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Libri da orbi

emanuele-fiano-927463_tn Anna Lombroso per il Simplicissimus

Come un masaniello, come un ciompo, l’onorevole Fiano, interprete preclaro e ideale del neo antifascismo –  quello che ritiene il regime di Mussolini un incidente casuale della storia e non una dittatura di classe delle classi dominanti, che si ripete perché si sarebbero sorprendentemente materializzati nuovi duci e ducetti, deplorevole perché contiene e legittima in veleni della xenofobia e del razzismo, è diventato l’icona della piazzetta del Pd.

Pare addirittura che nello slargo troppo largo davanti a Piazza Montecitorio sia risuonato il grido, Emanuele menaje ancora!  A sancire la svolta culturale che, grazie alla trasformazione del sapere in utile di impresa, fa dei libri da strumento di conoscenza a arma letale, e a dimostrazione che i pochi fedelissimi si sono ormai  stufati dei molesti e codardi limiti imposti da una democrazia in declino, determinati a afferrare il machete della contestazione attiva, dell’opposizione belligerante, proprio come soldati giapponesi che resistono nella giungla del Parlamento con ogni mezzo.

L’invidiosa ammirazione per soggetti politici che hanno saputo allinearsi con la pancia vuota del Paese, raccomanda insomma  di scagliare invettive  più veementi e contundenti delle leggendarie fette di mortadella del senatore Strada, di mutuarne, sia pure ad uso di ventri meno deprivati, i messaggi, i modi e le accuse: quelle di  abiura e resa ai diktat del racket europeo feat il senatore a vita Monti,  quelle dei  sindaci finora ostili al bieco e maleducato sovranismo che fino a oggi hanno sopportato di buon grado i capestri, oggi folgorati dall’agnizione improvvisa che il Fiscal Compact è una condanna, talmente sgradita a chi ce l’ha imposta da non farla entrare  nel diritto comunitario, o quelle in  difesa dei risparmiatori e dei pensionati nell’interpretazione della sovrumana sfrontata, fino a quelle che accompagnano l’affettuoso e grato riconoscimento della imprescindibilità delle misure sociali della lacrimosa, e dei sindacati usciti dal lungo letargo durante il quale non si erano accorti del massacro.

È che l’opposizione è comoda e paga quando si ha ancora qualche legame con la plebe, ma se l’irriconoscente marmaglia ha voltato le terga sofferenti allora serve abbassarsi al suo livello, come se si fosse analoghi straccioni, identici miserabili, equivalenti fegatosi animati dalla stessa biliosa furia popolare e perché no? populista, sperimentata a sorpresa nel momento infausto della perdita di privilegi, dominio, ma non certo sicumera. Che allora occorre disfarsi dello chic e tenersi il radical, allora è preferibile adeguarsi a sistemi e prassi movimentiste, allora in mancanza del riformismo è meglio farsi promotori di una rivoluzione situazionista: agire e costruire dei momenti di vita piuttosto che annullarsi nella passività e nella sopportazione del tallone di un  potere che un tempo era proprio.

Non c’è niente di nuovo per il partito che ha rivendicato via via una sempre più feroce rimozione del passato e del mandato ricevuto, come se l’abiura fosse un valore irrinunciabile della modernità, un tradimento necessario per stare al passo coi tempi.  È nato così l’eroe pop,  pre o (post?) razionale e demagogico,  icastico e screanzato tanto da mettersi  in competizione col tanghero del Viminale,  capace di sbraitare come Sgarbi per convincere all’attivismo e chiamare all’adunata col piglio di una impunita rockstar, ormai libera di fare del parlamento “esautorato” il palco per i gesti estremi e dimostrativi del nuovo manipolo.

Non c’è niente di nuovo per una formazione che ha espresso al meglio il vuoto feroce della fine non delle ideologie, ma delle idee sostituite da un dinamismo  vacuo e futile che si agita inconsulto con il fine unico di preservare prerogative e rendite aziendali, che si serve di valori cosiddetti antifascisti, antirazzisti, umanitari come coperchio per giustificare l’ordine sociale imposto che deve essere interiorizzato da chi lo subisce come uno stato di necessità cui sarebbe irragionevole sottrarsi.

Che disastro per chi non vuole essere arruolato a viva forza nelle file delle due tifoserie, per chi pensando che sia possibile qualcosa di “altro” da questo si sente autorizzato a fare opposizione e anche opposizione a quell’opposizione, che di libri, prima di tirarli, ne ha letti troppo pochi e male.

 

 

 

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Il fattore B

Auguri della Presidente della Camera dei deputati ai dipendenti

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Basta, faccio autocritica: esiste davvero un complotto mediatico contro la presidente della Camera. Dev’essere così per forza, perché i giornali e i talkshow con tutta evidenza omettono di informarci su quotidiane battaglie dell’On. Boldrini per la parità di remunerazione nel lavoro, per le tipologie di contratti anomali: part time, precariato, caporalato, che interessano soprattutto le lavoratrici che si vorrebbe convincere  si tratti di opportunità e non di capestri e ricatti legali, per i tagli operati su assistenza e welfare che comportano l’inevitabile espulsione dal mondo del lavoro delle donne, per la riduzione dell’accesso a diritti conseguiti con battaglie di anni a cominciare dalla tolleranza del fenomeno dell’obiezione di coscienza e così via.

Si deve trattare davvero di una congiura volta a consolidare la percezione della separazione e della distanza siderale della politica, delle sue cerchie e dei suoi addetti a vario titolo, dalla “politica della vita”, se invece quotidiani e talk show ci danno conto di una diatriba interna alle cosiddette caste e corporazioni. Nel caso in oggetto si tratta  dell’insurrezione delle dipendenti della Camera contro la determinazione della loro Presidenta di imporre la declinazione di genere “al femminile” delle mansioni svolte e dichiarate sul bag, il cartellino plastificato insieme a foto e nome: funzionaria, archivista, etc..

In particolare si sono ribellate le numerose dipendenti che svolgono incarichi di segreteria parlamentare e che, scopriamo oggi, hanno in passato ingaggiato cruente battaglie infine vittoriose,  per imporre trionfalmente  di essere definite “segretario parlamentare” al maschile. Protestano con l’appoggio dei sindacati interni perché le nuove regole redatte con la collaborazione del Comitato pari opportunità, costituirebbero un grave passo indietro verso definizioni discriminatorie: «non appare superfluo ricordare – hanno scritto in una lettera inviata alla Boldrini – che la denominazione al maschile del termine segretario scaturisce da rivendicazioni sindacali volte a superare una concezione riduttiva di una professionalità che, fino ad allora, veniva associata alla funzione di persona tuttofare», rivendicando come la loro lotta del passato  le abbia affrancate da una innegabile condanna alla subalterna gregarietà.

Pare si sia adombrata e molto la Presidenta, che mediterebbe di introdurre finalmente a Montecitorio il “diversity management”,  colpita crudelmente nella sua personale volontà pedagogica di imporre il rispetto della differenza di genere anche alle più riottose, e che andrebbe magari estesa a chi proprio non lo vuole esercitare:  mondo di impresa, sindacati e partiti, ancora alle prese con le annose quote rosa e con la generosa integrazione di femmine diversamente maschi, che non si può dire altrimenti di prestigiose icone, che combinano civettuole attitudini muliebri con una invereconda indole alla sopraffazione, al sopruso, alla tracotanza virile.

Beate, viene da dire, le esodate, le disoccupate, le precarie, da sempre declinate al femminile che non sembrano avere quel problema. È d’uopo però informare le privilegiatissime dipendenti della Camera toccate da una insperata fortuna – probabilmente non è sempre frutto di meriti e qualità- e la loro Presidenta il cui sguardo pare essere affetto da una inguaribile miopia –  che il riscatto e il riconoscimento che lavoratrici, precarie, madri, cuoche, infermiere  e consulenti part time, pensionate strozzate dai debiti, risparmiatrici di banche infedeli, contadine sottoposte al racket dei caporali, sono altri, che la loro rabbia è pari a quella degli uomini, disoccupati, esodati, sottopagati, ma con un bel po’ di collera in più,  lo scontento per il tradimento di altre che vivono in condizione di immeritata intoccata superiorità, gratificate da privilegi inalienabili e spesso indegnamente conseguiti per appartenenza, dinastia, censo,  quando i diritti di troppe  e troppi sono ridotti a elargizioni arbitrarie  o ridotti a memoria della lotta di un tempo sempre più lontano.

 

 

 

 

 

 

 


La vendetta della Basilissa

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Esiste, ed è sempre esistita in tutte le società, una ristretta categoria di persone che per autoelezione o selezione celeste, appartenenza dinastica, censo, fidelizzazione a cerchie di potere che premiano soggezione e ubbidienza,  semplice fortuna, pensano che all’esproprio perpetrato ai nostri danni di diritti fondamentali – pane, istruzione, lavoro, casa , cure – debba corrispondere il consolidamento dei loro, compresi quelli eccezionali che consistono in impunità e immunità, fino a quello di trasgredire le leggi o di promulgarne altre unicamente al loro servizio o nel loro interesse.

Vogliono tutto, benefici, vitalizi, sicurezze e garanzie che a noi sono state tolte, vogliono protezione e strumenti e procedure per aggirare ostacoli, vogliono che manteniamo loro ma anche circoli di famigli, parenti, collaboratori alcuni dei quali incaricati di sostituirli o salvaguardarli nei molesti adempimenti che richiedono il contatto diretto con la plebe, altri delegati a garantire la intoccabile autorità, l’autorevole carisma e il decoro della loro immagine.

Vogliono tutto. Perfino il nostro amore. Così quando si accorgono, grazie a sporadici sguardi superciliosi lanciati in basso o alle sommesse rivelazioni di qualche ambasciatore del loro club, distaccato presso la realtà degli straccioni,  che ne sfida la collera squarciando il velo roseo del doveroso consenso e della necessaria ammirazione, che esiste un’arena di ostili, maleducati, sfrontati, incazzati, allora si indignano, deplorano, biasimano e – siccome loro possono – censurano.

E chi meglio può rappresentarli della zarina – anche se per via delle sue ire funeste ricorda più Ivan il Terribile della Grande Caterina – assisa alla presidenza della Camera, sul cui curriculum professionale e  politico molto esplorato anche da questo blog non  voglio tornare, che con la sicumera della sacerdotessa laica dell’aiuto umanitario e della solidarietà oltraggiata sul web, ha deciso che è venuto il momento – molte volte annunciato- di perseguire i rei di lesa maestà sul web. Allo scopo dichiarato di tutelare nell’ordine: la sua persona, il suo ruolo istituzionale, il suo status di donna, la sua privacy e pure la sua funzione pubblica. Ma non basta, nel solco del suo apostolato di ben remunerata addetta alle relazioni pubbliche e di portavoce di un organismo internazionale, si impegna in questa battaglia per prestare la sua influente voce a altri #offesi, a altri #vituperati, a altri #ingiuriati che a differenza di lei non solo non hanno tribune, microfoni ma tanto meno tribunali – che, si sa, se sei un poveraccio senza titoli e beni è meglio che non li frequenti – e con un’attenzione particolare per le donne, che in caso di leggi votate dall’organismo che presiede con polso di ferro e ieratica autorità non ha inteso riservare.

Come non capirla: non è piacevole essere antipatici, magari, benedetto Adorno che le attribuiva il ruolo di indicatore insostituibile del temperamento, per la voce querula, magari per una supponenza pedagogica che a qualcuno può suonare come insolente, magari per certe innocue impalcature erette sotto forma di chignon a simulare temibili diademi, magari per certe mise consone a confermare un’enigmatica distanza siderale dell’imperatrice dai suoi sudditi. O  magari per la sorpresa, quella si sorprendente, mostrata nell’accorgersi di fenomeni e manifestazioni a tutti noti della contemporaneità, povertà, ignoranza, disoccupazione e pure il circolare di una frustrazione collettiva che si palesa sotto forma di violenza verbale, invettiva, sguaiati schiamazzi virtuali, all’indirizzo di un ceto dirigente che, spiace dirlo, se li merita eccome.

Come non capirla: anche a noi spiace l’invasione della nostra sfera privata esercitata da svariati grandi fratelli, circuiti commerciali e finanziari, ma soprattutto proprio da una politica che usa  convinzioni religiose e morali per toglierci indipendenza, libertà e dignità, tanto che è impossibile non dare ragione a Rosa Luxemburg “dietro ogni dogma c’è sempre un affare da difendere”. E dire che proprio noi comuni mortali avremmo diritto a una tutela uguale se non addirittura superiore a quella dei personaggi pubblici che avrebbero davvero l’obbligo di  vivere in una casa di vetro, per la quale pagano l’Ici e le tasse, non offerta generosamente da sponsor e compagni di merende come abbiamo appreso a proposito di svariati notabili che anche in quel caso hanno denunciato la violazione della loro discutibile privacy.

Come non capirla: è successo perfino a sconosciute blogger di essere insultate con epiteti sconci e sottoposte a un vero e proprio stalking virtuale condito di inviti a spericolati e brutali congiungimenti con orchi o ferine specie extraumane, per aver espresso le loro convinzioni antirazziste o la loro opposizione a misure governative. E molto spesso si trattava, come quasi sempre avviene quando gli attacchi provengono da soggetti ben identificabili per essere cultori di machismo, virilismo alla pari con ignoranza e volgarità, di minacciose violenze verbali a sfondo sessista. Ciononostante nessuno, donna o uommo che sia è legittimato a pensare che  critiche anche feroci mosse alla Professoressa Fornero o all’onorevole Boschi e nemmeno alla presidente Boldrini e perfino a oscure blogger siano sempre e necessariamente originate da ignobili e finora inconfessabili pregiudizi di genere, sdoganati secondo la gli osservatori e commentatori della carta stampata, da un clima di bestiale aggressività. E che, quando si indirizza verso la politica, sarebbe l’anticamera della fine del patto stretto dal popolo con le istituzioni e pure l’eclissi dello stato di diritto, minacciato da Internet e dai suoi frequentatori intemperanti, “squadristi digitali”,  che – lo potete leggere oggi nello scritto dell’ineffabile Severgnini –  vanno perseguiti, processati, condannati grazie a leggi ovviamente emergenziali, di quelle che vorremmo anche noi per fare giustizia di chi devasta il nostro territorio, aliena bene comune e lo svende, cancella lavoro e i suoi diritti e manda in malora la scuola, l’assistenza pubblica e pure umilia la dignità di uomini e donne, con preferenza per le seconde.

Il fatto è che quando si reclama censura preventiva oltre che punitiva, si estinguono i diritti. Non quelli speciali di chi sta in alto, che non vengono mai toccati, non le licenze dei cretini che di solito escono indenni da qualsiasi repulisti, ma i nostri, sempre più fragili e limitati.

 


Er fornaretto e i mangiapane a tradimento

afa12cdc-a394-11e4-808e-442fa7f91611Non so bene se ridere o se piangere quando leggo l’indignazione dei soliti noti contro la sindaca Raggi per essersi presa Raffaele Marra come braccio destro (anzi “fedelissimo” come dicono i giornali di sistema) oggi in carcere assieme al Palazzinaro Sergio Scarpellini il quale gli avrebbe pagato un appartamento in cambio di favori al tempo della giunta Alemanno. Marra allora era a capo del Dipartimento politiche abitative del Comune di Roma così come in seguito, sarà capo di gabinetto di Marino. Ma ridere o piangere non c’entra tanto con il fatto che oggi la Raggi viene accusata di essersi fidata di Marra quando da almeno un decennio il personaggio è stato coccolato dalle amministrazioni capitoline di destra e di sinistra, quanto con il ruolo di Scarpellini che dovrebbe essere ben conosciuto dai parlamentari italiani e dunque dal sistema di potere nel suo complesso.

A rivelarlo, in un accesso di indomabile schizofrenia, è lo stesso Corriere della Sera che si straccia i panni per la Raggi, ma poi in un altro articolo – affinché non si mettano le polemiche in relazione ai fatti – rivela che Marra non è che una rotella nel meccanismo corruttivo della Seconda Repubblica di cui Scarpellini era uno dei motori ausiliari: la grande fortuna del palazzinaro comincia infatti 19 anni fa, quando nel ’97 Luciano Violante, allora presidente della Camera, decide che bisognava dare a tutti deputati un ufficio nel centro focale di Roma, vicino a Montecitorio insomma. Occorreva  trovare palazzi in affitto e così la Camera di rivolse alla Milano 90 srl di Scarpellini, cosa assolutamente inesplicabile e grottesca perché Scarpellini gli immobili non li possedeva, ma con in tasca l’accordo con Montecitorio che prevedeva un canone annuo di circa 70 miliardi di vecchie lire ( 36 milioni di euro) ovvero il doppio dei prezzi di mercato, andò in banca e trovò facilmente credito per comprare  sull’unghia Palazzo Marini, primo nucleo di un affare sempre più grande via via che gli immobili si aggiungevano e gli affitti aumentavano. Tanto più che il Parlamento gli affida pure e senza alcuna gara, i servizi di portierato, ristorazione e manutenzione degli stabili adibiti a onorevoli studi.

Ci vuole poco a fare i conti e a vedere che con i soldi passati a Scarpellini in questi anni (quasi 600 milioni di euro)  la Camera avrebbe potuto comprare  gli spazi in questione realizzando un bel risparmio e acquisendo gli immobili al patrimonio pubblico. Ma certo il palazzinaro si sdebitava vendendo al prezzo di un piatto di lenticchie appartamenti di pregio dando un aiutino come nel caso Marra, una beneficenza così apprezzata che egli viene contattato per acquistare anche l’albergo Bologna e trasformarlo in studi per 80 senatori: costo 160 miliardi di lire, più di ottanta milioni di euro.Successivamente trova altri 3000 metri quadri vicino al Panhteon, messi maluccio, sempre per i senatori. E cosa fa ? Li acquista, si fa pagare dal Senato una sontuosa ristrutturazione da 9 mila euro al metro quadro, che certamente ha coperto più volte le spese di acquisizione e poi glieli affitta.

La cosa non si ferma al Parlamento, la febbre di lussuosi studi per un buon numero di renitenti alla scuola, si attacca anche alla Regione Lazio: pure lei scopre di avere bisogno di un lussuoso appartamento vicino a Montecitorio e invece di cercarselo da sola affida il compito a Scarperllini, che anche in questo caso non ha nulla sottomano, ma forte dell’accordo affitta i locali dall’Inpgi, ovvero la cassa pensione  dei giornalisti, per 2,1 milioni l’anno e poi lo subaffitta per quasi 10 alla Regione. Di certo il Comune di Roma non poteva rimanere indietro nella nobile gara per assicurarsi i preziosi servigi del palazzinaro: così affitta da lui un palazzo per farne la sede dei gruppi consiliari e un altro per le commissioni del consiglio comunale per la modica cifra complessiva di quasi 20 milioni di euro l’anno.

Sono tutte cose ben note da tempo, quanto meno uscite sui giornali nel 2013 sotto il nome di scandalo degli affitti d’oro, finito poi in nulla grazie a codicilli a tradimento nelle leggi di stabilità tanto che lo stesso Scarpellini, detto Er fornaretto, ammise in un intervista: “In 13 anni ho distribuito 650mila euro a bianchi, rossi e verdi. Io non sono né di sinistra né di centro o di destra, sono di tutti”. Ma come tutti quelli che fanno beneficenza ama la modestia e l’understatement perché solo nel caso Marra ne sono volati 300 mila. Benché non fosse così ovvio che Marra facesse parte integrante del giro, è inesplicabile la ragione per cui Virginia Raggi che nel 2013 fu in prima fila nel denunciare lo scandalo degli affitti scarpellineschi e avrebbe dovuto stare sul chi vive, si sia attaccata a una rotellina di quel sistema di cui il palazzinaro non è che uno degli attori. Ma diciamo è anche inesplicabile che il padrone di casa di Camera e Senato, sia pizzicato solo ora e per un caso del tutto marginale, quando è evidente che molte delle operazioni condotte negli ultimi due decenni con le principali istituzioni del Paese puzzano in maniera insopportabile.

E’ pure inspiegabile alla luce della ragione, la differenza che esiste tra il peloso clamore del caso Raggi,  rispetto all’olimpica benevolenza di cui viene trattato il caso Sala che è accusato in prima persona di un caso di gravissima corruzione. Ma forse si tratta solo di cambiare luce e di vedere il tutto allo stroboscopio dell’indecoroso disfacimento della Seconda Repubblica, del suo ceto politico scadente fino all’inverosimile, della corruzione di cui si fa promotore di emergenza in emergenza, dello spaventoso declino del Paese, del tentativo di attribuire anche alle forze anti sistema le proprie stesse tare, mentre si cerca di esorcizzare e di normalizzare il No al referendum, di non ascoltare il primo vero tocco di campana a morto.


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