendibile di rifiuti all’estero.   O la altrettanto pubblicizzata decapitazione dei vertici delle aziende di servizio, preliminari alla loro desiderata consegna a potentati privati, affini a quelli i cui appetiti venivano appagati dal si entusiasta allo Stadio della Roma, dalla candidatura alle Olimpiadi, dalla messa all’incanto a poco prezzo del patrimonio immobiliare pubblico, e pure quello artistico proposto in missioni da piazzista presso sceiccati e emirati,  dal consolidamento della pratica di prendere in affitto uffici e sedi di rappresentanza comunali lasciando inalterati privilegi sottoposti a accurato inventario senza esito alcuno.  E porta proprio il marchio Pd la strategia messa in atto nel caso di occupazioni abusive, tramite commissioni di indagini e taglio dei servizi essenziali per i trasgressori. Niente di diverso dalle esternazioni del marziano in visita pastorale presso incauti alluvionati rei di non aver osservato le norme di sicurezza e di essersi collocati sulle infauste rive dell’Aniene e trattati come auguste personalità in visita trattano i terremotati riottosi all’espatrio.

Marino come altri è stato certamente oggetto della pulizia etnica messa in atto dalla stessa organizzazione cui aveva aderito e del cui ombrello protettivo aveva beneficato. Parenti serpenti si dice. E a distanza di tempo poco interessa se le sue incontinenze avessero preoccupato perché parevano manifestazioni cliniche o perché avevano l’apparenza – più che la sostanza – di azioni di rottura con un passato di opachi interessi e oblique alleanze.

Datemi retta: vittime o martiri, perseguitati o angariati da loro simili e affini, di quelli del Pd, compresi transfuga e folgorati tardivi, minoranze presenzialiste nei talk dei porta acqua, liberi o uguali fa lo stesso, schizzinosi appartati o biliosi disillusi, è meglio non fidarsi.


Raggi e Schizzi

Anna Lombroso per il Simplicissimus

C’è voluto poco, troppo poco per togliere da quelle mutrie sopraffatte dalla sconfitta, peraltro prevedibile, la sorpresa, la frustrazione e lo sdegno per il tradimento patito, la negazione impossibile degli eventi. C’è voluto poco, troppo poco perché sul grugno ringhioso della Meli, sulla maschera cinica di Romano, sul ceffo opaco di  Migliore tornasse il ghigno impudente e sbiadissero le cinque dita, purtroppo solo simboliche, assestate al loro ducetto e di riflesso anche a loro.

E dire che in parte anche per godercela la loro paura, per compiacerci del loro spaesamento  e dei loro balbettii  perfino nelle cucce protettive dei talkshow, in tanti avevamo votato 5Stelle, pur non sentendo nessuno spirito di appartenenza con il movimento.

Mica per vendetta, peraltro più che legittima. E’ che così si tagliava una rete di poteri, tutto variamente criminali, perché non c’è altro modo per definire gli opachi interesse coincidenti di costruttori, finanza,  malavita, speculatori, politica e pubblica amministrazione, quelle alleanze oscene che hanno devastato Roma, cementificato l’Agro romano, edificando interi quartieri senza trasporto su ferro e senza servizi, innalzando cinture di centri commerciali che richiamano traffico e avviliscono il commercio e l’artigianato tradizionale, condannando alla definitiva emarginazione interi quartieri periferici retrocessi a ghetti ove trovano asilo disperazione, malessere e conflittualità.

Ma perché i sindaci del Pd hanno dimostrato di voler essere entusiasti esecutori a livello locale, delle scelte e dei comandi che ispirano l’azione del governo, dal neoliberismo applicato alla pianificazione sicché l’urbanistica è diventata una scienza della contrattazione e   della negoziazione commerciale su suoli, destinazioni d’uso, rendite, con l’esaltazione del ruolo dei privati, che ispira la cessione del patrimonio immobiliare pubblico, la passione irriducibile per le grandi opere, la progressiva trasformazione in parchi a tema a destinazione turistica e circense dei centri storici, con sottrazione progressiva degli spazi abitativi per consolidare una sedicente vocazione alberghiera, alla riduzione degli investimenti per assistenza, istruzione, servizi, anche quelli soggetti a impoverimento anche morale, a pratiche clientelari e familistiche, in modo da autorizzare la benefica cessione al controllo e alla gestione di soggetti privati.

Non c’è voluto un granché perché si concedesse alla miserabile cerchia di governo di poter rivendicare: “l’avevamo detto” che governare è difficile, che ci voleva gente pratica, mica dilettanti, insomma che occorre un ceto di quella risma che rottama modi e uomini della politica,   per sostituirli con superiore e già navigato cinismo, con maggiore e collaudata spregiudicatezza. E   con che serve competenza, quella rappresentata da ubbidienza a padroni interni e sterni, da fidelizzazione ideologica e operativa a ideologie aziendalistiche, dalla sfrontata vocazione a prodigarsi per interessi privati in grado di fornire foraggio per ronzini sempre pronti a tornare alle stalle padronali, quella delle Boschi, delle Madia, dei Faraone, dei Galletti, dei Poletti, gente che non conosce lavoro, che non possiede talento, che non coltiva passioni se non quella del potere e dei soldi.

E purtroppo il gruppo che gravita intorno alla Raggi ci ha messo del suo, con una “normalizzazione” punteggiata di errori, scelte discutibili, approssimazione, incapacità di fronteggiare ostilità prevedibili e una infantile fragilità nel sottovalutare il tremendo peso del passato e quello ancora più terribile del futuro di una città in fallimento, degradata, disordinata, sporca, dove hanno fatto il buono e il cattivo tempo potentati irriducibili, padroni di suoli, territori, quartieri, giornali, falansteri, chiese, parrocchie, palazzi, stadi. E nella gregarietà al direttorio, nell’interruzione del rapporto sia pure così labile e illusorio con l’elettorato, nella incapacità di reagire con forza anche simbolica alle accuse di essere venuti meno alla “specialità” del movimento, quella differenza morale che tanto li aveva premiati, provenienti da pulpiti poco credibili, trombati affetti da grillismo di risulta, garantisti a intermittenza, detrattori di Marino che lo rimpiangono, media che si dedicano al giornalismo investigativo su colpe e correità dopo aver subito per decenni l’imposizione a tacere su consulenze d’oro, tecnici sleali, dirigenti malleabili, uffici stampa sibaritici e attenti a non far sapere nulla e a prosciugare i canali dell’accesso alle informazioni del pubblico, capi di gabinetto ragionevolmente remunerati ma che sbagliano i bandi per la selezione dei comandanti dei vigili.

Dovrebbero però riflettere bene quelli già pronti a saltar giù dal carro cigolante dei vincitori, ora ridotti in catene, che si tratti di gente facilmente permeabile alla delusione cotta e mangiata un tanto al chilo, o di chi è talmente avviluppato in pregiudizi di casta, quella di una sinistra immaginaria e mai tenacemente perseguita negli atti e nei comportamenti, particolarmente amata perché richiede una militanza davanti al desk e non obbliga a prendere gli autobus, occupare una casa perché ci sono migliaia di alloggi vuoti ma “indisponibili” per precari, disoccupati, licenziati, cassintegrati, invalidi, immigrati, a stare con la monnezza davanti al portone, perché il molto rimpianto marziano ha fatto dell’ottima propaganda senza risolvere il problema,  a subire ogni giorno i tagli all’assistenza, a cominciare da quella per portatori di handicap, anziani e minori. O invece di quelli che non  vogliono vedere come il Pd abbia ormai tagliato ogni legame con la cittadinanza, riportando su scala quella distanza siderale che ha reso moleste le elezioni, la partecipazione, la democrazia. O si tratti di strati non poi così esigui di gente che ha un interesse, magari micragnoso, magari infimo, nel mantenimento dello status quo, nel riconoscersi in un ceto dirigente, che ha sostituito la ricerca del consenso con il ricatto, l’intimidazione, la soppressione di diritti e garanzie per tutti,  compresi quelli che ne mutuano abitudini e usi, dalla corruzione esercitata o subita, alla vigenza e diffusione di licenze e deroghe,  dal clientelismo, al familismo, concessi ma in piccole dosi e non sempre efficaci a salvarsi.

Perché la voluttuosa esultanza con la quale spettatori non paganti assistono alle acrobazie di una giunta sul filo e senza rete ha qualcosa di osceno e al tempo stesso terribile, come un suicidio rituale. Perché a pagare è una città, forse la più bella del mondo e la più sciagurata, la sua gente, quelli che ha accolto e quelli che ora mette ai margini, quelli che guardano a lei come a un prodigio del passato, tradito e dimenticato. Perché l’accanimento interconfessionale che si sta esercitando produce una pressione infame sul Comune, privandolo della forza e delle ragioni per dire no alle olimpiadi, affidate chiavi in mano al padrone del Messaggero, allo Stadio della Roma,  all’accettazione senza discussione di nefaste eredità del passato, dalla metro C, la madre di tutti gli intrallazzi, a una gestione del territorio fatta di deroghe, azioni estemporanee, emergenze artificiali gonfiate per consentire licenze e regimi speciali.

Perché è questo il male del nostro tempo: l’uso della crisi, dei bilanci pubblici fallimentari sono diventati strumenti di governo, dell’economia e del sistema politico e sociale, con la precarizzazione, la deregolamentazione, la strumentalizzazione del debito per imporre la cancellazione di sovranità, diritti e garanzie, lo smantellamento dello stato sociale, lo sgretolamento di legami e coesione. Succede in America Latine, è successo in Grecia, comincia a succedere i Germania e succede da noi, anche nelle città dove il  blocco composto dall’oligarchia post democratica,  dagli attori finanziari, dalle imprese fiduciarie delle multinazionali, dai grandi media, dalla criminalità occupa tutto, tramite alleanze di interessi che potevano essere differenti ma che sono diventati sempre più convergenti.

L’intimidazione e la derisione al governo di una città, eletto dai cittadini, fa parte del loro gioco e della loro propaganda. Dovremmo aiutare Roma a dir loro di No, oggi, domani, come dobbiamo fare e faremo tutti noi.

 


I riverginati del Pd

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Qualcuno sembra dolersi, qualcuno invece compiacersi della non sorprendente rivelazione: i 5stelle non sono un popolo politico “eletto”, alla prova dei fatti mostrano esitazioni e debolezze umane, a dimostrazione evidente che non c’è una via assolutamente e totalmente virtuosa al potere, che richiede invece compromessi e accomodamenti.

E c’è chi da questo ha tratto energia per rinnovarsi e cambiare look: non c’è da rimpiangere la loro vocazione anti-sistema, se autorevoli esponenti del Pd, assurti a inspiegabili fortune per via matrimoniale o per accertata lealtà all’ideologia e alla pratica renziana,  si appropriano di modi e parole d’ordine nel lodevole intento di avvicinarsi a quella gente che li ha penalizzati e traditi. Così ieri la consigliera romana Michela De Biase, senz’altro meritevole se un ministro influente l’ha sponsorizzata e anche sposata, ha dato vita a un divertente siparietto di tipica impronta grillina, con cadenze appena appena meno vernacolari di quelle dalle Taverna, al grido di “onestà, onestà”, senza peraltro riuscire a articolare quesiti e provocazioni convincenti nell’annosa questione della monnezza.

E che dire dell’augusto candidato trombato,  Giachetti,  che con una ineguagliabile faccia da Pd,  ­­­si fa ospitar­­e sul Manifesto per informarci che, sia pure grazie a una folgorazione tardiva, ha scoperto le virtù della pianificazione a Roma? Il tutto dopo che, anche grazie al suo partito e ai fiancheggiatori non tanto esterni, l’urbanistica è diventata la scienza della negoziazione e della contrattazione opaca: di regole, leggi, permessi, autorizzazioni, lotti, terreni, destinazioni d’uso,  che mette di fronte e non in condizioni di parità soggetti pubblici e privati. E sciorina in forma pedagogica  e didattica ad uso dei dilettanti troppo impegnati sul fronte della trasparenza, tutta la paccottiglia di regime: semplificazione, snellimento, quadro d’insieme, piano strategico, rivoluzione amministrativa, sulla quale aveva per riservatezza forse, per discrezione, sorvolato in campagna elettorale, proprio lui che ha perorato e perora la causa delle Olimpiadi  e del nuovo stadio della squadra capitolina, né più né meno di come aveva fatto Marino,  secondo una immaginazione costruttiva che altro non è che il liquido di decantazione  del veleno neoliberista urbanistico.

Quello che a Roma, come a Venezia, come a Firenze, sta intossicando le nostre città,  per farne dei luna park privati, delle disneyland,  indirizzando risorse per Grandi Eventi, Grandi Opere, Grande Cemento, Grande Profitto, per un eterno spettacolo dietro al quale nascondere  i bisogni quotidiani, le periferie, il crescente disagio sociale, le sacche di emarginazione sempre più gonfie di malessere e soprattutto il giro vergognoso di soldi movimentato da corruzione, malaffare, alienazione incauta del patrimonio comune.

Chiamato in causa gli ha risposto il neo assessore Berdini, sulla cui competenza i media e le nuove cheerleaders della moralizzazione postuma preferiscono tacere,  ricordandogli come il primato delle licenze, al cui consolidamento hanno tanto contribuito governi e parlamento, autorizzi ormai a  costruire ovunque, stabilendo come unica regola che gli interessi pubblici siano sempre subordinati a quelli privati. E rammentando come   dal lontano 1993 siano state approvate tali e tante deroghe urbanistiche  a Roma che è oggi difficile recuperarne perfino l’elenco.

Sono conferme in più per chi – e non è certo una macabra novità “ votare contro”, uso invalso da molti anni e reso incontrastabile dalla legge elettorale che costringe implacabilmente a scegliere il meno peggio o ad astenersi – ha votato Raggi, per aver verificato che i sindaci del Pd ripropongono a livello locale principi “ideologici” e comportamenti del partito della Nazione e del governo che ha occupato militarmente con la sua cricca, quello che ha scelto di non voler impostare un sistema fiscale progressivo: vera chiave di volta per attenuare le diseguaglianze crescenti che lacerano tutte le società “neoliberiste”,  che ha appagato le brame della rendita e del cemento, abolendo l’imposta sulla prima casa e investendo sul sacco del territorio, tramite grandi opere e svendite dei beni comuni, quello che ha deciso che non vuole spendere in ricerca e formazione, mentre scialacqua per pagarsi i globe trotter del Si, quello che si accanisce sui pensionati, che cerca consenso distribuendo paghette che si fa ridare indietro con balzelli e tasse, quello che taglia l’assistenza con la stessa mannaia che usa per i diritti, le garanzie e le conquiste del lavoro.

Da cittadina di Roma ne conosco i mali e i vizi, so bene  che le buche e i cassonetti della monnezza che vomitano fuori rifiuti in barba a storia, grandezza e Giubileo sono l’evidenza, gli indicatori di una patologia ben descritta negli atti dell’inchiesta sul Mondo di Mezzo. E che si manifesta nelle turpi alleanze secolari tra stra- poteri, politica nazionale, locale e ecclesiastica, pubblica amministrazione, compresi alcuni organi di controllo, rendita e impresa privata con in testa il gotha avido, grossolano, cinico e baro dei costruttori, in non temporanea joint venture con la criminalità organizzata, avendo, come è noto, le medesime aspirazioni.

Non sono mai stata una fan della “specialità” della sinistra e non lo sono nemmeno dell’egemonia dell’onestà su tutto, condizione necessaria, ma non sufficiente. Figuriamoci se lo sono della “competenza” e a chi mi voleva ricordare che i 5Stelle sono “nuovi”, inadeguati, impreparati, ho dovuto rispondere che, se non è detto che sia una virtù, è sicuro che peggio probabilmente non avrebbero potuto fare dei Renzi, delle Boschi, delle Madia, dei Faraone, ma anche di navigati Padoan, di scaltriti Poletti, dei gabbani tante volte rivoltati. E anche dei marziani specialisti in atti simbolici e beau geste,: chiudere una discarica maledetta, ad esempio, senza prevedere dove mandare i rifiuti, conferiti in un export oneroso o soggetti all’ammuina, come in un gioco dell’oca, da quartiere a quertiere.

Insomma non  mi aspettavo miracoli, se non un primo contributo a quello minore, marginale, nel quale confido, cacciar via l’usurpatore con ignominia. E non sono quindi nemmeno disorientata o delusa che i 5stelle  dimostrino quel loro non sempre innocente attaccamento al clan, alla cerchia, che va dalla fidelizzazione al comico, alla delega in bianco agli eredi dinastici del guru, e che ricorda da vicino l’antropologia di Facebook, dove tutti sono amici anche se non si conoscono per il solo fatto di aver “aderito” al social network. Tanto che probabilmente  l’affidabilità concessa all’assessora ex consulente dell’Ama potrebbe avere anche questa motivazione, insieme a un ingenuo assegnamento  nei tecnici, nei professionisti, nella gente “pratica”.

In due mesi ho visto cassonetti vuoti e ricolmi, cantieri operosi e abbandonati, buche e voragini aperte, bus sgangherati, come prima o forse appena appena meno di prima per via della scopa nuova e del timore che può suscitare in chi teme la fine della vacche grasse e si mette in riga. Ma siccome il mio unico interesse è quello di cittadina, non godo del tanto peggio tanto meglio, non mi rallegro del fallimento della Capitale, non provo la voluttà della sinistra irriducibile nello stare a borbottare radiosamente dalle file dei perdenti e dei volontari della sconfitta. Anche perché ai margini: nelle periferie, nelle strade con le loro voragini ventennali, alle fermate dei bus che non arrivano mai, tra quelli che hanno una casa ma non sanno come mantenerla, assediati da mutui, tasse e balzelli, tra quelli che la vorrebbero, tra quelli che l’hanno occupata e vivono a rischio,  in una condizione di illegalità, sono in tanti  e arrabbiati e spero in loro, in noi.


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: