I negrieri della porta accanto

Si chiamava Zong  la nave  di proprietà di un sindacato di ricchi mercanti di Liverpool, che effettuava la tratta degli schiavi dalla Costa d’Oro (nel Golfo di Guinea) a Giamaica (nel mar dei Caraibi). Alla fine di agosto del 1781  la Zong era salpata dall’isola di Sao Tomé con oltre 400 negri stipati nella stiva, molti di più dei 183 che leggi del mare scritte o morali oltre a quelle del profitto permettevano. E infatti la durata del viaggio, prolungatosi per via di un errore del capitano, insieme alle condizioni disumane del “carico”, aveva già mietuto molte vittime e causato quindi danni economici ingenti per via del vaiolo, della dissenteria, della malnutrizione: nei primi due mesi di viaggio ne erano morti  60  e presto altri se ne sarebbero aggiunti, mercanzia che, benché assicurata,  non sarebbe stata risarcita, poiché l’indennizzo era previsto solo nel caso il “deterioramento”  fosse attribuibile a  una causa esterna e violenta, come l’annegamento. Fu per andare incontro agli interessi della proprietà che il capitano decise dunque di scaraventare in mare, fra il 29 e il 30 novembre, 132 negri di cui almeno  26 con i ferri e le catene ai polsi.

Solo nel marzo 1783 il fatto  finì in tribunale, ma non per accertare le responsabilità  e per giudicare l’orrendo crimine commesso dal comandante:  i mercanti di Liverpool lo tirarono in ballo, benché lui si discolpasse sostenendo che era stata costretto a liberarsi di parte della “merce” per via dell’esaurimento della riserva d’acqua,  perché gli assicuratori si erano rifiutati di corrispondere l’indennizzo richiesto in giudizio. Si seppe dalle testimonianze che nei giorni in cui furono buttati in mare gli schiavi si erano verificate abbondanti piogge  e inoltre fu accertato  che   il delitto era stato ordinato proprio per  garantire al comandante  la  percentuale, conteggiata in base al  valore del carico al porto di sbarco.

Così  i giudici liberarono gli assicuratori dall’obbligo di risarcire il danno mentre dichiararono conforme al diritto marittimo e quindi non punibile il getto in mare di parte del carico di quelli che erano definiti “meubles”  stabilendo la legittimità a liberarsene al fine di preservare la vita degli altri. La giuria infatti  “ non aveva avuto alcun dubbio (nonostante un forte shock) che il caso degli schiavi era lo stesso che se fossero stati gettati in mare dei cavalli… La domanda era se non ci fosse stata una necessità assoluta di gettarli in mare per salvare il resto, [e] la Giuria era del parere che c’era… .

Così  nessuno fu processato per l’omicidio degli africani. Così   il giudice lo stesso della causa Somersett, in merito alla legittimità del “detenere” schiavi in Inghilterra,  ristabiliì il principio secondo il quale  l’interesse  principale di tutti gli attori era quello di assicurarsi che il diritto  e le sentenze fossero il più possibile favorevole al commercio estero della Gran Bretagna.

Così, malgrado la protesta di quelli che oggi verrebbero definiti buonisti, ci vorranno altri venticinque anni per arrivare a quello Slave Abolition Act del 1807 con cui l’Inghilterra proibì la tratta dei negri e abolì definitivamente la schiavitù.

Non venitemi a dire che ci sono delle belle differenze con quello che accadde allora ed oggi,  che quello fu uno spaventoso  viaggio di condannati alla schiavitù, mentre quelli contemporanei  sono  spaventosi viaggi alla ricerca della libertà e del benessere. E non solo perché per troppi l’epilogo e la destinazione finale sono gli stessi, ma perché non c’è libertà in una vita nuda, senza documenti, senza identità, senza status, senza diritti e non c’è benessere, quando va bene  in occupazioni servili, fuori legge, precari, quando va male in un destino segnato di irregolarità fino alla trasgressione, che resta l’unico sbocco per qualcosa al disotto della sopravvivenza.

Non venitemi a dire che i traghettatori sono diversi dal comandante Stubbs  e non venitemi a dire che quei manager pubblici e imprenditori che fanno business grazie al neo colonialismo degli affari, esportando iniquità, disuguaglianza e corruzione sono differenti dai fattivi mercanti di Liverpool.

Non venitemi a dire che non è la stessa schiavitù quella di allora e quella promossa da benpensanti del Nordest ed altrove, che interpretano l’accoglienza come opportunità di sfruttare fuori dalle leggi ospiti altrimenti indesiderati.

Forse qualche differenza c’è però, nella quota di ipocrisia che caratterizza classi dirigenti che non respingono per realizzare il brand della speculazione mafiosa sulla disperazione, magari tramite coop o onlus targate Casa Pound,  che usano semi-vivi e morti per una immonda propaganda, che chiamano in causa un’Europa matrigna che ci lascia soli, rimuovendo qualsiasi negoziazione sui trattati dall’agenda degli implacabili capestri, cui pare sia  necessario dire sempre si. Come in quella di bravi e probi cittadini che trattano chi arriva come merce, come attrezzi da adibire ai mestieri che non si vogliono fare sia pure in carenza di lavoro, badanti, raccoglitori, muratori. Come in quella di chi pensa di opporre disperazione interna di serie A a disperazione estera di serie B. O come in quella di chi opera distinguo tra “altri da noi”, quelli accettabili se si “integrano” quando diventano invisibili, quando nascondono o travestono usi, tradizioni, identità, quando non si ribellano mai, non reclamano attenzione, ascolto o diritti, cui hanno comunque diritto come noi, in presenza di doveri più abbondanti proprio a causa della loro condizione di sotto-cittadinanza.

Ma c’è anche un’altra differenza tra allora ed oggi, oggi che reclamiamo il primato della civiltà, tale da muovere guerre in suo nome, dimentichi delle responsabilità storiche e di quelle attuali, oggi che sulla carta e sulle Carte costituzionali come sui trattati internazionali, la schiavitù è fuori dalle leggi, se tutto concorre a ricrearne le condizioni, retrocedendo perfino i cittadini dell’occidente allo stato di servitù, senza rispetto, senza dignità, senza certezze, senza diritti. Se si considera laboratorio esemplare, economico e sociale,  un Paese che vuole ad ogni occasione riconfermare la sua egemonia e il primato della sua ideologia imperialistica finanziaria, quella che ha diffuso come una polvere tossica di fondi, derivati, finanza velenosa, una crisi finalizzata a cancellare sovranità e democrazia, lo stesso nel quale riaffiora il vecchio morbo razzista nei suoi modelli sociali e culturali, lo stesso dove le armi sono legittime, contro coloured esterni e interni, in guerre di periferia e d’oltre mare.

I commenti comparsi sulle bacheche  del nostro Ku Klux Klan rivelano che se siamo sulla stessa barca, purtroppo è probabile sia la Zong, col suo equipaggio criminale e la sua merce disgraziata.

 

 

 

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2 responses to “I negrieri della porta accanto

  • anna lombroso

    hai ragione Anna, c’è qualche differenza “geografica”, pensavo soprattutto a Rome e all’ancora pingue nordest dove ai concorsi per entrare negli ospedali si presentano solo immigrati. E sarebbe giusto così se abbiamo alimentato un modello nel quale non è dignitoso studiare, male, per poi fare lavori “servili”.. e se abbiamo tolto, anzi hanno tolto, qualsiasi dignità e valore al lavoro. Grazie

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  • annaorsa

    Ottimo post e fotografia perfetta della situazione, o quasi. C’è a mio avviso un neo nel punto in cui si accenna ai “mestieri che non si vogliono fare sia pure in carenza di lavoro”. Beh, chi come me è un’habitué dei centri per l’impiego e riesce a lavorare solo stagionalmente come raccoglitrice (insieme a tanti connazionali) sa che non è così e comunque non è così dappertutto. Per tutto il resto, come ripeto, questa mi sembra un’analisi encomiabile.

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