soldi_monopolyAnna Lombroso per il Simplicissimus

Oggi l’editoriale del Corriere a firma Panebianco titola “Kobane, sotto assedio è l’Occidente”. Come fanno sempre gli opinionisti nostrani, l’autore usa il pronome noi, a rivendicare l’appartenenza a un contesto più che geografico, ideale e ideologico,sinonimo di sviluppo, civiltà, progresso scientifico e tecnico, peraltro brutalmente smentita dai titoli sull’alluvione di Genova, che evocano monsoni, inondazioni, popolazioni abbandonate e smarrite, morti e sofferenze di un Terzo Mondo, quello che invece suscitava complessi di colpa nella parte fortunata quanto ingiusta del pianeta e che pare non siano altrettanto sentiti quando le catastrofi capitano qui, quello che oggi è popolato di competitor, oltre che di marionette mosse in guerra dal nostalgico imperialismo,  che si sono affacciati prepotentemente sullo scenario sociale ed economico del mondo.

Le  politiche di riduzione salariale, il restringimento dell’area dei diritti e delle conquiste, il ruolo delle valute, il rapporto tra UE e USA sembrano temi remoti a guardare qui fiumi di fango che si riversano puntualmente nelle strade di una città “occidentale”, gli occhi spauriti della gente rivolti verso un cielo implacabilmente grigio, sentendo voci piene di rabbia sacrosanta e risentita, ascoltando parole di amara delusa rassegnazione.

Invece tanto distanti non sono. La trascuratezza nei confronti dei beni comuni, il disinteresse per la loro custodia, l’abbandono del territorio sono, è ormai banale scriverlo, funzionali a una concezione e a un modello di sviluppo occidentale che si muove in direzioni esplicite e identificabili: creare emergenze, nel lavoro come nei suoli, per legittimare il ricorso autoritario a mezzi coercitivi, a leggi speciali, all’accentramento dei poteri nelle mani di poteri speciali, al commissariamento di luoghi, paesi, espropriati della sovranità e della democrazia. Ed anche ridurli a uno stremo irreparabile, aziende come beni culturali, paesaggi come immobili, in modo che sia giustificato e ineluttabile svenderli, toglierli ai cittadini per offrirli a pochi, sempre i soliti sospetti, che se “ne fanno carico” nelle vesti di sponsor, mecenati, general contractor. Oppure, semplicemente, strozzarli, affamarli grazie al trasferimento dei fondi dalla loro salvaguardia, sia che si tratti di territorio o di assistenza, verso grandi opere che dovrebbero restituirci credibilità attraverso la visibilità piuttosto che la reputazione, che foraggiano cordate, sempre le stesse, di imprese, favorite da sistemi di aggiudicazione e incarico eccezionali e largamente illegittime quando non illegali, che danno sostegno al brand della corruzione, che aiutano direttamente e indirettamente un ceto politico che senza rimborsi elettorali, si sente ancora più autorizzato a attingere a fondi provati opachi.

Ormai è questo il sistema di governo, c’è da aspettarsi il ricorso alla fiducia anche per lo Sblocca Italia, grazie all’emergenza Genova, venuta provvidenzialmente a agevolare l’iter di un provvedimento nefando e molto contestato fuori dal Parlamento e molto gradito dentro, accelerandolo perché nelle more di grandi opere inutili, di interventi pesanti e dannosi, di terzi valichi, che, lo dice il nome stesso si aggiungono chissà a perché ad altri due, di alte velocità, di ponti e canali, di autostrade, conditi da poteri speciali a commissari speciali, specializzato in inefficienza (primo tra tutti il Moretti delle Ferrovie) ci scappi qualche elemosina per il riassetto del territorio, da  trasmettere in modo occasionale ed estemporaneo a regioni in odor di inchieste e malaffare, sindaci inetti ancorchè appassionati di teatro, province che non si sa se siano fantasmi attivi in attesa di ghostbuster.

Come d’abitudine un vero piano non c’è, nemmeno un programma e, stavolta, nemmeno dei lucidi da proiettare in sala stampa o dei plastici da esibire da Vespa. C’è però una campagna istituzionale presentata tempestivamente a Palazzo Chigi l’altro ieri.   “Se l’Italia si Cura, l’Italia è più Sicura” si intitola e è stata illustrata insieme al nuovo sito http://www.italiasicura.governo.it, legati all’attività delle due strutture di missione della presidenza del Consiglio contro il dissesto idrogeologico e per lo sviluppo delle infrastrutture idriche e per il coordinamento e impulso nell’attuazione di interventi di riqualificazione dell’edilizia scolastica. Cantieri in parte già previsti dallo “Sblocca Italia“. Il sottosegretario Graziano Delrio, in conferenza stampa ha annunciato di “aver recuperato circa 2 miliardi di euro di fondi da investire nelle opere di risanamento”. Possiamo stare tranquilli: il piano prevede degli spot pubblicitari, un sito geo-referenziato dove con un semplice click sulla cartina dell’Italia, così tutti potranno monitorare i cantieri avviati nella propria città, nel proprio territorio e l’esecuzione dei lavori. “Ma – difende il progetto Erasmo D’Angelis, coordinatore della missione contro il dissesto idrogeologico – non è un’operazione di marketing del governo. “Non è una semplice raccolta di selfie dal cantieri. I lavori partono per davvero, molti altri verranno avviati nel 2015. La comunicazione in un Paese che – conclude D’Angelis – non calcola il rischio dell’abusivismo è importante” .

Ma in contemporanea i tecnici del servizio Bilancio della Camera  in un dossier avvertono:che  le somme destinate, nel decreto Sblocca Italia, ad “opere indifferibili, urgenti e cantierabili” vengono pescate da risorse per “opere infrastrutturali strategiche gia’ approvate” e “risorse stanziate per trattati internazionali gia’ sottoscritti”, e sollecitano a chiarire   “come si intenda far fronte alla copertura delle spese oggetto di definanziamento negli anni in cui le stesse si renderanno necessarie”.

Lo so è ormai insulso e ripetitivo chiedersi a che pro si realizzi un’esposizione ottocentesca sull’alimentazione quando i campi si allagano, le imprese chiudono, le sanzioni impediscono l’export e la fame bussa alla porta, perché si scavi un canale in laguna quando si affacciano micidiali e non certo inattese alte maree che un progetto di 40 anni fa – macchina mangia-soldi – è inadeguato a fronteggiare, perché si realizzino fotocopie di valichi, di autostrade, facendo intendere che creeranno un’occupazione che andrebbe impegnata in lavori pubblici a salvaguardia del bel paese, del quale resta il ricordo solo sotto forma di caciotta. È banale fare il conto di quanto costa l’inderogabile acquisto di F35, la partecipazione in qualità di camerieri alle missioni della Nato. È banale dire che della macchina del fango, quella vera, sappiamo chi è alla guida.