download (1)Anna Lombroso per il Simplicissimus

“Sono felice di aver scelto Claudio Descalzi, ceo di ENI. Potessi lo rifarei domattina. Io rispetto le indagini e aspetto le sentenze”. L’instancabile produttore di tweet al posto delle riforme (e tutto sommato è meglio così, che quelli fanno meno danno) non si smentisce.

La vicenda che vede Descalzi indagato per le mazzette nigeriane altro non è che un punto d’onore in più nella carriera di un boiardo, collocato ai vertici dell’ente proprio per quello, per quel suo curriculum di negoziatore spregiudicato,  scandita da successi in insidiose trattative con Paesi africani nei quali, narra la letteratura in materia, è impossibile concludere affari trasparenti, condurre operazioni pulite senza oliare i meccanismi, pronubo il consueto “facilitatore”, quel Bisignani tuttora in auge come e più dei “lobbisti”  del Mose e dell’Expo, molto invitato in televisione dove sussurra l’evidenza stranota, per lanciare avvertimenti trasversali che gli assicurano il mantenimento di posizioni d’oro e in futuro una onorata pensione,se non addirittura la vita.

Descalzi e Scaroni, protagonisti della vicenda che si propone come madre di tutte le tangenti, superando finora inviolati traguardi, sono sempre stati un binomio inossidabile: Scaroni è il padrino dell’ingegnere milanese entrato all’Eni nel 1981 come “ingegnere di giacimento”, che in questa veste inizia subito a girare il mondo, dalle piattaforme del Mare del Nord alle raffinerie libiche. E che rientra in Italia nel ’90 come responsabile delle attività operative nazionali, ma poi riparte per l’Africa, guidando dal ’94  prima la consociata congolese e poi anche quella nigeriana. È quello il suo territorio, lo ammette quando rivendica di non sentire legami forti con l’Italia. Tanto che vive a Londra con moglie congolese e 4 figli, dove gioca a golf e porta l’ombrello al braccio come Sordi in “fumo di Londra”, si vanta di non aver mai intrecciato relazioni con il sistema economico e politico nazionale mentre  non c’è un presidente o un capo di governo che gli sfugga, in Africa come in Asia, laddove Eni ha interessi e joint-venture.

Almeno fino a Renzi, si direbbe, che lo incontra una sola volta pochi giorni prima del conferimento dell’incarico ed è folgorato dalle sue idee, prima tra tutte il “trasferimento” geografico degli interessi dalla Russia, terreno di scorrerie privilegiato di Scaroni, ad altri contesti. Ma non solo: è Descalzi il “tecnico”giusto per accreditare lo sfruttamento e lo sviluppo dello shale gas tanto caldeggiato dagli americani,  che lo assimilano alle energie rinnovabili,  omettendo pudicamente controindicazioni ed impatto ambientale.

L’accusa della magistratura, cui Renzi guarda con la rituale fiducia, fa rife­ri­mento alle procedure e alle modalità della licenza Opl 245, con­tesa da Shell e vari attori nige­riani sin dall’inizio degli anni 2000. Sembra che l’intero importo di un miliardo e 92 milioni di dol­lari, pagato a metà 2011 dall’Eni al governo nige­riano dopo un arduo   nego­ziato pieno di colpi di scena, possa essere stato uti­liz­zato in vari modi per foraggiare ogni cor­rente poli­tica e con­ten­dente in Nige­ria.  Ma non è tutto, pare che ben 200 milioni siano serviti per assicurarsi i servigi di alcuni media­tori nige­riani e ita­liani, tra i quali proprio Bisignani. Niente di nuovo sotto il sole:  è consuetudine dell’Eni farsi aiutare da “facilitatori” locali nel suo business  in giro per il mondo: in Iraq e in Algeria, in Kazakhstan e in Nigeria. Per le attività in quel  Paese è stata indagata anche negli Stati Uniti: il Dipartimento della giustizia ha già incassato, nel luglio 2010, una multa di 240 milioni di dollari.  E la Saipem, nel luglio 2013 è stata   condannata a pagare in Italia una multa di 600 mila euro, dopo una confisca di 24,5 milioni di euro considerati il profitto di   illeciti in Nigeria.

Qualche quotidiano oggi ricostruisce la trama fitta di rapporti, l’intrico di relazioni spesso minacciate da cambi di vertice più o meno cruenti, da rivoluzioni e controrivoluzioni più o meno sanguinose. Ma è facile immaginare retroscena, contatti, dialoghi, scambi di valigette e più moderni accrediti in quel gioco di scatole cinesi, favorito dalla turbo-finanza.  E stamattina TGCom 24 ci ha impartito grazie a quel Pamparana che frequentava i palazzi di giustizia ai tempi di Fede, una feroce lezione di pragmatismo: così fan tutti,in Francia paga mazzette il governo, per via dei suoi gioielli di famiglia. Negli Usa le pagano le multinazionali private. Non si può sfuggire a questa regola che garantisce la competitività, messa in discussione da noi da una magistratura che la ostacola, ignara che queste sono le regole del gioco.

Eh si, ma se si tratta  proprio dell’import export della corruzione, al quale non ci si può sottrarre, se sono le frontiere, note e collaudate della cooperazione allo sviluppo, allora non dovrebbe batterci nessuno, allora si tratta di un sapere che è stato tramandato a tutte le classi dirigente che si sono succedute nel Paese, allora chi meglio di noi ha comprato consensi e appoggi da tiranni indecenti, despoti improbabili, allora pochi sono alla nostra altezza nel largheggiare in favori e bottini a disposizione di gerarchie politiche e amministrative di tutte le latitudini, estendendo la sudditanza e la cortigianeria anche agli inviti da noi, tramite tende berbere nel centro di Roma, urì del Quarticciolo, merende in piscina. Ma soprattutto decidendo del nostro approvvigionamento sulla base dei profitti personali più vantaggiosi, degli appoggi infami più redditizi per incrementare propaganda e consenso interno, dell’assoggettamento più supino al ricatto dei Grandi, gli stessi che ci impongono alleanze, guerre umanitarie, anche solo nel ruolo di zelanti maggiordomi.

Che poi quello che il nostro ceto dirigente fa fuori altro non è che quello che sperimenta operosamente in patria: sfruttamento dei più deboli che pagano due volte, servizi e le tangenti che li procurano, manomissione delle regole della concorrenza, mettendo in condizione di svantaggio i soggetti meno strutturati o più estranei alle cordate consolidate, uso di sistemi criminali di intimidazione, ricatto, esclusione dalle procedure di aggiudicazione e appalto, e al tempo stesso opera instancabile di alterazione delle relazioni con le pubbliche amministrazioni e le istituzioni, in modo che la commistione degli interessi avveleni il contesto privato come quello pubblico, retrocesso a cornice per giovamenti proprietari e personali.

C’è un codice genetico che si trasmette e che, da dormiente, si sviluppa con l’ascesa al potere, c’è un’indole che si esalta quando si vuole che una poltrona diventi un trono, quando Gheddafi, Bokassa, cioccolatai, pericoli pubblici, boia diventano di volta in volta alleati o antagonisti, amici o molesti rischi commerciali e politici da rinnegare. Mentre non si rinnegano né tantomeno si rottamano certi sistemi ben collaudati e nemmeno gli ingegneri chiamati a farli funzionare, costi quel che costi, tanto i soldi ce li mettiamo noi.