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Hollywood propaganda (parte seconda)

american sniper 05La prima parte è qui 

La piccolissima dose di filmografia realmente  critica o viene boicottata dagli stessi produttori come è accaduto per Redacted(2007) di Brian De Palma, proiettato solo in 15 cinema in tutti gli Usa o sopravvive a stento qui e là,  boicottata  dalla maggior parte delle produzioni, ma prima ancora dai suoi stessi limiti. Hollywood propaganda mostra che  “film impegnati” come Hotel Rwanda di Terry George (2004), Avatar di James Cameron (2009) o anche il documentario Fahrenheit 9/11 di Michael Moore (2004), in realtà si appoggino su visioni alternative molto tiepide della politica americana. A Hollywood, le critiche si fermano sempre “in tempo” e i cambiamenti radicali sono presentati come impossibili o pericolosi. Così, a prescindere dalle ambizioni più o meno progressiste di sceneggiatori, registi, produttori e attori tutto si risolve nel fabbricarsi un’immagine vantaggiosa presso la piccola borghesia intellettuale ma priva di alcun significato nel mondo reale e politicamente meno che povera . Per esempio George Clooney ha partecipato alla campagna  per il Darfur, ma ha anche dato un supporto ufficiale a Barack Obama e Hillary Clinton, che sono stati i maggiori fautori della disintegrazione del Sudan con tutto quello che ne è seguito. Oppure Angiolina Jolie, celebrata per il suo cosiddetto impegno umanitario è anche sceneggiatrice e regista di un film, Nella terra del sangue e del miele (2011), in cui i serbi sono ritratti come terroristi, assassini e stupratori seriali, spingendo il regista Emir Kusturica a descrivere Hollywood, nel quotidiano serbo Blic , come “la più grande fabbrica di bugie” (23 gennaio 2012). E per aggiungere: “Fanno film  che sono spesso armi di propaganda. Uno di questi film è quello creato dall’intelligente, ma molto ingenua, Angelina Jolie”. Troppo buono con quell’intelligente perché la medesima attrice successivamente ha scritto un intervento sul Guardian, assieme al segretario generale della  Nato Jens Stoltenberg, per celebrare i risultati dell’Alleanza Atlantica e farne, udite udite,  un “leader” nella difesa dei diritti delle donne in tutto il mondo. Dopo decine di migliaia di donne massacrate a suon di bombe.

E cosa pensare delle serate di “beneficenza”, che mirano a raccogliere fondi per i soldati israeliani?  L’ultima, tenuta a Los Angeles il 2 novembre 2017, alla presenza di Arnold Schwarzenegger, Robert De Niro, Barbra Streisand, Sylvester Stallone, Antonio Banderas, Mark Wahlberg, Liev Schreiber, Gerard Butler , ha raccolto $ 53,8 milioni per l’IDF che del resto già prende 9 milioni al giorno di contributi americani. La cosa  già grottesca in sé lo diventa ancora di più se si pensa che Washington passa qualche soldino all’Autorità palestinese  per ripristinare le strutture distrutte dall’esercito israeliano. Tutto questo però non serve a rabbonire Tel Aviv che interviene quando trova qualche film poco enfatico su Israele e muove le sue pedine per affossarlo come è accaduto per Monaco di Spielberg nel 2006. Nella sua prefazione al libro lo storico e politologo Michael Parenti fa questa osservazione “L’essenza del processo di controllo ideologico è implicita, le forme del controllo sociale più repressivo non sono sempre quelle esplicite, ma quelle che si insinuano nel tessuto la nostra coscienza in modo da non essere accettate come parte consapevole. Probabilmente ci sono molti progressisti che non si sono ancora resi conto di quanto stanno facendo per servire la causa del potere.”

Con la sua immensa massa di produzioni tra film, film TV, serie e documentari Hollywood ha assunto di fatto anche le funzioni di educatrice nonché deformatrice di storia e di realtà, sia attraverso falsificazioni in chiaro su singoli fatti, sia attraverso la diffusione di cliché a livello narrativo ed espressivo che con la loro ripetizione maniacale finiscono per stabilire la verità. Sarebbe un bene per tutti che i cittadini americani si emancipassero da questi abominevoli insegnamenti, ma sarebbe ancor meglio che ne fossero liberati tutti gli altri: si. perché il potere finanziario di Hollywood e delle major, la forza dell’inglese, le pressioni di Washington, gli accordi internazionali  fanno sì che alla fine anche tutte le altre cinematografie finiscano con l’adeguarsi ai contenuti e alle forme che sono una forza di trascinamento verso lo “stile di vita” americano. Si  è arrivati al punto che alcune produzioni europee, cinematografiche ma più spesso televisive, “adottino” la legislazione americana per i loro polizieschi, quando invece quella del Paese di produzione è completamente diversa. Dunque  Hollywood influenza le rappresentazioni e le opinioni degli spettatori di tutto il pianeta, anche tra i popoli vittime di l’imperialismo. Una forma di storia globale ultra-rudimentale a stelle e  strisce si impone attraverso il fascino e la ripetizione. Le immagini scintillanti, le storie mozzafiato e le “prove” cinematiche dell’eroismo americano fanno breccia anche nelle persone che pensano di essere immuni dalle grinfie dell’ideologia.

A mio personale parere questo sta portando il cinema alla rovina e quello americano all’invedibilità: dopo 2 minuti, un tempo anche inferiore a quello necessario ad esaurire l’elefantiaco elenco di produttori, produttori esecutivi, distributori e  case produttrici, si può intuire quasi tutta la trama e il senso mentre  la convenzionalità asfittica della forma narrativa fa il resto: le scene spettacolari e le storie infantili o inconcludenti che le permettono, diventano perciò necessarie, anzi spesso sono il film  Ma questo fatto non viene riconosciuto da una critica così accecata dall’ attrazione mentale e materiale per Hollywood che nega la portata ideologica di certi film o glissa su di essa. Ne è un buon esempio l’ottima e ottusa accoglienza ricevuta da American Sniper di Clint Eastwood: questa storia abietta sul  “più formidabile cecchino della storia militare degli Stati Uniti”,  tende ad esaltare e a presentare come come giusto un criminale di guerra psicopatico. Eppure parrebbe che nessuno abbaia avuto particolari obiezioni, nemmeno quell’area che vorrebbe farci accettare qualsiasi massacro sociale in nome di costruzioni sovranazionali che hanno “mantenuto la pace”. In Francia, durante un dibattito televisivo, l’unico che voleva denunciare i gravi problemi  politici e morali posti dal film di Eastwood, il, critico e storico del cinema  Jean-Baptiste Thoret, è stato censurato. E che dire di American Assassin (2017), Michael Cuesta, forse ancora peggiore?

La forza del libro di di Matthew Alford  è tuttavia quello di non condannare alla rinfusa tutta la produzione cinematografica americana, ma di presentare anche alcune eccezioni e mostrare che registi come Oliver Stone e Paul Verhoeven sono riusciti a realizzare un punto di vista veramente critico all’interno del sistema che tuttavia  viene regolarmente punito o silenziatoPaul Verhoeven –  olandese – non è stato in grado di girare negli Stati Uniti dal 2000 dopo aver realizzato Starship Troopers (1997), un film di fantascienza in cui ha sviluppato una abile satira di imperialismo e militarismo, compresa solo in ritardo dal potere. Per quanto riguarda Olivier Stone, il suo Snowden (2016) è stato molto difficile da produrre: ha dovuto richiedere finanziamenti europei e realizzare gran parte delle riprese in Germania. Il budget era così stretto che quando sua madre morì, non poté permettersi di smettere di girare per andare negli Stati Uniti e partecipare al funerale. Altri esempi di “deviazione” possono essere considerati il notevole Citizenfour (2014)  di Laura Poitras o Che di Steven Soderbergh (2008-2009), ma in questi casi gran parte dei finanziamenti venivano dall’Europa o da giri completamente estranei ai meccanismi hollywoodiani.

Insomma se non fossimo ormai assuefatti alla passività questa mole di produzioni e di propaganda dovrebbe stimolare la vigilanza e il pensiero critico, incoraggiarci a lottare contro l’apatia, il fascino e le bugie secondo le regole di autodifesa intellettuale di Chomsky. Non ci si può liberare da un imperialismo senza essere liberi dalla sua componente culturale e Hollywood non è che la continuazione della politica di Washington con altri mezzi. 

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Hollywood propaganda (parte prima)

61YF5ZmnavL._SX195_Un umorista scozzese piuttosto malvisto dal potere, al contrario di certi personaggi nostrani che alla fine si spiaggiano su qualche contratto con le Tv dello zio Sam in versione deep state – liberal (intelligenti pauca), è stato attaccato violentemente per una battuta o meglio per una considerazione tragica espressa in modo divertente: “La politica estera americana è spregevole perché non solo gli Stati Uniti vengono nel tuo paese e uccidono tutti i tuoi cari, ma ancor peggio è che tornano vent’anni dopo e fanno un film per mostrare che uccidere i tuoi cari ha reso tristi i loro soldati”. Credo, sulla scia di Laurent Dauré  il quale  ha dedicato al libro una recensione fiume  che sia il migliore incipit per introdurre un saggio dello storico dei media Matthew Alford sul soft power  espresso da Hollywood ( e oggi ancor più dalle reti televisive globaliste che comunque  attingono alle medesime fonti ideative e finanziarie) che dopo 8 anni dalla sua pubblicazione  varca i confini della Gran Bretagna e viene tradotto in francese con il titolo di Hollywood Propaganda (quello originario è titolato Reel Power: Hollywood Cinema e American Supremacy) ma con una inedita prefazione dell’autore che mette a punto i concetti fondamentali. Si tratta di un’ opera che per la sua cobcretezza merita

Si tratta in realtà di un tema molto dibattuto a cominciare dal capostitite La fabbrica del consenso di Chomsky e Herman, ma di fatto assente dal contesto reale per molti e ovvi motivi, non ultimo il fatto che esso è completamente assente dalla critica ormai legata senza scampo per via indiretta o indiretta (editori di riferimento) agli interessi delle major. Ma di fatto questa realtà è stata evidente sin dalla stagione del maccartismo che fu effimera nella sua forma di primitiva caccia alle streghe, ma che segnò l’arruolamento del cinema nella “propaganda fide” del capitalismo e del dominio americano, facendo molte più vittime dell’immaginario di quante non ne abbiano fatte i marines. Di questo immaginario fa parte anche la leggenda diffusa e accreditata dai media mainstream secondo la quale , Hollywood sarebbe un baluardo degli ideali progressisti, con un generoso contingente di artisti “impegnati” e film “di protesta”. Alford, analizzando sia i meccanismi interni che le produzioni della “macchina dei sogni”, mostra che è in realtà tutto è profondamente compromesso nella difesa degli interessi delle forze politiche ed economiche più reazionarie.

Gli spettatori sono spesso inconsapevoli del fatto che molti film e serie televisive ricevono supporto diretto dal Pentagono o da agenzie governative sotto forma di consulenti, prestito di attrezzature, personale, accesso ai siti, formazione, mezzi e via dicendo chiedendo però il diritto di intervenire quando avverte che l’immagine che viene data dell’esercito americano non è abbastanza positiva. I servizi di intelligence fanno lo stesso per monetizzare il loro supporto per un progetto. Matthew Alford fornisce diversi esempi di questo deleterio mix di generi, alcuni dei quali probabilmente stupiranno un po’ tutti e soprattutto quell’area cosiddetta progressista: pressioni più o meno surrettizie sono state esercitate in  Tour of Duty di William Friedkin (2000, Windtalkers, i messaggeri del vento di John Woo (2002), The Recruit di Roger Donaldson (2003) e La guerra di Charlie Wilson di Mike Nichols (2007) le cui sceneggiature sono state significativamente modificate in un modo ancora più- favorevole all’establishment politico e militare (e alla CIA nel caso degli ultimi due). L’autore mostra anche che alcuni film sono il prodotto di vere partnership tra gli studi di Hollywood e le strutture di potere che definiscono e attuano la politica estera di Washington. In un libro pubblicato l’anno scorso, National Security Cinema: The Shocking New Evidence del controllo del governo a Hollywood , sempre di Alford con il coautore Tom Secker riferiscono di nuove ricerche che sfruttano gli archivi a cui prima non si aveva accesso e sono stati in grado di stabilire inconfutabilmente che tra il 1911 e il 2017 almeno 814 film hanno ricevuto il sostegno attivo dell Us Army, al quale devono essere aggiunti 1.133 programmi televisivi. Se poi includiamo  i progetti sostenuti dall’FBI, dalla CIA o dalla Casa Bianca, si arriva a molte migliaia di produzioni  sponsorizzate, a vari livelli, dal quell’insieme di reti di comando che vanno sotto il nome di sicurezza nazionale.

Anche i film della serie Transformes realizzati dal magnate neocon  Michael Bay, Terminator Salvation o The Black Hawk Down di Ridley Scott hanno “beneficiato” della cooperazione del Dipartimento della Difesa e, in effetti, celebrano esplicitamente l’esercito. Ma Matthew Alford dimostra, studiando scrupolosamente il loro contenuto, che l’ideologia neoconservatrice – l’eccezionalismo e l’interventismo – pervade anche le produzioni che non godono di assistenza diretta: a Hollywood, la mentalità imperialista è in gran parte spontanea e quelli che resistono sono emarginati, persino attaccati e incontrano più ostacoli per produrre e distribuire  i loro lungometraggi. Tuttavia anche i film che si presentano come critici, progressisti e pacifisti adottano spesso la premessa del possesso “fondiario” degli Stati Uniti e la necessità di un “diritto di interferenza” con vocazione umanitaria armata di bombe. Naturalmente poiché l’interferenza è sempre esercitata  dal forte contro il debole, a Hollywood (come a Washington del resto) , non risparmiamo sforzi per convincerci che minacce terribili stanno pesando sul mondo e che spetta alla superpotenza americana intervenire per proteggerci da esso, con la violenza, ça va sans dire, perché le idee, la diplomazia e il diritto sono noiosi. Anzi la mecca del cinema è diventata la maggiore produttrice di minacce dove arabi, mussulmani, alieni, stregoni, zombie, vampiri, criminali dall’ immenso ed inesplorato  potere sono alibi per l’arrivo dei nostri sotto forma di truppe o contractor. In questo modo anche se vi sono errori, vittime collaterali, schegge impazzite la purezza delle intenzioni e il ruolo salvifico degli Usa viene salvaguardato. Film anche molto recenti come Zero Dark Thirty di Kathryn Bigelow (2013), American Sniper di Clint Eastwood (2015) et 13 Hours di Michael Bay (2016) incarnano una forma di “imperialismo fatalista,” umbratile  e depressivo nel quale i fondamenti della politica estera americana non fanno mai parte del problema, ma sono l’unica soluzione.

Questo assunto fondamentale è stato quello su cui hanno messo le radici i film della saga del Vietnam a cominciare dal Cacciatore per finire a Vittime di Brian de Palma e passando per Apocalypse Now , ma anche i film più recenti che vorrebbero essere satire del militarismo statunitense, come The Kings of the Desert di David O. Russell (1999), Team America,  World Police  di Trey Parker (2004) o Jarhead , La fine dell’innocenza di Sam Mendes (2005) non prendono mai in considerazione l’ipotesi che il modo migliore di evitare che gli american boys si deprimano dopo aver massacrato vietnamiti o iracheni sia quella di non mandarli a devastare altri Paesi. L’industria dell’intrattenimento assume su di sé gran parte dell’indottrinamento – assopimento delle masse. Il cinema, come la televisione, è uno strumento formidabile per creare consenso attraverso la seduzione e lo stupore e nella sua produzione preminente si rivolge in particolare alle classi medio-basse, alle “minoranze”, ai giovani da plasmare. Hollywood del resto è dominata dagli stessi che detengono  i grandi giornali, le televisioni globali e che si apprestano a conquistare la rete, un ristretto gruppo di ultramiliardari con i loro valletti e naturalmente questa elite adotta l’ideologia che gli giova, ha bisogno, di convincersi  che la verità e la giustizia hanno il buon gusto di adattarsi ai propri i interessi materiali e che si forniscano argomenti  per giustificarli. A Hollywood, la visione del mondo promossa dal dominante viene tradotta in una forma audiovisiva attraente, destinata a un vasto pubblico, con messaggi generalmente semplici e confortanti, o fatalistici che possono essere riassunte nella frase”le cose sono come sono e non possono essere altrimenti “.

Continua


La Piazza e il quadrato: cronache dalla democrazia

The-Square-10Finalmente ho visto The square il film svedese di Ruben Östlund che ha vinto a Cannes e a cui il titolo inglese, nella sua ambiguità, non rende affatto giustizia. Il protagonista immateriale non è infatti una piazza, ma un quadrato luminoso posto davanti a un immaginario museo che il direttore dello stesso ha voluto come “istallazione” dominante per una mostra cui tiene molto. Il film parte come una divertente  satira  sul mondo mercificato e vacuo dell’arte contemporanea e in questo senso è godibilissimo, ma andando avanti ci si rende conto che tutto quanto gira attorno alla mostra evento in allestimento, compresi finanziatori, critici, impiegati del museo, creativi della comunicazione con le loro degenerazioni, artisti di tendenza, pubblico acculturato e il curatore stesso non sono che installazioni di un mondo “alto” e di potere che attraverso l’auto narrazione politicamente corretta cerca di nascondere la separazione assoluta dal mondo di chi sta più in basso.

Lo dimostra il quadrato stesso che nelle intenzioni dovrebbe essere “un santuario di fiducia e altruismo, al cui interno tutti condividiamo uguali diritti e doveri”, cioè dovrebbe esprimere il senso stesso se non la lettera delle Costituzioni democratiche, basate appunto sull’eguaglianza, ma diventa invece capriccio, invenzione artistica, artificio destinato a un ceto di privilegiati che giocano a fare i progressisti. Strano che nessuno abbia messo in rilievo questo elemento che è invece centrale e lo segnala anche il fatto che nella trama il museo non è altri che l’ex palazzo reale mentre il quadrato viene allestito dove sorgeva il piedistallo di una statua del re poi distrutta. Il protagonista vero, evidente ma evidentemente occulto ai chiosatori di cinema che fanno da grande schermo ai loro editori, è proprio il fantasma della democrazia che del resto vien evocato anche nelle successive disavventure del direttore. Ovvero un quadrato che sostituisce la piazza metaforica e dove l’uguaglianza non è che un momento ludico. Perché si sa il popolo, quello vero, viene poi rappresentato da una “performance” offerta agli incliti finanziatori in cui l’artista, se così vogliamo chiamarlo, fa la parte di un uomo primitivo imprevedibile e violento che dà fastidio agli astanti graziosamente assisi a tavoli imbanditi, i quali alla fine si gettano su di lui per pestarlo, nonostante sappiano che si tratta di “arte” o comunque di finzione che essi stessi finanziano con una generosità negata invece al lavoro.

Tutto questo naturalmente viene classificato come provocazione dai piccoli borghesi della critica reazionaria che oltretutto non riescono proprio a sfuggire ai più miserandi e abusati cliché, ma si tratta invece di qualcosa che vediamo all’opera quotidianamente, che può essere ravvisato nella sua completezza formale alla Commissione di Bruxelles, così come nella vicenda dell’Ilva: si può stare con il popolo solo fino a che non si spendono che parole e buoni propositi, ma quando quest’ultimo pretende di mettere bocca e infastidisce la plancia di comando con le sue richieste, allora sono botte da orbi. Di certo questo film costituisce un unicum inaspettato nel quadro di un cinema in stato preagonico dal punto di vista dell’intelligenza e del buon gusto, tutto preso a proporre trucchi infantili per distrarre il pubblico con la scusa che far pensare nuoce al botteghino, mentre The Square dimostra  che si può graffiare a sangue ed essere divertenti. Ma è anche un unicum perché la Svezia in qualche modo lo è rappresentando un sistema monstre, un compiuto modello di socialdemocrazia e al tempo stesso anche di individualismo ontologico e dunque essenzialmente neoliberista. Tutto il sistema è stato costruito non su una società solidale e tesa verso l’eguaglianza, ma sulla libertà degli individui in quanto tali, sui figli che non devono chiedere ai genitori, sui pensionati che non devono dipendere dai figli, sulle donne che non devono dipendere dai mariti o viceversa e via dicendo. Insomma è una società che fornisce un aiuto non a stare insieme con dignità, ma a liberarsi gli uni dagli altri. Ed è proprio questo tipo di modello che è entrato in crisi  dimostrando ancora una volta che non si può puntare tutta la posta sulle libertà individuali, nonostante questo appaia oggi come il massimo di modernità fasulla.

In tale cornice il film diventa chiarissimo: le sole libertà formali con tanto di cacciata della monarchia, non sono sufficienti a creare una società in rotta verso un futuro migliore se poi si deve ricorrere a un episodico quadrato di uguali diritti e doveri che non vengono espressi nella loro concretezza nella piazza, ovvero nella comunità, ma costituiscono un opportuno trompe l’oeil per il potere della razza padrona.


A casa tutto male

a casaAnna Lombroso per il Simplicissimus

Per fortuna grazie alla  pirateria domestica, me lo sono visto sul divano di casa il pluripremiato film sulla famiglia 2018 con tanto di rivelazioni e riconciliazioni, corna e pentimenti, fogli prediletti e pecore nere da piano bar, karaoke stonati in tinello e saltuaria autocoscienza, baci rubati e baci negati.

Si, per fortuna,  così mi sono risparmiata le facce compiaciute all’uscita, il sollievo di chi si è riconosciuto negli idealtipi in cinemascope, il conforto di chi si è identificato nel sentire comune di un ceto orgogliosamente arroccato, fieramente intento alla difesa di piccoli confort e privilegi superstiti, salvaguardati a costo e in cambio delle rinuncia a sogni, desideri, aspettative, desideri, talenti.

A casa stanno tutti bene, e fallo anche stare male quel clan, benevolo tanto da riaccogliere alle celebrazioni comandate chi si è allontanato, purché  saldamente fidelizzato e a condizione che non rechi le sgradite stimmate ruspanti e vernacolari della manicure. Una cupoletta con gli usi e i tic appunto di una mafia domestica: complicità, intimidazioni, ricatti, estorsioni – perlopiù fallite, del suddetto nipote prodigo –  e perfino un delitto mancato. Il tutto recitati in una pantomima con i cipigli da Padrino, gli urlacci e i pianti isterici e uterini da Chi ha paura di Virginia Woolf, le nenie di un’Ofelia de noantri che canticchia Jovanotti, in modo da farci capire con le citazioni che siamo al cospetto di un film d’autore e di vecchie  e nuovi mattatori.

Ma non si pensi che siamo al cospetto di un affresco ruffiano sui conflitti generazionali o di genere, macché.  Quello  è invece un potente documento politico, al servizio del pensiero mainstream, un manifesto pedagogico che predica e raccomanda la rassegnazione, l’abiura, l’egoismo, in modo da mostrare all’ingenuo spettatore che è meglio e più conveniente votare Pd, o se si è proprio degli insurrezionalisti forse LeU,  assecondare il vento anche quando ferma gli aliscafi, che la colpa non è del cambiamento climatico ma di madre naura che poi rimette tutto in ordine così di può tornare alla vita di sempre, alle confortanti e note abitudini, ai letti conosciuti e senza sorprese.

E infatti le donne del film vivono come un codice genetico l’accettazione delle corna e dei tradimenti, proprio come le nonne che leggevano i consigli di Vanda Bontà e la posta del cuore  prima di Donna Moderna, destinate  alla lodevole e necessaria sopportazione che tanto prima o poi i mariti tornano all’ovile, che la sbandate coniugali sono come una malattia che poi guarisce, e allora si può approfittare della fase del fisiologico rimorso per ristabilire in via definitiva chi comanda davvero, chi detta le regole  della casa. A dimostrazione che l’altra metà del cielo, perbacco, un potere ce l’ha e non è quello che tira più dei carri di buoi, bensì la pazienza, in attesa della rivincita  e forse della dolce vendetta.

Ah i maschi, quelli poi, secondo l’abbecedario stantio dei ruoli nella guerra dei sessi, non possono che essere cazzari e libertini, ingenui e cialtroni,  eterni pater pan, velleitari, codardi nel pubblico come nel privato, romantici con le amanti e ciabattoni con le mogli,  stitici e irresponsabili nei sentimenti, in qualità sempre fallimentare  di figli, padri, fratelli e pure zii, mammoni tanto da volerne più di una di madre e d ricercarla in varie figure femminili, mogli amanti amiche cognate sorelle.

Anche loro condannati e rassegnati, nel matrimonio, nell’azienda di famiglia, nella indifferenza  al dolore altrui esorcizzato dalla pacificatrice scoperta che pagando ci si sottrae alla vista di malattie e vecchiaia conferite nei depositi adatti,  gioiosamente persuasi che gli sconfitti e i marginali  la loro condizione se la meritano perchè non sanno adattarsi, non accettano i diktat  di appartenenza al consorzio civile, estranei al mondo intorno, stato favorito dalla momentanea permanenza in una arcadia sopportabile in quanto provvisoria che risparmia grazie all’assenza di tacche dall’irruzione di guerre e carestie remote, ma che di tanto in tanto tentano di mettere di malumore gli interpreti della commedia umana intenti ai loro affari di cuore e denari.

Eh si quella è proprio una società come piace ai regimi, cui piacciono lo stato, i governi e la politica quando danno e per il resto sono invisibili, difensiva quando basta, coi suoi fondamenti “sani”: impresa, proprietà, risparmi, alleanze e complicità, coi ragazzi beneducati come piacciono a Serra, gli anziani saggi e autorevoli come piacciono al cavaliere e al re non abbastanza detronizzato, i parroci di campagna benedicenti, le cameriere affaccendate, i pescatori che danno le previsioni del tempo, il giardino bello e ben e del resto dell’isola chi se ne importa, tanto è fuori dal cancello.

È  una società di soli che di tanto in tanto si incrociano per poi tornare alle proprie solitudini gradite perchè autorizzano a vivere nell’accidia, nell’ingeneroso isolamento, della sfiduciata diffidenza.

Eh certo, mica tutti sono Scola o Allen o Bergman,  e mica tutti sanno guardare con affetto e amicizia a famiglie nelle quali ci si sceglie anche perché non ci si assomiglia, per curiosità, per passione, per voglia di scoperta, per parlarsi e ascoltarsi  e sentire  da compagni,  insieme con quelli con i quali si divide il pane e si sognano gli stessi sogni.

 

 

 

 

 

 


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