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Provinciali senza Province

i_basilischi_1_1546941287Anna Lombroso per il Simplicissimus

Il pregiudizio anche quando è giustificato e legittimo annebbia la ragione. È il caso dei 5stelle che da avventizi della governance vogliono dimostrare coerenza e fermezza soprattutto quando non serve se non per distinguersi dall’alleato troppo esuberante e che si sono ribellati alla sua ultima sortita con la quale propone di resuscitare le province:  «Vogliamo dare i servizi ai cittadini, ha proclamato. «Se i Comuni non riescono a farlo, servono le Province … L’abolizione delle Province è una buffonata di Renzi, che ha portato disastri soprattutto nelle scuole e alle strade».

E dire che i fatti dimostrano anche per i 5stelle che c’è una stella polare cui guardare per agire nell’interesse generale,  fare il contrario dei governi a guida Pd su incarico dell’Europa. In realtà dovrebbero dire anche il contrario di quello che esterna Salvini, ma per una volta l’orologio fermo nella sua testa in mezzo a tutte quelle molle saltate ha fatto l’ora giusta. Anche se con ritardo e estemporaneamente perché per ritardi, inadempienze, incuria, colpevoli non sono i Comuni, i cui vizi per lo strafalcione di natura all’Interno sono incarnati da Roma, ma le Regioni.

Verità semplice che salta agli occhi di tutti prima o poi, dimostrata  dal fatto che perfino Zingaretti alla Provincia ha contato di più che alla Regione, se per contare intendiamo legiferare, emanare, intervenire con atti in nome dell’interesse generale, costretto a agire, si direbbe contro la sua natura, per via della natura dell’incarico che ricopriva. Perché se proprio c’era un ente inutile dagli stipendi sfrontati e i benefit e le sine cura inventati e gonfiati, piccola patria degli usceri, autisti, consulenti, terreno di scorreria  delle clientele, centro di spesa dello spreco straccione (consiglio di scorrere i titoli di testa di qualsiasi film italiano, cinepanettoni in testa, per vedere chi c’è sempre tra i mecenati) è proprio la regione.

D’altra parte l’abolizione delle province – era stato il Carroccio d’accordo con Silvio Berlusconi: «delle Province non voglio parlare, vanno abolite», a decidere il primo storico taglio radicale degli organismi di cui oggi invoca la resurrezione, seguito dalla cancellazione ad opera del duetto Renzi Delrio, non aveva mai avuto un carattere di gesto definitivo, se già allora c’era chi scriveva (lo stesso Corriere che oggi recita: nel «gallodromo» governativo, dopo gli strilli, la polvere e lo svolazzar di penne tra i galli populisti sulle dimissioni di Siri, il 25 Aprile, i comizi corleonesi, le autonomie regionali, gli striscioni fascisti, i porti chiusi, i soldi per Roma e via così, c’è una new entry: il ritorno delle vecchie Province) che  la Provincia è come la coda della lucertola, quando la tagli ricresce. E magari, viene da dire, a vederne la insostituibilità conclamata.

La Repubblica appena nata  aveva fatto i conti  con la constatazione  che le relazioni tra città e paesi limitrofi stavano divenendo tali da richiedere strumenti di vasta portata. Una serie di esigenze (dai trasporti locali allo smaltimento dei rifiuti, dalla localizzazione delle attività produttive e commerciali alla razionalizzazione dell’agricoltura, dalla tutela dell’ambiente, a quella del paesaggio dall’organizzazione scolastica a quella sanitaria e alla politica della casa) richiedevano che l’impiego del metodo e degli strumenti della pianificazione del territorio fosse praticato non solo alla scala urbana ma anche in una dimensione politica, amministrativa e partecipativa più ampia. Quella comunale aveva confini troppo stretti, quella regionale troppo estesi, così si ripensò a quella  inventate dall’ordinamento napoleonico proprio per risolvere quelli che nel XIX secolo erano i problemi d’area vasta (la riscossione dei tributi, la vigilanza contro l’ordine pubblico) e tenendo conto delle tradizioni locali e dei variegati legami tra città e contado. In ragione di ciò se ne erano tracciati i confini sulla base di criteri di efficienza territoriali: la distanza che può percorrere in un giorno un signore che deve recarsi in carrozza al capoluogo per pagare le tasse, uno squadrone di gendarmi a cavallo per ripristinare l’ordine turbato, che fece propri la Costituzione repubblicana rendendo  le province istituzioni rappresentative di primo grado,  cioè elette direttamente dai cittadini, e le cui funzioni si erano già arricchite in vari settori, dall’agricoltura alla gestione del patrimonio forestale e faunistico, dalla salute alla scuola, alla gestione dei rifiuti.

Certo non bastava, e non sarebbe bastato: i problemi si sono moltiplicati dal controllo e contenimento del consumo di suolo, alla politica della casa, alla promozione dei trasporti collettivi, alla tutela del paesaggio e dell’ambiente e che diventano emergenze  in occasione di disastri o dell’accumularsi di  disagi mentre e le città hanno sconfinato in sterminate periferie, tanto che dagli anni ‘70 ao ’90 si tenne un lungo confronto politico e tecnico sulla dimensione  sociale e amministrativa delle città metropolitane. Tutto quel fervore venne cancellato dall’imposizione di un ente oggetto di aspettative ambiziose e di insaziabili appetiti, vero centro di potere e malaffare ben più che di competenze e azione, le regioni, nelle quali collocare altri meritevoli e intermediari preziosi con target elettorali.

Al governo a guida Pd di Napoleone piaceva solo l’imitazione che voleva farne il bonapartino di Rignano, mentre voleva rafforzare a un tempo la figura del sindaco e valorizzare i poteri dei governatori anche in vista dell’ipotesi federalista pensata per regioni leader delle Pr con i privati (ne ho scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2019/03/25/golpino-regionale-e-ragionieri-di-corte/). Dobbiamo a quell’ipotesi sconclusionata la raffazzonata riforma di Delrio che disegnava le  Città Metropolitane fotocopia delle vecchie Province, ulteriormente indebolite e “governate da sindaci” che prestano gratuitamente i loro servizi, senza risorse per le poche competenze aggiuntive, le   cui funzioni assegnate sono appunto “le funzioni fondamentali delle Province” (pianificazione territoriale di puro coordinamento, infrastrutture interne e servizi di mobilità, ambiente, rete scolastica). Scatole cinesi, matrioske, delle cui elezioni non ci siamo accorti,  impossibili da governare quando le Regioni vedono “supercittà”  come ingombranti concorrenti nel controllo del territorio (come nel caso della Lombardia che si oppone a ogni richiesta di estensione di quelle attuali), se i sindaci (quello di Milano in testa) attribuiscono scarsa importanza al loro “secondo incarico” posponendo pervicacemente le elezioni dirette stabilite per Statuto, se i Comuni e le Regioni resistono per mantenere inalterate le loro competenze in materia di consumo di suolo, nel timore che vengano adottati criteri più rigidi rispetto ai loro piani e alle licenze concesse a privati e rendite. Mentre avremmo bisogno di quella creatività politica e di quell’audacia che permetterebbe di fare tabula rasa del “sistema Regioni” per dar vita a istituti nuovi che sappiano governare contesti nuovi secondo regole di buona e trasparente amministrazione.

Ma non sarà che hanno fatto tutto quell’ambaradan i nativi di Rignano, Montevarchi, Reggio, per far vedere che sono cittadini del mondo, fan e supporter della globalizzazione e non piccoli “provinciali” che si vergognano dei loro campanili?  

 

 

 

 

 

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Roma, fuochi artificiali

imm Anna Lombroso per il Simplicissimus

Certi falò sono a orologeria come certi attentati, per far capire chi comanda e per persuadere tutti della obbligatorietà di ricorrere a soluzioni indesiderabili.
Mentre c’è un fervido accanimento nel dipingere la Raggi affacciata al balcone del Campidoglio che suona la lira contemplando l’incendio di Roma, mentre le tifoserie si combattono a colpi di responsabilità del passato e dell’oggi, all’appello manca un soggetto che non c’è più o forse c’è, che ha cambiato nome, che prima era quello che aveva più competenze e più funzioni di programmazione e coordinamento nella gestione dei rifiuti: le province.
Abolite? No, a essere aboliti sono stati gli elettori: nelle varie scadenze per il rinnovo dei nuovi istituti, grazie alla riforma Delrio, a votare non sono stati i cittadini residenti ma i consiglieri comunali e i sindaci.
Abolite? No, aboliti sono i quattrini per lo svolgimento delle funzioni. La riforma Delrio ha saccheggiato i fondi dell’istituzione cancellata per finta, che scarseggiano per le mansioni ancora previste: viabilità, edilizia scolastica, ambiente. I fondi per quel 13% di scuole a carico delle Regioni sono scesi del 20% anche se le scuole in questione sono aumentate di un quinto, quelli per la manutenzione ordinaria delle strade sono scesi del 68%, quelli per la manutenzione straordinaria dell’84%.
Abolite? Macché, oggi sono in vita 76 Province, 10 città metropolitane e 350 organismi intermedi tra Ato (ossia Ambito territoriale ottimale) rifiuti, Ato idrici, autorità di bacino e consorzi di bonifica. Aboliti semmai sono gli effettivi della polizia provinciale, incaricata di vegliare sull’ambiente, passati da circa 2700 a meno di 700.
Abolite? No, l’istituzione resta vegeta ma morta, insieme ai “costi della politica” per citare una formula non più in voga nemmeno presso il governo in carica. Gli organismi intermedi sono cresciuti: la norma ne prevedeva al massimo una novantina, oggi sono quasi cinquecento. Perché da un lato non sono stati aboliti gli ambiti territoriali, dall’altro, ad esempio le Regioni a statuto speciale le hanno sì ridimensionate, creando però 60 Unioni comunali e quelle a statuto ordinario, vogliono fare lo stesso rivendicando aiuti perché non riescono a garantire i servizi essenziali per 130 mila chilometri di strade e 5.200 scuole nelle quali studiano 2 milioni di ragazzi.
Da quando ne venne decisa la rottamazione, pronuba di quella del Senato secondo il disegno del piccolo bonaparte, mi sono convinta che se proprio si doveva chiudere un carrozzone, preferibile sarebbe stato tenersi quei sistemi territoriali, urbani, economici, sociali e, in parte, politici omogenei, e cassare invece le regioni e con esse quell’ideale aberrante di “federalismo” che ha affetto in forma bipartisan tutti i partiti e non solo la Lega, volto a favorire il trasferimento e spesso la duplicazione di compiti e attribuzioni e di conseguenza promuovere la moltiplicazione dei centri e dei gruppi di potere locali.
E infatti il continuo duellare dei contendenti: Comune di Roma, col pesante trascorso che ha ereditato e l’altrettanto pesante incapacità di oggi, Regione inadempiente ( Dal 2013 – anno di chiusura della discarica di Malagrotta, il piano regionale del Lazio non è stato ancora aggiornato e la Regione ammette di non riuscire ad accogliere le tonnellate di indifferenziato prodotte da cittadini e imprese) della quale abbiamo notizia solo per le reiterate candidature del presidente a tutte le poltrone e per l’altrettanto reiterata abitudine di contribuire al finanziamento di qualsiasi polpettone televisivo sia pure ambientato in Val d’Aosta, dimostra quanto sarebbe stato e sarebbe ancora nevralgico il ruolo delle province in ordine al controllo e contenimento del consumo di suolo, alla politica della casa, alla promozione dei trasporti collettivi, alla tutela del paesaggio e dell’ambiente.
Con una dirigenza così non sorprende che a Roma si guardi come a una malata senza speranza di guarigione e che muore a poco a poco nel disincanto dei suoi abitanti, dimentica di aver sopportato ben altri incendi, ben altri Lanzichenecchi e pure i Barberini, ben altra la peste. E se non sorprende che l’unica attività imprenditoriale che abbia brillato per dinamismo e spirito di iniziativa sia stata quella malavitosa, non stupisce nemmeno la scarsa partecipazione dei cittadini, il disinteresse, che li accomuna alla politica, per un “decoro”, che sia qualcosa di più dell’idrante e del manganello da tirar fuori contro senzatetto di tutte le provenienze.
Non a caso se il Centro Italia è al di sotto della media nazionale (51,8%) per la raccolta differenziata, Roma precipita più giù ancora. Secondo l’Ispra, quando vediamo conferimenti impropri come frigoriferi, si vede che è carente anche l’educazione ambientale dei romani. Il che contribuirebbe a rendere irraggiungibili i traguardi ambiziosi del Piano regionale del Lazio.
Ma è qui che per usare un modo di dire romano, particolarmente adatto alla situazione, er più pulito c’ha la rogna. La chiusura epica di Malagrotta che dobbiamo al sindaco venuto da Marte, che forse la monnezza pensava di conferirla sul pianeta rosso, ha dato inizio alla fase dell’export, con i rifiuti fatti salire al Nord, interno ed estero, con costi pesantissimi per la collettività, mentre commissario prima, giunta 5stelle e Regione si contendevano il primato dell’incompetenza, dell’irresponsabilità e della inettitudine, quelle “doti” funzionali appunto all’allestimento dello stato di emergenza cui è doveroso rispondere con misure straordinarie, soggetti autoritari e elusione delle regole. Che si sa che il vuoto politico e decisionale lascia il posto appunto all’illegalità e al bastone senza carota.
La Loggia (Torino), Grosseto, Follo (Sp),Pomezia, Brescia, Viterbo, Fusina, Battipaglia, Angri, Corteleone, Ostra, Baranzate e Bovisasca ( in Lombardia sono stati 17 nel corso dell’anno e in Veneto dove da molti anni si moltiplicano i capannoni misteriosamente bruciati) la cartina degli incendi in impianti di trattamento e smaltimento fa vedere che sono equamente distribuiti sul nostro territorio e fa sospettare che la maggior parte serva a risolvere situazioni spinose, tanto più che, come ha denunciato Gianfranco Amendola, spesso sono collegati ad altre attività del settore che hanno subito o un’ispezione o un sequestro o un altro incendio e fanno capo a persone già note per illegalità connesse al trattamento e alla raccolta dei rifiuti che aspirano a approfittare del contributo economico erogato dai consorzi obbligatori di settore, grazie al quale le imprese “riceventi” possono trovare più conveniente incamerare il contributo e disfarsi in qualche modo del materiale senza sostenere i costi che la sua lavorazione/smaltimento legale comporterebbero.
Ma è altrettanto probabile che il falò di Roma sia stato provvidenzialmente appiccato per indurre un ripensamento ragionevole sulla opportunità di fronteggiare l’emergenza con qualche tempestivo e confacente inceneritore (ne avevo scritto qui: https://ilsimplicissimus2.com/2018/11/17/politica-spazzatura/) caldeggiato tra l’altro dal socio di maggioranza della coalizione di governo, perorato tradizionalmente da Forza Italia, semanticamente riconvertito da esponenti Pd, che lo sdoganano chiamandolo termovalorizzatore e mettendo in luce i profittevoli benefici.
Si sa chi si scalda le mani a questo focherello, come ha sottolineato la Commissione Parlamentare Antimafia parlando di burattinai e di “consorterie armate” non solo di zolfanelli ben ammanigliate con imprese “legali” e figure di amministratori e politici che occhieggiano da dietro le quinte del casinò degli investimenti pubblici promessi per far pulizia (80 milioni stanziati; nel 2015 la Commissione ecomafie aveva denunciato lo sperpero di ben 785 milioni in bonifiche rivelatesi poi inutili, anzi dannose). Così quello che non è Terra dei Fuochi, lo può sempre diventare, a Milano, Roma, Marghera dove il sindaco la ritenuto opportuno smantellare l’Osservatorio Ambiente e Legalità, reo di aver denunciato insieme a comitati civici e sindacati il rischio che tutta l’area diventi un territorio di inceneritori e trattamento rifiuti, in mano al business delle ecomafie in una regione guidata dalla Lega “che si colloca al primo posto in Italia per il traffico illegale dei rifiuti”.


Mostro in mostra, ma le banche scappano

,pse Anna Lombroso per il Simplicissimus

Vi ricordate i film con Macario e le sue sgambettanti “donnine” ma anche quelli ambientati a Broadway dove c’era sempre la caccia affannosa di un pollo da spennare per pagare le spese della messa in scena della farsa, del varietà, del vaudeville? È successo anche con qualche Opera, meglio ancora qualche Grande Operetta, peccato che le vittime degli impresari imbroglioni che promettevano di farci arrivare in un lampo a Lione magari per desinare da Paul Bocuse, di farci attraversare lo stretto come tanti cristi presciolosi che camminano sulle acque di salvarci dai flutti che minacciano la Serenissima, ecco quei polli siamo noi.

Adesso i nodi vengono al pettine e sugli illusionisti e sui loro giochi di prestigio da avanspettacolo, una volta esaurita la fase delle mazzette, degli incarichi di studio, delle consulenze, dei controllati che controllano, dei collaudi taroccati, dei rolex omaggiati a preziosi protettori e affaccendati intermediari, dei manager che entrano e escono dai consigli di amministrazione delle cordate e troppo in fretta dalle patrie galere, si spengono mestamente i riflettori, le recensioni sono negative e sarebbe ora che ci facessimo rimborsra e almeno i biglietti della

Qualche giorno fa c’è stata la rivelazione non inattesa (me ha parlato il Simplicissimus qui: https://ilsimplicissimus2.com/2018/02/16/tav-torino-lione-i-ribelli-avevano-ragione-parola-del-governo/) della dannosa inutilità della Tav bollata come sistema mangiasoldi, esercitazione megalomane, perfino dai promotori oggi scopriamo che la miracolosa opera ingegneristica che doveva proteggere Venezia, il Mose, quel prodigioso intervento che il sindaco voleva mandare ai conesi perché poteessero taroccarlo a nostra gloria, ha perso l’appoggio dei finanziatori.

L’ultima maxi gara bandita dal Consorzio Venezia Nuova commissariato dopo lo scandalo è andata deserta. Doveva servire a raccogliere fino a 150 milioni di euro da anticipare alle imprese, in attesa che i finanziamenti già decisi dallo Stato per la grande opera si traducessero in liquidità, ma nessun istituto di credito europeo pare ci abbia creduto e scommesso. E d’altra parte era già successo ad agosto, quando in palio c’erano una sessantina di milioni, bruscolini rispetto alla voragine di introiti criminali maturati della più colossale operazione di malaffare autorizzata dalla legge. Grazie alla istituzione di un mostro mitologico, prodotto dalla combinazione di decisionismo politico e determinismo scientifico, un soggetto unico incaricato di fare e disfare scavare e erigere, essere controllato e controllare, sporcare e ripulire in un moto perpetuo di ammuina e la cui irruzione sullo scenario sembrò il coronamento della distopia berlusconiana. Fu il Cavaliere a definirla l’opera emblematica del suo governo, un’icona della sua ideologia, con la distruzione di un delicatissimo ambiente dove natura e storia hanno collaborato fruttuosamente per mantenere un prodigioso equilibrio per oltre un millennio, con la dissipazione delle finanze pubbliche per un’opera costosa, inutile e   molto più dispendiosa di quanto sarebbe possibile per raggiungere il medesimo risultato, con la cessione della sovranità democratica a un cartello di imprese private lautamente finanziate con danaro pubblico.

Non ci stupiamo se poi è andata ancora peggio, con gli emuli, se nemmeno il bubbone “morale” di mafia serenissima li ha distolti dal quel brand che aveva assicurato loro tanti successi: la conversione di un degrado prodotto da volontaria trascuratezza in business, quella delle catastrofi ambientali (basta pensare al sisma dell’Aquila, dell’Emilia, del Centro Italia) in potente acceleratore dei processi di espulsione del patrimonio immobiliare dagli abitanti più poveri, la concentrazione dei finanziamenti pubblici straordinari  in mani private.

Devono aver tirato troppo la corda i governi che si sono succeduti e i ministri che hanno assicurato risorse e coperture, ultimo Delrio che con proterva sfacciataggine ha ribadito l’urgenza e la insostituibilità di una impresa segnata da innumerevoli incidenti, insuccessi, rotture, proliferazioni insidiose di cozze, ritardi ingiustificati perfino per chi sulle lentezze e i cambiamenti in corso d’opera ci campa e ci lucra.   Così le ingrate banche, comprese quelle salvate dai nostri soldi sottratti a welfare, risanamento del territorio Venezia compresa, istruzione, ricerca, e che già ora vantano crediti per decine di milioni dal Consorzio, al centro di contenziosi e cause, non si fidano di quei soldi “sicuri” (5.493 milioni fino al 2020) sia pure garantiti dallo Stato, a fronte di una accertata e dannosa inutilità.

Sarà per la coincidenza con il ribaltone elettorale, non le ha persuase neppure la ardita iniziativa di comunicazione promossa dal Consorzio nell’ambito della Biennale di Architettura, sulla falsariga delle operazioni di maquillage che hanno cercato di abbellire le miserie dell’Expo. A essere  esibiti al pubblico con un ritardo congruo con quelli dell’opera infinita, saranno  infatti i progetti “pensati” sul piano architettonico e paesaggistico a un costo iniziale di un milione, dall’Iuav, l’università di Architettura per “migliorare” e mitigare l’aspetto delle dighe mobili alle bocche di porto, in virtù di un incarico affidato nel 2004 dal Consorzio Venezia Nuova d’intesa con la Soprintendenza veneziana e il Comitato di settore dei Beni Culturali, ma finora realizzato solo in parte, come ha spiegato il rettore. Per fare del Mose anche “una struttura fruibile dalla collettività, dandole dignità paesaggistica” ha dichiarato, viene proposta  una collinetta con gli alberi per mitigare l’impatto della nuova isola del Bacàn, che dovrà fare da fulcro alle due schiere di paratoie (venti più venti) ancorate alle possenti spalle delle dighe di Lido e di Punta Sabbioni, alta tre metri e mezzo sul lato est, verso il mare. Verrebbero realizzati percorsi pedonali per ammirare la laguna e una nuova penisola interrata per «coprire» il porto-rifugio ricavato a ridosso dell’Oasi di Ca’ Roman.  E che dire delle spalle in cemento del Mose contornate da nuovi fari stilizzati ai quali ci si augura si accompagni una colonna sonora nel solco della tradizione di Son et Lumière?

 

Non a caso a questi interventi è già stato affibbiato il nome di
“mutandoni”, per via dell’intento pudico di celare le vergogne del Mose. Ma i merletti e i pizzi non serviranno a far dimenticare quell’intreccio sfrontato  di corruzione, tangenti, intese private tra controllori e controllati, fondi neri, quello scandalo che ha coinvolto politici, amministratori, imprese, magistrato alle acque, ministeri, guardia di finanza e corte dei conti.

Adesso abbiamo la certezza che  con tutta probabilità l’incompiuta più costosa e marcia del mondo non verrà finita, che al tempo stesso la proterva vocazione a trasformare la tutela ambientale in profittevoli interventi ingegneristici non ha lasciato spazio a alternative sostenibili, che il cambiamento climatico ne aveva decretato l’obsolescenza ancora in fase progettuale. E che i percorsi offerti ai visitatori per contemplarne la decantata magnificenza saranno passeggiate tra le rovine di una città condannata alla damnatio memoriae della sua storia, della sua bellezza, della sua appartenenza alla cittadinanza del mondo.

 

 


Il know-how del malaffare

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

Erano  bastati appena sei giorni per sistemare e rendere nuovamente percorribile la Great Kanto Highway, autostrada squassata dal terremoto  che ha squassato la terra a Fukushima nel 2011.

Ma non occorre andare tanto lontano: in 5 anni tra il 1995 e il 2000 danesi e svedesi hanno realizzato uno dei ponti più lunghi del mondo, 16 chilometri di cui 4 di tunnel sottomarino, quello di Oresund che collega Copenaghen a  Malmö, costato 3 miliardi di dollari. Manca poco al completamento della  Grand Ethiopian Renaissance Dam  la diga più grande d’Africa, ottavo impianto idroelettrico al mondo: lunga 1800m, alta 155m e del volume complessivo di 74.000 milioni di m³. finanziata dal governo etiope tramite obbligazioni acquistate soprattutto da emigranti. L’ha realizzata un’impresa italiana, la Salini, e ciononostante viene da dire, costerà solo 3,7 miliardi di euro.

Si, solo 3,7 miliardi di euro, poco più della metà del MoSe, per non dire della Tav (Torino-Lione): 1 miliardo già speso dopo 27 anni,  2,6 miliardi prelevati progressivamente dal bilancio dello Stato fino al 2027 (solo nel 2017 sono oltre 200 milioni) e  stanziati dal governo Monti a fine 2012. E sappiamo bene che costano anche i parti di menti visionarie e megalomani rimasti sulla carta, se si pensa che la concessionaria che doveva realizzare l’opera esige dallo Stato – cioè da noi -312 milioni 355 mila 662 euro  più altri   800 milioni di contenzioso in corso con il general contactor.

Mentre è caduto un pudico silenzio sui costi  effettivi – e sui ricavi – di quell’altro trastullo, quella  grande greppia chiamata Expo che avrebbe nutrito appetiti insaziabili per almeno 2, 2 miliardi, lasciando aree  abbandonate a disposizione di successive speculazioni e rottami arrugginiti indegni della designazione di archeologia industriale.

Eh si, perché i crolli di tratti autostradali e di lungarni, di case e scuole, l’obsolescenza di manufatti e infrastrutture anche alla prima neve o a un timido acquazzone dimostrano che il costo sproporzionato dei lavori all’italiana non dipende né dall’elevata qualità dei materiali, né dall’efficacia delle soluzioni tecniche, nelleno da una dissennata rapidità nella realizzazione (l’Autostrada del Sole venne inaugurata nel 1964: 755 km a 4 corsie con tunnel e gallerie richiesero 8 anni, mentre tutti ridiamo amaramente sul susseguirsi di tagli di nastri della Salerno-Reggio Calabria).  E ciononostante  il costo medio delle infrastrutture ferroviarie da noi ammonta a circa 32 milioni di euro al km contro i 9 della Spagna e i 10 della Francia.

Qualche giorno fa, il Ministro Delrio ha mostrato una passione per resti arcaici, antiche rovine, archeologia industriale che mai avremmo sospettato in un esponente di questo governo: di passaggio a Venezia dove ha annunciato che non possono essere penalizzati i generosi corsari delle crociere, ha voluto tranquillizzare i pochi veneziani superstiti già mietuti dalla gestione Brugnaro: basta acqua alta, il MoSe sarà completato,  già pronto uno stanziamento di altri 210 milioni, altri ne arriveranno erogati sulla base di un dossier che rassicuri sulla trasparenza delle procedure per fare in modo  “ che funzioni  e   che da esso si tragga un know-how, un’esperienza internazionale …  rafforzando le competenze ingegneristiche già presenti, come quella di Thetis”.  

Sul know-how non ci sono dubbi: si tratta del più formidabile esempio replicabile di malaffare autorizzato e legalizzato da far invidia agli sbrigafaccende di Mafia Capitale, che tutte le cordate di costruttori, mal-affaristi, speculatori e corruttori si augurano di ripetere su larga scala e a tutti i livelli territoriale. Perché, se c’è corruzione con l’infrazione delle regole, il MoSe ha inaugurato l’era della corruzione delle regole stesse. Ne hanno goduto soliti sospetti, tutti presenti nei vari consorzi e nelle varie associazioni temporanee di imprese che si aggiudicano in regime di monopolio incarichi e appalti opachi che leggi ad aziendam rendono congrui, legali, incontestabili, i cui rappresentanti entrano e escono di galera come dalla porta girevole di un hotel di lusso, sparendo e ricomparendo in altri consigli di amministrazione, nelle anticamere di ministri e in aule di tribunale dove distrattamente seguono le evoluzioni di grandi studi legali beneficati da un sistema di offre prescrizioni e impunità ai criminali di lusso, galera e deplorazione agli straccioni o a chi contesta le loro piramidi inutili.

La storia del MoSe è lunga perché parte da lontano e non va in nessun posto, distribuendo soldi in mille rivoli, grossi e torrenziali per i padroni del cemento, piccoli ma irrinunciabili per politici e amministratori pronti a vendersi per un’elemosina elettorale, per consulenti e progettisti, ma pure per controllori sleali e paradossalmente narra la vicenda di una devastazione che in nome dell’ambiente ha inquinato e contaminato la vita politica, istituzionale, economica e sociale di una città e di un paese. Degli attori tutti sapevano, cittadini, compunti parlamentari prestati alla politica, pensosi sindaci, ciononostante le indagini della magistratura risalgono a tempi recenti e alcune assoluzioni che hanno concluso il primo filone dimostrerebbero che l’invenzione che ha reso il MoSe e il consorzio di gestione un caso di successo garantisce livelli molto elevati di impunità. Proprio perché si tratta di un inattaccabile sistema che  aggira regole e consuetudini, stabilisce criteri incompatibili con libera concorrenza e trasparenza, attribuisce a un unico soggetto. Il Consorzio Venezia Nuova, ruoli contrastanti e funzioni antagoniste, deve essere controllato e controlla, sporca e disinquina, scava e costruisce una fortuna illecita sull’acqua grazie a un affidamento in concessione unica senza gare e senza competizioni, visto che dall’ideatore, quel Mazzacurati che agli esordi era presidente e pure direttore, aveva inaugurato una procedure speciale come le leggi che glielo permisero,  stabilendo le quote di lavori spettanti a ogni impresa, i prezzi e le consulenze, la destinazione dei finanziamenti e di quei quattrini che – si è saputo – venivano accantonati per costituire i fondi neri necessari a «oliare» il meccanismo, le acrobazie per gonfiare i costi  e per allungare e rallentare profittevolmente i  tempi di esecuzione.

Così  il costo complessivo delle dighe è lievitato, passando dal miliardo e mezzo del progetto preliminare (anni Novanta) fino ai 5 miliardi e 600 milioni di oggi, manutenzione e gestione esclusa (almeno 80 milioni l’anno). Con un miliardo accertato di tangenti distribuite   a politici, funzionari, magistrati e forze dell’ordine per allentare i controlli, promuovere nuove iniziative di fidelizzazione, grazie al regime monopolistico in qualità di unico interlocutore con i pubblici poteri grazie al quale il consorzio ha  potuto contare su canali di approvvigionamento legali come gli oneri di concessione – da “redistribuire” secondo le necessità in tutta autonomia – fissati al 12% su ogni lavoro – circa 700 milioni di euro finiti nelle casse della centrale delle tangenti. O come gli interessi bancari sui prestiti che il Consorzio stabilisce autonomamente, ma che paga lo Stato. O come il mancato ribasso sugli appalti assegnati dal Consorzio, mediamente del 30%, altrimenti invece assegnati a prezzo pieno.

 

È la storia di un regime assoluto contro il quale si sono battuti in pochi trattati da inventori matti se proponevano soluzioni tecniche e tecnologiche alternative, da  molesti disfattisti se esigevano procedure e sistemi di regolazione e controllo più equi e trasparenti, da irresponsabili criminali se indicavano priorità più urgenti per la tutela della città, in presenza di dati accertati sulla validità dell’opera già obsoleta prima di essere completata, da spregevoli rovinologi se denunciavano il susseguirsi di incidenti e criticità (paratoie che non si alzano, materiale delle cerniere, detriti nelle sedi di alloggiamento, subsidenza, altezze d’onda che allagano i tunnel, basi di fondazione collassate durante lo zavorramento, ossidazioni delle cerniere/connettori ecc.) a carico delle strutture della formidabile opera ingegneristica  che doveva restituirci la reputazione internazionale, peraltro molto criticata da uno studio della società francese Principia commissionato a suo tempo dal Comune di Venezia, che ha evidenziato un comportamento di instabilità dinamica della paratoia del MoSe che “ne impedirebbe una modellazione numerica ed un dimensionamento affidabile”, richiamando le autorità competenti  all’opportunità “di far continuare l’esecuzione di un’opera la cui funzionalità viene messa in discussione da considerazioni tecnico-scientifiche mai smentite”.

Il MoSe non salverà dalle acque, non salverà Venezia, non salverà la nostra fama all’estero. E deve essere per quello che è un simbolo per un ceto di ubbidienti ai voleri padronali, di servi volontari in cambio della continuità dei loro posticini e dei loro privilegi. E che odiano tutto quello che è buono e sano e bello perché ricorda loro la libertà, una merce scomoda per chi sa dire solo sissignore.


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