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Alunni “privati”… dell’istruzione

scuolAnna Lombroso per il Simplicissimus

Le scuole paritarie sono una parte importante del sistema scolastico. Rappresentano un patrimonio formativo e culturale dell’intera comunità nazionale e un’opzione di scelta educativa che va assolutamente tutelata”. Con queste premesse – era Delrio che parlava qualche giorno fa non contento dei primi 150 milioni stanziati per la scuola privata – non c’è da stupirsi che di milioni ne siano stati stanziati altri 150, grazie all’impegno profuso dal Pd, da Italia Viva e dalla Lega, insomma da tutta la destra unita nel condiviso “sostegno alla libertà di scelta educativa”.

Pare fosse proprio doveroso garantire fondi aggiuntivi,  “per garantire la continuità e la sopravvivenza di servizi educativi e scolastici fondamentali, messi duramente a rischio dalla pandemia”  e per aiutare “12mila realtà, 900mila famiglie, 180mila dipendenti”. Si compiace Italia Viva attraverso i suoi rappresentanti, in qualità di ossimori in Commissione Cultura: “Dopo questi ulteriori 150 milioni di aumento,100 al percorso dell’infanzia e 50 per le scuole, previsti da un emendamento al Dl Rilancio, arriveranno complessivamente 180 milioni alle scuole dell’infanzia (0-6 anni) e 120 milioni alle scuole paritarie”.

Poveri teneri ragazzini, minacciati su due fronti, quello dell’occupazione confessionale da una parte, grazie all’intreccio del rapporto pubblico/privato/paritario, disegnato dal famigerato decreto 65 del 2017, lo “Zero-sei”, e dall’altra, la possibilità cui lavora tenacemente la responsabile Invalsi – siamo ormai dominati da santoni e guru di tutte le discipline para scientifiche – di adottare e introdurre test per i bambini di 4-5 anni, per diagnosticare (e sorvegliare) comportamenti, inclinazioni e attitudini nelle prime fasi dell’apprendimento.

E poveri anche tutti gli altri, di tutti gli ordini e gradi, e poveri genitori e poveri insegnanti perché – anche grazie alla tempesta perfetta del neoliberismo innescata dalla pandemia – la crisi della scuola è diventata l’auspicata e desiderabile emergenza che condurrà le famiglie che hanno a cuore destino e carriere future dei figli a sobbarcarsi i costi  della pedagogia e della didattica somministrate dalla più repressiva e diseducativa delle combinazioni: mercato e culto. Pensando tra l’altro di far bene a sottrarre la prole a scuole in rovina, sia che si parli di edifici cadenti, che di docenti umiliati e malati di disaffezione.

Perché il maggior successo dell’ideologia che ispira le politiche “sociali” contemporanee consiste proprio nell’affermazione della propaganda intesa a persuadere che la scelta privata sia premiante: nell’assistenza sanitaria, nel sistema previdenziale e pensionistico, nell’erogazione di servizi e nella salvaguardia dei beni comuni e del patrimonio artistico e culturale, nelle attività produttive e nell’istruzione.

E dire che non c’è pubblicità più ingannevole di quella, basterebbe guardare agli innumerevoli “casi di insuccesso” qui e in tutta Europa, dall’Ilva alla sanità dissanguata dai tagli che ha insegnato che per salvarsi dal Covid bastava restare a curarsi a casa, dalle svendite di Alitalia, Autostrade, all’altra forma di privatizzazione  occulta, ma nemmeno troppo, – meglio è chiamarla liberalizzazione – ricordo esangue delle Partecipazioni statali, quella dell’Enel, per fare un esempio, che ha visto scendere la quota in mano al pubblico addirittura sotto la soglia del trenta per cento, o Poste, o le aziende di trasporto o di servizi locali, con l’aggiunta del settore bancario.

Tutti casi di studio caratterizzati dalla perdita di qualità delle prestazioni date, dalla impossibilità di effettuare un controllo sui servizi  offerti e erogati in modo opaco,  (che fa capire il successo del termine Autorità, adottato per molti die soggetti impegnati nelle attività di regolazione e controllo nei settori dell’energia elettrica, del gas naturale, idrico e del ciclo dei rifiuti) e dall’incremento della tariffe e dei prezzi a carico dei consumatori, nel rispetto della regola madre: privatizzare i profitti e socializzare le perdite, anche quelle di vite umane.

E se i  paladini delle scuole per l’infanzia e delle parificate si agitano come api laboriose non solo nell’ala cattolica e tradizionalmente conservatrice, ma anche nell’alveare progressista e riformista della Buona Scuola, è doveroso ricordare che dobbiamo a Luigi Berlinguer la legge 62 del 2000 che ha offerto statuto, finanziamento diretti e possibilità di accesso alle risorse europee a grandi e piccole “imprese” didattiche, quelle che vivono tutta l’ambiguità delle relazioni tra Stato, enti locali e privati nella quale prospera una miriade di posizioni contrattuali differenti monopolizzate e gestite da associazioni e federazioni cattoliche come Agidae, Aninsei, Fism, in prima linea nello sfruttamento dei dipendenti.

L’aggressione condotta contro l’istruzione pubblica ha trovato un campo di battaglia favorevole nella legge 107 del 2015 e nei suoi decreti applicativi, mettendo in moto una macchina farraginosa, confusa dove, e si vede, istituti privati hanno la meglio nell’accaparrarsi risorse anche grazie al declino della scuola pubblica e dove si è dato forma al conflitto tra materie e soggetti concorrenti, che sta sfociando nell’infame pretesa di autonomia aggiuntiva di tre regioni  spudorate che esigono a fronte del loro fallimento politico e organizzativo.

La concorrenza sleale delle “aziende” didattiche private ha segnato altri punti in favore nel corso degli anni, dalla riforma Berlinguer  alla Buona scuola grazie alla svalutazione e alla progressiva mortificazione del ruolo del docente, facendolo entrare nel pubblico impiego, privatizzandone il rapporto di lavoro e subordinandolo a quello del preside – promosso o retrocesso? a “datore di lavoro”, trasformandolo in dirigente e manager. Tanto che spetta a lui la riscossione e la gestione  anche dei “contributi volontari” obbligati grazie ai quali le famiglie assicurano beni di prima necessità, ma si sentono anche autorizzate a intervenire pesantemente nelle scelte didattiche, a garantire trattamenti esclusivi agli alunni secondo criteri di censo, diventando inappropriatamente consumatori, secondo le regole di marketing che vengono esibite per attirare la clientela più esigente, in modo da evitare sgradite forme di meticciato etnico o/e di classe.

E chi non può pagare per preparare la sua successione a farsi strada nella vita grazie a un “percorso di cultura del lavoro” fatto di nozioni che addestrano alla specializzazione della cieca esecuzione di comandi in qualche esclusivo diplomificio, li condanna a quella zona nera dell’abbandono scolastico (secondo l’Ocse siamo i primi in Europa), o a quella grigia degli istituti alberghieri dove si esalta l’ideologia cara al tandem Poletti/Fedeli, quella dell’avvicendamento scuola-lavoro mandando i ragazzi a fare i lavapiatti nei ristoranti, pagando per la formazione sul campo,  o dei corsi di regioni e sindacati pagati coi fondi che noi trasferiamo all’Ue e che la matrigna benevolmente ci concede facendo la cresta per preparare piloti di droni, grafici del web, per i quali non esiste domanda né futuro.

In questi mesi stancamente abbiamo sottolineato, in pochi purtroppo, come a pagare il conto salato dello stato di eccezione siamo tutti, anziani, lavoratori, quelli spediti a sacrificarci in fabbrica, supermercato, vendite online, sui bus e sulla metro, ma pure quelli esentati, che pensavano di salvarsi con lo smartworking e che ne vedranno presto gli effetti con tagli alle garanzie, alle retribuzioni, alla dignità, donne che dovrebbero essere gratificate dal doppio lavoro a domicilio. E bambini e ragazzi, defraudati dell’istruzione e della socialità che deve accompagnare l’accesso al sapere e alla conoscenza. E che ne saranno privati ancora, sempre grazie a una selezione di censo, averi e classe, come d’altra parte è avvenuto con la didattica a distanza che ha rivelato la vocazione a esaltare le disuguaglianze.

A quelli che mettono sul profilo i sindaci disubbidienti e si sentono così dalla parte giusta, che pensano di far bene mandando i figli nelle scuole delle monache, negli istituti parificati e più “sanificati”, bisogna ricordare che è vero che nella scuola pubblica i testi arrivano a stento alla Seconda Guerra mondiale e alla liberazione di Auschwitz grazie agli americani, che Graziani è magari trattato da patriota, che certe rimozioni e certi oblii esercitati sui banchi hanno aiutato razzismo e xenofobia, ma che non è preferibile imparare che le missioni dei gesuiti in America Latina o le Crociate erano missioni d’amore e di pace.

Perché è lo stesso insegnamento di chi chiede alleati per esportare la sua “democrazia” della guerra di chi ha contro chi non ha avuto e non avrà, se non insegniamo la solidarietà, la critica e la ragione, l’uguaglianza e la libertà fin dal giardinetto dell’asilo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Tengono Famiglia

tengo-famigliaAnna Lombroso per il Simplicissimus

C’è sempre un momento nel quale i potenti esibiscono l’album delle foto dell’ultimo Natale, nel quale le zarine più feroci svelano la dolcezza muliebre dell’istinto materno con l’ostensione di ecografie, allattamenti e poi di qualche maneggio familistico per piazzare gli scarrafoni, cui è doveroso riservare  affettuosa tolleranza, e nel quale i padroni più avidi mettono a rischio patrimoni e aziende per appagare le brame capricciose di delfini  poco talentuosi.

Non occorre scomodare Engels, nemmeno Banfield e neppure Longanesi, che adesso tocca rimpiangere pure lui, per diagnosticare il ricorrente recupero dei “valori” della famiglia che si materializza con più vigore nella fase di consolidamento di un totalitarismo, quando serve rimettere in piedi un edificio di principi e ideali riconducibili a Dio (anche con le fattezze del mercato, le cui regole sono promosse a leggi di natura), alla Patria, recentemente tornata in auge in occasione del Covid 19  con inni in poggiolo, glorificazione del sacrificio dei resilienti sul divano e dei martiri in trincea. E, appunto, alla Famiglia, ultimo baluardo della conservazione delle virtù morali, ma anche di beni, risparmi, quelli che Berlusconi chiamava i “fondamenti sani” dell’Italia, tradizioni capaci di opporsi al rischio del meticciato, riaffermazione dei ruoli designati dalla cultura patriarcale, l’uomo che va a caccia e porta a casa le prede, la femmina nella caverna a prendersi cura di cuccioli, anziani, malati, finché non viene una provvidenziale epidemia che se li porta via.

Ci eravamo illusi che si trattasse di convinzioni in regime di esclusiva delle destre più sgangherate, tra manganello e aspersorio, prima che diventassero merce ideologica del “riformismo” e del progressismo neoliberista. Invece, in nome della ritrovata Unità d’Italia, dopo i Family day di Casini, del Priapo di Arcore, dei concubini in attesa fiduciosa di annullamento della Sacra Rota, che rivendicavano per sé la tutela di sentimenti, valori, principi, affetti virtuosi a confronto degli accoppiamenti insani dei “diversi”, dalle viziose inclinazioni degli “altri”, della pedagogia malsana impartita da genitori e insegnanti trinariciuti e bestemmiatori, ecco che con l’abituale ricorso all’esperanto imperiale arriva il Family Action il cui suggeritore nemmeno tanto occulto è un  padre di nove figli,  un’allegoria della obbligatorietà di procreare per far piacere a Dio,  quel Delrio, che non contento della stirpe naturale, ha svolto per un po’ anche la mansione di padre putativo del giovin Matteo.

Ora non voglio sembrarvi semplicistica e sbrigativa, ma la lezione di uno che, peggio di un anziano criminalizzato dalla Lagarde e dalla Fornero, ha pesato sul bilancio statale e sul Welfare con nove gravidanze, nove congedi, nove permessi “paterni”, nove pediatri, nove asili nido e così via, assume il sapore agro dell’ingiustizia, almeno da quando metter su famiglia è un lusso che pochi possono permettersi.

Per carità, la demografia non è una disciplina gradita  e infatti mentre da noi si lancia un allarme per la denatalità favorita tra l’altro da un tenace familismo che ha come effetto un investimento economico e sociale sui figli esorbitante che porta a rinunciare a quello che si avverte come un privilegio, l’ideologia neoliberista  ha sbaragliato ogni resistenza nei confronti dell’equiparazione tra uomo e merce, combattuta tra il bisogno di estendere il pubblico dei consumatori e l’eccesso di prodotti/uomo, imponendo alla fine  l’obbligo di “riduzione” a popolazioni che si sono permesse di insidiare la nostra preminenza con il numero,  colpevoli di spendere poco per i trastulli che produciamo.

E tanto per non sbagliare le forze progressiste, ormai chiamarle sinistra suona come un’eresia, che per vocazione e per statuto ideologico avrebbero dovuto difendere i ceti popolari dall’assalto della lotta di classe alla rovescia, condotta contro le prerogative acquisite dopo decenni di lotte,  la sanità pubblica, il sistema pensionistico, ha trovato una facile via d’uscita nella rivendicazione di altri diritti definiti civili in contrapposizione a quelli primari che sembravano nostri e inalienabili, e concessi al minimo sindacale: matrimoni omosessuali, gite procreative fuori porta, pari opportunità, e solo per chi può permetterseli.

Per gli altri resta solo l’elargizione di una carità pelosa,  delle mance degli 80 euro, dei prestiti a pronta restituzione.

E infatti, in pieno clima di Ricostruzione affidata all’immaginazione creativa di alte autorità competenti in cultura del management e del marketing, intese a promuovere misure immediatamente digitalizzabili e nemmeno lontanamente realizzabili, il neo Commissario Speciale per la Famiglia si è fatto promotore di una proposta per i nuclei prolifici tramite un assegno universale(mensile) che includa tutti gli aiuti per la famiglia, uno per ogni figlio fino alla maggiore età (ma senza limiti d’età per i figli disabili). E poi, detrazioni fiscali per le spese dedicate all’istruzione dei figli, dallo sport alla musica, dai libri alle gite scolastiche, permessi retribuiti per assistere un figlio malato ma anche per partecipare ai colloqui con i professori. E minimo 10 giorni di paternità per i neopapà, «a prescindere dallo stato civile o di famiglia».

La proposta che si è materializzata in forma  di Ddl recante «Misure per il sostegno e la valorizzazione della famiglia», immantinente votato con entusiasmo dal Consiglio dei Ministri, è stato caldeggiato dalla ministra della Famiglia Elena Bonetti insider di Italia Viva.

E infatti il suo leader, che ha sempre dimostrato un particolare attaccamento alle tradizioni dinastiche e alla trasmissione dei loro “valori” in senso lato, iniquamente perseguiti in tribunale,  ha subito tenuto a ricordare  che un analogo progetto di legge “che metteva al centro delle politiche sociali i bambini nella consapevolezza che i figli sono un valore per la loro famiglia e per la società che li accoglie e che condivide con i genitori il compito di accudirli ed educarli” era stato presentato già alla Leopolda 10.

Ecco, ci vuole proprio una ineffabile faccia di tolla, una impareggiabile e spericolata sfrontatezza da parte del governo e dei suoi bizzosi supporter a intermittenza per parlare di bambini, dopo tre mesi di galera dei minori alla stregua dei figli delle carcerate, dopo un susseguirsi di insensate ipotesi per la gestione futura della scolarità, tra cubicoli e nicchie in plexiglas, dopo il fallimento della didattica a distanza affidata al potere/volontariato sostitutivo di mamme digitali, dopo che è stata sancita la sua qualità discriminatoria adottabile solo in condizioni di “privilegio”: pc, rete, spazi, genitori acculturati, insegnanti formati e competenti anche di informatica.

E dopo i tagli di Stato, Regioni e Comuni a fondi per le scuole, per   l’assistenza ai minori disabili, all’insegnamento di sostegno, dopo la Buona Scuola che ha promosso definitivamente  la conversione dell’istruzione dell’obbligo in pedagogia standardizzata a uso del futuro ceto dirigente oligarchico, dopo la beffa dei finanziamenti per la messa in sicurezza degli edifici scolastici, che dovrebbero ora trasformarsi in laboratori pilota per la cultura del distanziamento.

E per chi confida nelle quote rosa, nell’applicazione in corpore vili dei quelle squisite qualità femminee di sensibilità, indole alla comprensione e alla solidarietà che saprebbero esprimere le donne in politica, ci hanno pensato la ministra Bonetti, che si compiace: “per la prima volta si investe in umanità, per cambiare in meglio la vita delle famiglie: da qui l’Italia può ripartire, è una scelta di speranza e di coraggio, una riforma che deve vedere il gioco di squadra di tutti” e pure la ministra del Lavoro Nunzia Catalfo che sottolinea la sinergia con le altre ministre messa in atto per “garantire più sostegno alle famiglie e un importante incentivo al lavoro femminile”.

Manca solo il pregevole contributo di Colao, che magari c’è stato, prima che il suo rapporto finisse a reggere le zampe della scrivania traballante di Conte, per  dare maggior piglio futurista e imprenditoriale  alla strategia di  aiuti alle neo mamme, “per incentivare il loro lavoro e l’armonizzazione dei tempi”: quindi detrazioni per babysitter e colf, da aggiungere ai bonus per le rette scolastiche di nidi e asili fino ai 6 anni. Ma soprattutto per valorizzare la forza produttiva degli incentivi a  “forme di lavoro flessibile” per chi ha figli sotto i 14 anni,  con premi anche per i datori di lavoro “che realizzino politiche atte a promuovere una piena armonizzazione tra vita privata e lavoro”.

Avevamo avuto al prova generale con il lockdown, adesso è il momento della messa in scena della commedia all’italiana, con le donne a casa, a alternare l’aggiornamento del cottimo a domicilio alla macchina da maglieria, a cucire guanti e incollare tomaie, sostituito dal Pc, con la cura di figli, compresa di supporto didattico, genitori, malati. Che se poi si riesce a “svoltare” c’è sempre la possibilità di pagare un’altra donna, meglio se straniera in attesa della sanatoria della Bellanova, per tentare la scalata al successo riservata  a una scrematura di talentuose arriviste, selezionate dalla lotteria maturale o per disposizione antropologica all’affiliazione di cerchie di potere.

Altro che Mulino Bianco, gli spot del Rilancio mostreranno la continuazione dell’isolamento – magari in preparazione di seconde, terze quarte ondate pestilenziali. Tutti a casa, alacremente sfruttati e rabbiosamente condannati alla coabitazione coatta, dove la pratica normalmente in uso, preliminare alla riproduzione, potrebbe diventare anche quella una fatica imposta da chi ancora invece ci si diverte e se la gode.

 

 

 

 

 

 


Chi semina paura raccoglie tempesta

Coronavirus in Italy: phase 2Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ci hanno provato nei mesi scorsi, ma nessuno tra i lettori dei miei post ha potuto dimostrare che io sia una complottista: non ho mai sospettato, anche se l’ipotesi gotica di pipistrelli e virus fatti circolare per propagare la peste è narrativamente più efficace, né tantomeno adombrato che l’epidemia fosse l’effetto velenoso di una trama oscura. Però ho da subito avuto la consapevolezza del suo uso perverso per giustificare il passato, legittimare il presente e ipotecare il futuro.

Quindi tutti a dare addosso al nemico n.1, responsabile dell’apocalisse anticipata rispetto alle previste sette trombe dei rispettivi sette angeli, sostituite dalle profezie e dalle sentenze di virologi, immunologi, santoni facenti parte del governo di salute pubblica.

A giustificare il passato ci pensa la numerologia pandemica, sotto forma di studio  del “Covid Crisi Lab”  della Bocconi chiamato a pronunciarsi sul caso “Lombardia”, che avrebbe  accertato come “l’epidemia abbia comportato per il Nord Italia i costi umani più alti mai visti dal Dopoguerra”, alla faccia del terremoto del Friuli, dell’alluvione della Valtellina, del disastro del Vajont, e pure del susseguirsi di polmoniti, infezioni ospedaliere, influenza asiatica, asbestosi contratta in fabbrica, tutti incidenti della storia archiviati a posteriori come catastrofi naturali e ineluttabili.

Spiega quindi il Professor Ghislandi, uno degli autori dell’indagine, che le morti  causate dall’ondata epidemica possono essere attribuite  “anche” ai servizi ospedalieri congestionati o a fenomeni come l’aumento degli infarti di cui ha parlato la Società italiana di cardiologia,  “ma, in ogni caso, sono tutti decessi che hanno una relazione con il Covid-19”.

E a questo proposito, aggiunge, incoraggiante, che  una volta finita l’emergenza, quando la mortalità potrà tornare a livelli fisiologici, “la perdita di vita attesa a Bergamo si abbasserebbe a 3,5 anni per gli uomini e a 2,5 per le donne,  perché  molte persone che sarebbero morte nel corso dell’anno lo hanno fatto già nei suoi primi 4 mesi”.

A significare, dati alla mano o forse algoritmi come piace ai bramini della grande fucina della futura classe dirigente, che tutti dobbiamo morire e che per qualcuno, che si è preso avanti,  la falce fissata per sabato è stata anticipata a lunedì.

E che in sostanza,  per anni, avremmo avuto uno stillicidio di decessi diluito nel tempo a causa  di una situazione di crisi già da tempo identificata ma mai contrastata, per via della demolizione dei sistema sanitario pubblico, della sua consegna a malaffare e corruzione, per l’inadeguatezza della dirigenza politica, della consegna della ricerca all’industria farmaceutica, dell’inadeguatezza  del personale ospedaliero, ma che è spettato al coronavirus innescare o forse semplicemente accelerare l’esplosione di una bomba.

Una bomba, che non era sotto controllo a  pensare alle vittime annuali di polmonite, di influenza, di patologie trascurate,  ma che veniva lasciata là come quelle rimaste inesplose dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, “normalizzate” dalla mentalità collettiva e dai decisori impossibilitati, per via dei bilanci dissestati e dei costi che comporta l’appartenenza all’impero, a mettere in campo le risorse per disinnescarle.

Quindi non si poteva fare di meglio, l’ordigno è scoppiato, la fase 1 è in realtà ancora in corso e c’è un concorso di soggetti che si sono convinti e cercano di persuaderci che non si poteva fare altrimenti, che sono state praticate le soluzioni possibili, che era necessario anzi doveroso imporre un nuovo ordine sanitario e sociale con le sue inevitabili restrizioni della libertà, con le ineluttabili limitazioni del libero arbitrio, con l’elargizione di una pedagogia severa per vigilare e circoscrivere i comportamenti indocili e insubordinati di un popolaccio immaturo e refrattario al senso di responsabilità, come succede quando il diritto diventa un’arma della repressione e singole norme non dichiaratamente anticostituzionali eccedono rispetto ai poteri attribuiti e attribuibili all’esecutivo.

Era quindi inderogabile il ricorso a autorità supreme svincolate dai lacci e laccioli della democrazia parlamentare, a decretazioni di urgenza (magari pubblicate a distanza di una ventina di giorni in Gazzetta Ufficiale, forse per alimentare quell’aria di mistero che accompagna poteri necessariamente autocratici, quando trasformano le loro misure in leggi naturali che rispondono a esigenze fatali), e altrettanto fatale esigere che venisse messa al bando la  critica all’operato di chi aveva l’oneroso compito di tenere nelle sue mani il processo decisionale, quel governo di salute pubblica  intorno al quale ci si deve stringere a coorte, tutti uniti, malgrado abbia ispirato il suo operato al criterio della divisione della popolazione tra chi poteva salvarsi dal pericolo, isolato tra le pareti domestiche ampie o anguste che fossero, con la apparente sicurezza di garantirsi il posto di lavoro grazie alle magnifiche sorti della tecnologia, approvvigionato di viveri, acqua, luce, rete, gas, telefilm doppiati, cronache fitte dei comandi e delle raccomandazioni dei santoni e dei cerusici in forza all’esecutivo.

Tutti servizi questi garantiti dall’altra parte della cittadinanza cui è stato imposto il “sacrificio” in cambio della pagnotta, martiri sanitari, ma pure eroi forzati  nelle trincee dei supermercati, dei magazzini di Amazon, delle produzioni industriali essenziali, alcune altre convertite dal superfluo all’inutile sotto forma di mascherine delle quali non è stata accertata l’esigenza, pony e facchini, donne delle pulizie mobilitate per il business delle disinfezioni, milioni di persone delle quali abbiamo perso il conto, stipate nelle metro e nei bus, dove il “distanziamento” salvifico aveva carattere “volontario” e discrezionale.

Altrettanto ineluttabile era la cessione definitiva della sovranità all’Europa in cambio della carità pelosa dal suo Piano Marshall,  dell’attivazione del prestito del Mes per fronteggiare le spese sanitarie, con 7 miliardi di interessi, a fronte dei 4-500 milioni erogati, costretti a  esprimere gratitudine per la concessione a incrementare il debito che ci condanna allo status di cattivi pagatori ricattati sempre di più dalle condizionalità.  Per non parlare della resa festosa alle banche, con la loro beneficenza a rapido risarcimento, definitivamente designate a  potere unico cui affidare  il governo della cosa pubblica, come perorato del prossimo tecnico della Provvidenza pronto a affacciarsi con il plauso plebiscitario di tutti.

E infatti il tempo della concordia è finito, il Dopo incalza, dà la sveglia agli appetiti e anche alla tardiva presa di coscienza di chi si era preso un sabbatico stando sul divano, rinviando la consapevolezza, grazie alla rimozione del futuro, che gli affitti   e le fatture e i mutui accumulati vanno pagati, che alla cassa integrazione non saldata segue la disoccupazione, che miglia di esercizi sono costretti a chiudere, che si è conclusa l’età dell’oro dei B&B, che sono a rischio anche i salari degli statali, che a quelli che sono stati bollati come choosy, parassiti, scansafatiche toccherà andare a fare i braccianti “volontari” in concorrenza sleale  con gli immigrati o gli steward nelle spiagge non più libere, che il cottimo dei lavoretti alla spina è un ricordo di tempi felici, quando la competizione era scarsa e lo smart working una delle baggianate care ai guru della Leopolda.

A mettere le loro ipoteche sul rilancio ci sono già gli Orlando e i Delrio cui non basta l’assoggettamento del Governo Conte ai desiderata di Confindustria, le garanzie offerte agli azionariati imbelli delle imprese criminali, la spregiudicata protervia con la quale la ricostruzione diventa l’occasione per far ripartire i cantieri delle Grandi Opere, perché in empatia ideale con Forza Italia e la Lega sarebbe ora di sanare la frattura con i “ceti produttivi” riportando il paese alla Normalità, quella che perfino il Financial Times descrive come “portatrice di ulteriori e più gravi iniquità” in considerazione della globalizzazione digitale, che cambierà il mondo del lavoro, che favorirà le delocalizzazioni, l’impiego di manodopera precaria, la riduzione del personale della scuola e degli impieghi pubblici, il precariato.

È che hanno bisogno di un governo forte che consolidi le eccezioni ottenute grazie all’emergenza sotto forma del bastone della repressione dei comportamenti e delle opinioni disobbedienti,  a cominciare dagli scioperi e dalle agitazioni dei primi di marzo nelle fabbriche “essenziali”,  e della carota della carità pelosa. Ieri il Corriere dava spazio alla predica di Veltroni che preoccupato dei fermenti che potrebbero provenire dai margini della società, con la solita sfacciata pretesa di innocenza chiede alla politica di portare “rispetto” per il Paese e di “evitare, con azioni veloci e concrete, che la responsabilità diventi rabbia”.

E dal canto suo il Fatto ci prova a mettere in guardia dai “professionisti del disordine” e gli impresari dell’insurrezionalismo aiutati dalla stampa cocchiera, come se ci servisse il Giornale per farci sapere che “C’è il pericolo di una crescente esasperazione sociale basata sull’insoddisfazione delle popolazioni che potrebbe portare a varie forme di rivolta su scala senza precedenti”, come se ci fosse bisogno del dossier “choc” di Kelony, agenzia di risk-rating a livello mondiale   o dei sondaggi della Ghisleri che concordano sull’analisi secondo la quale  “il 64 per cento degli italiani  si dichiara consapevole del rischio di importanti tensioni sociali soprattutto nella parte più produttiva del paese”.  E conclude: “Questure e prefetture monitorano attentamente la situazione nelle varie province….. l’attenzione si concentra già sull’autunno, quando il malcontento potrebbe assumere una dimensione diversa, specie se l’iniezione di liquidità nell’economia non dovesse bastare”.

Non c’è da rallegrarsi se alla paura che ci hanno voluto incutere, fa seguito quella che suscitiamo in loro. Non c’è da esserne soddisfatti, ma da usarla come riscatto quello si.

 

 

 

 

 

 

 

 


Provinciali senza Province

i_basilischi_1_1546941287Anna Lombroso per il Simplicissimus

Il pregiudizio anche quando è giustificato e legittimo annebbia la ragione. È il caso dei 5stelle che da avventizi della governance vogliono dimostrare coerenza e fermezza soprattutto quando non serve se non per distinguersi dall’alleato troppo esuberante e che si sono ribellati alla sua ultima sortita con la quale propone di resuscitare le province:  «Vogliamo dare i servizi ai cittadini, ha proclamato. «Se i Comuni non riescono a farlo, servono le Province … L’abolizione delle Province è una buffonata di Renzi, che ha portato disastri soprattutto nelle scuole e alle strade».

E dire che i fatti dimostrano anche per i 5stelle che c’è una stella polare cui guardare per agire nell’interesse generale,  fare il contrario dei governi a guida Pd su incarico dell’Europa. In realtà dovrebbero dire anche il contrario di quello che esterna Salvini, ma per una volta l’orologio fermo nella sua testa in mezzo a tutte quelle molle saltate ha fatto l’ora giusta. Anche se con ritardo e estemporaneamente perché per ritardi, inadempienze, incuria, colpevoli non sono i Comuni, i cui vizi per lo strafalcione di natura all’Interno sono incarnati da Roma, ma le Regioni.

Verità semplice che salta agli occhi di tutti prima o poi, dimostrata  dal fatto che perfino Zingaretti alla Provincia ha contato di più che alla Regione, se per contare intendiamo legiferare, emanare, intervenire con atti in nome dell’interesse generale, costretto a agire, si direbbe contro la sua natura, per via della natura dell’incarico che ricopriva. Perché se proprio c’era un ente inutile dagli stipendi sfrontati e i benefit e le sine cura inventati e gonfiati, piccola patria degli usceri, autisti, consulenti, terreno di scorreria  delle clientele, centro di spesa dello spreco straccione (consiglio di scorrere i titoli di testa di qualsiasi film italiano, cinepanettoni in testa, per vedere chi c’è sempre tra i mecenati) è proprio la regione.

D’altra parte l’abolizione delle province – era stato il Carroccio d’accordo con Silvio Berlusconi: «delle Province non voglio parlare, vanno abolite», a decidere il primo storico taglio radicale degli organismi di cui oggi invoca la resurrezione, seguito dalla cancellazione ad opera del duetto Renzi Delrio, non aveva mai avuto un carattere di gesto definitivo, se già allora c’era chi scriveva (lo stesso Corriere che oggi recita: nel «gallodromo» governativo, dopo gli strilli, la polvere e lo svolazzar di penne tra i galli populisti sulle dimissioni di Siri, il 25 Aprile, i comizi corleonesi, le autonomie regionali, gli striscioni fascisti, i porti chiusi, i soldi per Roma e via così, c’è una new entry: il ritorno delle vecchie Province) che  la Provincia è come la coda della lucertola, quando la tagli ricresce. E magari, viene da dire, a vederne la insostituibilità conclamata.

La Repubblica appena nata  aveva fatto i conti  con la constatazione  che le relazioni tra città e paesi limitrofi stavano divenendo tali da richiedere strumenti di vasta portata. Una serie di esigenze (dai trasporti locali allo smaltimento dei rifiuti, dalla localizzazione delle attività produttive e commerciali alla razionalizzazione dell’agricoltura, dalla tutela dell’ambiente, a quella del paesaggio dall’organizzazione scolastica a quella sanitaria e alla politica della casa) richiedevano che l’impiego del metodo e degli strumenti della pianificazione del territorio fosse praticato non solo alla scala urbana ma anche in una dimensione politica, amministrativa e partecipativa più ampia. Quella comunale aveva confini troppo stretti, quella regionale troppo estesi, così si ripensò a quella  inventate dall’ordinamento napoleonico proprio per risolvere quelli che nel XIX secolo erano i problemi d’area vasta (la riscossione dei tributi, la vigilanza contro l’ordine pubblico) e tenendo conto delle tradizioni locali e dei variegati legami tra città e contado. In ragione di ciò se ne erano tracciati i confini sulla base di criteri di efficienza territoriali: la distanza che può percorrere in un giorno un signore che deve recarsi in carrozza al capoluogo per pagare le tasse, uno squadrone di gendarmi a cavallo per ripristinare l’ordine turbato, che fece propri la Costituzione repubblicana rendendo  le province istituzioni rappresentative di primo grado,  cioè elette direttamente dai cittadini, e le cui funzioni si erano già arricchite in vari settori, dall’agricoltura alla gestione del patrimonio forestale e faunistico, dalla salute alla scuola, alla gestione dei rifiuti.

Certo non bastava, e non sarebbe bastato: i problemi si sono moltiplicati dal controllo e contenimento del consumo di suolo, alla politica della casa, alla promozione dei trasporti collettivi, alla tutela del paesaggio e dell’ambiente e che diventano emergenze  in occasione di disastri o dell’accumularsi di  disagi mentre e le città hanno sconfinato in sterminate periferie, tanto che dagli anni ‘70 ao ’90 si tenne un lungo confronto politico e tecnico sulla dimensione  sociale e amministrativa delle città metropolitane. Tutto quel fervore venne cancellato dall’imposizione di un ente oggetto di aspettative ambiziose e di insaziabili appetiti, vero centro di potere e malaffare ben più che di competenze e azione, le regioni, nelle quali collocare altri meritevoli e intermediari preziosi con target elettorali.

Al governo a guida Pd di Napoleone piaceva solo l’imitazione che voleva farne il bonapartino di Rignano, mentre voleva rafforzare a un tempo la figura del sindaco e valorizzare i poteri dei governatori anche in vista dell’ipotesi federalista pensata per regioni leader delle Pr con i privati (ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2019/03/25/golpino-regionale-e-ragionieri-di-corte/). Dobbiamo a quell’ipotesi sconclusionata la raffazzonata riforma di Delrio che disegnava le  Città Metropolitane fotocopia delle vecchie Province, ulteriormente indebolite e “governate da sindaci” che prestano gratuitamente i loro servizi, senza risorse per le poche competenze aggiuntive, le   cui funzioni assegnate sono appunto “le funzioni fondamentali delle Province” (pianificazione territoriale di puro coordinamento, infrastrutture interne e servizi di mobilità, ambiente, rete scolastica). Scatole cinesi, matrioske, delle cui elezioni non ci siamo accorti,  impossibili da governare quando le Regioni vedono “supercittà”  come ingombranti concorrenti nel controllo del territorio (come nel caso della Lombardia che si oppone a ogni richiesta di estensione di quelle attuali), se i sindaci (quello di Milano in testa) attribuiscono scarsa importanza al loro “secondo incarico” posponendo pervicacemente le elezioni dirette stabilite per Statuto, se i Comuni e le Regioni resistono per mantenere inalterate le loro competenze in materia di consumo di suolo, nel timore che vengano adottati criteri più rigidi rispetto ai loro piani e alle licenze concesse a privati e rendite. Mentre avremmo bisogno di quella creatività politica e di quell’audacia che permetterebbe di fare tabula rasa del “sistema Regioni” per dar vita a istituti nuovi che sappiano governare contesti nuovi secondo regole di buona e trasparente amministrazione.

Ma non sarà che hanno fatto tutto quell’ambaradan i nativi di Rignano, Montevarchi, Reggio, per far vedere che sono cittadini del mondo, fan e supporter della globalizzazione e non piccoli “provinciali” che si vergognano dei loro campanili?  

 

 

 

 

 


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