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Mal d’Africa

colonialismo-in-africa-la-spartizione-dell-africa Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ripensare (i rischi finanziari globali e le piattaforme dell’economia), reinventare (i sistemi sociali), rimodellare (le reti di sicurezza sociale), trasformare (la sanità e la cura delle persone), ristabilire (la fiducia), innovare (gli obiettivi per il pianeta), costruire (mercati sostenibili). Sono gli slogan del World Economic Forum di Davos  inaugurato ieri sera, indovinate un po’, con una cena di gala. I “leader di settori diversi”, così li chiama il Corriere, diranno la loro su come raggiungere un’architettura mondiale più inclusiva e sostenibile.

Ci vorrebbe lo psichiatra per spiegare come ancora che ha diffuso il contagio si assuma il ruolo di medico, come chi sta preparando il suicidio assuma la funzione di salvatore. Ci vorrebbe lo psichiatra per dare un senso al comportamento della fortezza europea che non è più disposta a fornire aiuti, che paga i muri degli stati canaglia e finanzia le pratiche di respingimento verso quelli immeritevoli per collocazione geografica e probabile surplus do comuni radici cristiane,  e in contemporanea con le stragi del fine settimana, convoca tavoli di ponderata riflessione con i ministri degli esteri dell’Unione europea-Unione africana i ministri per un confronto sugli interessi comuni: pace e sicurezza, commercio, investimenti e integrazione economica del continente, oltre a migrazione e mobilità, istruzione e formazione professionale.

Ci vorrebbe lo psichiatra in platea davanti al nostro  teatrino, mentre si muovono sulla scena poliziotto cattivo, sempre il solito, e poliziotto buonista, intesi a persuaderci che ci siano due anime nel governo, chi mostra i denti sollevandoli dal menu di cui ci dà conto quotidiano e si compiace della mano di ferro e chi invece dice di rappresentare l’indole accogliente del paese, chi denuncia il pericolo per ordine e sicurezza minacciati dalle invasioni e chi invece si dedica a spezzare le reni alla Francia, unica colpevole, si direbbe, del mal d’Africa, insomma del colonialismo rapace. Tutte e  due le anime si uniscono  comunque per dimostrarci che possiedono una qualità inestimabile: quella di essere parimenti  invise all’establishment. E sembrerebbe così a leggere la stampa a guardare la tv, a dare ascolto all’eco flebile della peggiore opposizione che si sia mai manifestata e che vorrebbe farci intendere che siamo tutti vittime di un inatteso incidente della storia, fulmineo e imprevedibile come una saetta che ha colpito un paese sano, generoso e civile risvegliato bruscamente dai ragli degli asini al governo.

Ci vorrebbe lo psichiatra anche per loro che rivendicano la loro estraneità alla cricca dell’ordine costituito e intanto  agiscono per esservi ammessi e annessi a tutte le filiere di interesse del sistema, restringimento delle garanzie e dei diritti, sostituiti dal ricorso a contentini sotto forma di elargizioni e mancette striminzite, resa e sottomissione nel segno della continuità all’imperio Ue,  dismissione di impegno sui temi dell’energia, resa totale ai comandi padronali sulle grandi opere.

E servirebbe lo psichiatra anche al popolo, visto che quelle due anime sono la rappresentazione allegorica della palese schizofrenia: 60 milioni di eroi del web che si compiacciono dei salvataggi compiuti dalle nostre navi e che magari mettono la faccia del sindaco disubbidente sul profilo dei social, che si vantano di non aver scelto il maniaco seviziatore materializzatosi sotto forma di ministro, avendo però  votato invece chi ha deciso la nostra partecipazione collaborativa a campagne belliche coloniali e predatrici in difesa della nostra civiltà superiore e dei suoi bisogni irrinunciabile, compiacendosi del dinamismo e dell’ardimento imprenditoriale delle aziende italiane  compresa la dinastia dei golfini scellerati non contenta di rubare in casa,  beandosi delle parole e dei fatti  dei ministri di Renzi e Gentiloni che andavano a stringere accordi con despoti sanguinari per favorire le nuove forme della cooperazione, oggi denigrate da qualche avanzo del partito,  ridendo delle tende e delle urì  di Gheddafi, sollecitando la salutare invasione del suo paese – ben vista allora anche da Rossanda, che si sa il tiranno non era democratico né femminista,  e godendosi la sua fine cruenta per mano delle forze speciali francesi, che in fondo se la meritava,  pronti a rieleggere il suo compagno di capricci sessuali, oggi stupiti che gli scampati per caso preferiscano annegare al ritorno in Libia.

E penso a quelli che piangono giustamente le vittime di attentati in Europa rimuovendo che la Siria da anni ogni giorno  vive lo stesso lutt o, a quelli che issano sul poggiolo la bandiera della pace ma ritengono che l’appartenenza alla Nato sia obbligatoria e inderogabile, a quelli che pensano sia normale sganciare bombe e poi mandare le sentinelle dell’Onu ( quel covo di briganti come Lenin chiamava la società delle Nazioni che lo precedette) e la Croce Rossa, a quelli che, Blair insegna, è vero che abbiamo compiuto atti efferati, si compiacciono, ma abbiamo un grado di libertà che ci consente di ammetterli.

Perché dunque stupirsi di Di Maio terzomondista che sottrae alla Lega il monopolio del tema immigrazione, spostando il riflettore sui fattori di rischio dai migranti a chi ne causa la partenza per una assatanata avidità predatoria:  “Se la Francia non avesse le colonie africane, che sta impoverendo, sarebbe la quindicesima forza economica internazionale, invece è tra le prime grazie a quello che combina in Africa”?

Perché stupirsi di Fassina (ancora democratico se non sbaglio, quando nel dicembre 2017, a parlamento sciolto, mentre il Pd manifestava in piazza contro Orban, veniva approvato l’invio di 500 militari italiani in Niger, paese ricco di uranio) che si chiede: “Quando chiederemo ai governi europei di fermare le politiche neocoloniali, perseguite spietatamente come fa la Francia?”.

Perché stupirsi della Confindustria umanitaria che preme per allentare i vincoli posti al controllo dell’immigrazione per favorire la manodopera straniera in qualità di  esercito industriale di riserva e a basso costo.  dubbio.

Perché stupirsi dei partiti progressisti, allineati con la destra per cercare consenso interclassista  grazie all’equivoco spregevole  che si possano governare i flussi migratori senza compromettere le attuali pratiche imperialiste in cui siamo impegnati da protagonisti o subalterni tramite compagnie di ventura variamente mercenarie, impegnate in azioni belliche o nella creazione di bisogni e mercati indotti mediante la colonizzazione anche dell’immaginario e la  distruzione delle economie locali. Perché stupirsi dei 5Stelle antimperialisti che tacciono sul caso Descalzi, quello che volevano far dimettere per via della continuità della sua gestione con quella di Scaroni e che sembrano non essere al corrente che è in corso il più grande processo per corruzione internazionale in cui sia mai stata coinvolta l’industria petrolifera mondiale e che prende il nome dall’OPL 245, la concessione petrolifera acquisita da Eni e Shell nel 2011 dalla Nigeria, per lo sfruttamento del più grande giacimento offshore di petrolio presente in Africa. Tutti gli attori della cordata, Eni e Shell incluse, sono sul banco degli accusati per aver sottratto dalle casse dello stato nigeriano oltre un miliardo di dollari che doveva servire per pagare la concessione per lo sfruttamento del giacimento di petrolio al largo della Nigeria, finito invece nelle tasche della nomenclatura di politici e imprenditori locali. Sarà questo che si intende per “aiutarli a casa loro”?

Ci vorrebbe lo psichiatra anche per noi irriducibili che gridiamo al vento che l’immigrazione è un problema, ma per i padroncini che vogliono attribuire a loro la nostra nuova povertà, che riguarda il razzismo, sì, ma quello sociale perché mette in concorrenza proletari a basso prezzo che vengono da fuori e proletari espropriati di conquiste e diritti, incazzati e ricattabili, che riguarda cultura e ignoranza, è vero, ma perché il razzismo dei poveracci è deplorato e condannato, quello del capitale tollerato e promosso come motore di sviluppo e custode di valori della tradizione e della civiltà.

 

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Il cattivismo dei migranti della politica

AFP PICTURES OF THE YEAR 2015Anna Lombroso per il Simplicissimus

Forse perché immemori della storia e di vicende che dovrebbero aver segnato la nostra autobiografia nazionale,   forse perché persuasi di possedere  una superiorità civile e sociale grazie all’inferiorità di altri, in molti anche tra quelli che rivendicano una matrice progressista,  praticano modi nuovi, pragmatici e rispettabili  di giudicare  il tema dell’immigrazione. Mica richiamano l’opportunità di ricorrere  alle ruspe, per carità, nemmeno negano la necessità dell’accoglienza per chi – accertatamente –  fugge da guerre e persecuzioni, raccomandando lo snellimento delle procedure per il riconoscimento dello status di rifugiati.

Niente di tutto questo, niente di così miserabile:  si comincia invece col dire che esiste un peccato mortale nella sinistra, e risiede nell’aver aperto le porte indiscriminatamente e scriteriatamente,  rimuovendo il fatto  che a patire della pressione degli stranieri non sono i residenti dei Parioli o di Via del Vivaio, che, loro, gli stranieri li vedono – anche se li preferirebbero invisibili –  e li incrociano solo quando potano aiole o servono il tè in livrea o col grembiulino e la crestina, esonerati dunque da sgraditi incontri da incontri in periferie, dove, hanno sentito dire, si verificano guerre di poveri per il possesso di una favela o per contendersi un posto di manovale dello spaccio. Sarebbe dunque quella sinistra schizzinosa colpevole di aver derubricato un legittimo malessere a mera percezione irrazionale e  la diffidenza nei confronti  dell’altro a rozzezza  e   ignoranza, comunque una colpa.  E infatti lo sdoganamento di certo “sentiment” è cominciato a Capalbio, quando la sinistra da ombrellone si è difesa rinnegando lo stolto buonismo e raccomandando misure ragionevoli e efficienti di controllo dei flussi, il ricorso mai troppo suggerito a quella nuova form di colonialismo educato che prende il nome di cooperazione. Per proseguire con determinazione nell’ideologia della sicurezza ministeriale che ha legittimato rifiuto e xenofobia passandolo come logica e comprensibile “paura”.

Così ha preso piede anche tra insospettabili la forma più educata e assennata di “guardare il dito”, comprendente anche la ammissione sgradita in barba a dati e statistiche di solito molto propagandate in questo caso retrocesse a fake,   che inevitabilmente e malauguratamente chi è senza speranza, tetto, futuro documenti finisce per delinquere, che, c’è poco da dire, l’appartenenza a una religione-stato intrisa di valori patriarcali reca i prodromi del disconoscimento della donna, oltre che dell’incompatibilità con i capisaldi democratici, qui tutelati a tutti i livelli con evidente tenacia.

Così anche in coincidenza con certi risultati elettorali e con il passaggio del puntuale carro dei vincitori, si allarga il pubblico dei riflessivi osservatori pronti a farsi carico dei motivati fermenti prima accusati di populismo grossolano e di emotività volgare come tutti i moti del ventre. Specie quando è vuoto. E tanto per non sbagliare  si guarda al fenomeno “inatteso” come la recessione,  “imponderabile” come gli acquazzoni in Liguria o i danni del sisma per le scuole, “imprevedibile” e soprattutto ormai ingovernabile, che  dice anche Bauman nel rileggere Eco e assolvendo indirettamente chi questi esodi di definisce così. in modo da scaricarsi della responsabilità che compete a chiunque alimenti e lasci  marcire una crisi affinché diventi una provvidenziale emergenza da gestire con poteri eccezionali, smantellamento di regole e leggi, licenze concesse a speculatori e profittatori.

Il passo successivo in questo processo revisionista in attesa del desiderato cattivismo  è la distinzione superciliosa tra migranti per necessità e migranti economici, come se crepare di fame fosse più sopportabile che schiattare sotto le bombe, come se scappare da desertificazione o catastrofi climatiche fosse più naturale quindi più sostenibile che sottomettersi a una persecuzione politica o religiosa. Con un sprezzo per aspirazioni e ambizioni che ricorda da vicino la spocchiosa alterigia con la  quale si guardavano le smanie consumiste  dei “ragazzi di vita che guardavano ai consumi delle caste privilegiate. O la gente del Mezzogiorno che arrivava a Torino e veniva incolpata di riporre cultura contadina e identità operaia in favore delle prerogative, delle merci e dei segni e simboli del benessere.

Allo stesso modo pare non abbiano diritto a volere di più e di meglio del già molto criticato cellulare, i giovani e le donne che dopo aver visto in tv e su internet come si può vivere in Francia, in Germania,  vorrebbe poter accedere alle stesse opportunità di chi le ha ereditate più che conquistate, per appartenenza geografica a siti favoriti dalla lotteria della vita.

Pretese, queste, negate, se si negano perfino i sentimenti che muovono la disperazione, la sfida mortale con il mare o la neve per ricongiungersi ai propri cari, che anche la libera espressione di sentimenti e affetti deve rimanere disuguale per alimentare la superiore diversità dei nati sotto l’ombrello e non sotto le bombe dell’impero.

Con arcigna superbia gente che sta in un paese dove si aspetta per anni il riconoscimento dei più elementari minimi sindacali in materia di diritti, dove per via di legge e di riforme si promuove risentimento e la rottura di patti generazionali antichi, dove si offrono motivazioni  “sentimentali” a chi ammazza la moglie, dove rispettabili mariti sono in cima alle statistiche del turismo sessuale, dove coppie che si odiano sono costrette a insopportabili convivenze coatte, mentre gente che si ama non può permettersi una vita familiare, ecco quella stessa gente muove obiezioni molto  sensate alle azioni primitive e sciaguratamente “irrazionali” di chi si imbarca coi figli in una scialuppa, affronta viaggi nella neve e nel gelo per cercare una sorella, scavalca muri.  Muri che stiamo pagando come nel caso che stiamo pagando noi come quello di oltre ottocento chilometri, che la Turchia del presidente Erdogan ha eretto per impedire il passaggio  agli esuli che provano a scappare dalla Siria e sui quali può sparare coi Cobra II gentilmente e generosamente offerti anche quelli dell’Europa dei popoli. Quell’Europa che disegna e cancella i confini secondo comodo della cancelleria. Sicché non ha torto Macron di mandare la sua polizia  a Bardonecchia in missione di pulizia etnica contro gli stessi obiettivi oggetto della  missione congiunta franco italiana, cui partecipiamo con entusiasmo per reggere le code in cambio della cessione di un altro po’ di sovranità.

È un segnale che dovrebbe farci pensare, altro non è che la riprova della tracotanza con la quale si tratta un paese ridotto a propaggine del Sud miserabile e indolente, incapace e  accidioso. Inferiore proprio come quelli che arrivano qui e nessuno vuole anche a noi sono negati dignità, diritti e i segni non formali dell’appartenenza e dell’identità di popolo. E non sono quelli che approdano qui a toglierceli.


Avveleniamoli a casa loro

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

La prossima volta che vi infastidisce vederli: somali, nigeriani,  “bighellonare” offendendo l’operoso senso morale dei villeggianti di Capalbio, ogni volta che vi preoccupate per la remota possibilità che vi contagino con qualche patologia che avevamo imparato a dimenticare, chiedetevi se siamo davvero innocenti, noi che con quelle antiche malattie abbiamo scordato un passato di depredati e assoggettati, per non vedere cosa ci succede e succederà, noi che ci siamo convinti di essere legittimati a rifarci a nostra volta, invadendo, derubando, corrompendo, sporcando.

Sono stati desecretati i documenti provenienti dall’ex Sismi con i rapporti informativi dei servizi segreti militari, che arrivano fino a metà degli anni 2000, riguardanti il traffico  illegale di rifiuti tossici e  radioattivi. Si tratta delle indagini sulle attività di un  imprenditore  coinvolto nello smaltimento nell’area di Taiwan di “200.000 cask di residui radioattivi”, per una cifra d’affari di “227 milioni di dollari”. Ma anche delle carte che riguardano il non casuale affondamento nelle acque del Mediterraneo  di 90 navi  i cui relitti potrebbero contenere  rifiuti pericolosi o radioattivi.

Non è molto, quello che viene alla luce su  quel braccio di mare percorso dai più empi commerci d nuovi schiavi, disperati, vergogne, su quei fondali che nascondono da decenni  verità che nessun governo ha voluto rivelare, su quello scenario fatto    di trafficanti di rifiuti, di logge massoniche più o meno coperte che sulle scorie fanno campare generazioni di imprenditori senza scrupoli, di servizi intenti alla copertura degli affari sporchi che alla difesa della legalità, di ceti dirigenti, tra politica e imprenditoria,  impegnati ad appoggiare intese inconfessabili con paesi lontani, per esportare varie scorie molto sporche, immondizia, armi, corruzione, come dimostra la vicenda che ha portato alla richiesta di processare Scaroni e Descalzi per le tangenti in Nigeria. .

Dai tempi della Lynx, della Radhost, della Jolly Rosso, della Rigel, della Zanoobia, alla fine degli anni ’80, le traiettorie non sono cambiate, mentre la cupola internazionale dei trafficanti   si è arricchita di soggetti blasonati, come l’ODM (Ocean Disposal Management), la Instrumag AG, la International Waste Group SA, la Technological Research and Development Ltd con base in Svizzera, Lichtenstein, Inghilterra, ma con filiali  nei tradizionali paradisi fiscali, come le British Virgin Islands o Panama. E i  paesi europei, come l’Italia, non solo l’hanno sempre fatta franca, ma hanno rafforzato il loro export verso destinazioni (dal Libano alla Somalia, da Haiti alla Costa  d’Avorio, dalla Nigeria a Gibuti, dal Cile al Venezuela)  caratterizzate da istituzioni deboli, carenza di strutture di controllo, regimi autoritari esposti a corruzione, anche grazie a normative internazionali permissive e a relazioni opache tra organismi e aziende statali e broker internazionali.

Da noi, dai tempi  delle navi dei veleni, dal caso Zanoobia che riempì i giornali, lo scandalo ebbe intensità e frequenza intermittente. I ministri dell’Ambiente che si sono avvicendati hanno ripetuto le loro dichiarazioni di impotenza: la capacità di smaltimento dei rifiuti tossici è perfino in tempi di eclissi delle produzioni, irrisoria rispetto alle quantità prodotte. Così l’esportazione  è diventata la soluzione migliore per tutti: per il governo, per le industrie, per i trafficanti e per quella rete di interessi indicibili che si è creata.

E infatti vent’anni dopo, nel 2009 riaffiora lo scandalo quando   la direzione marittima di Reggio Calabria consegna alla commissione antimafia un elenco di quarantaquattro navi affondate nella zona di sua competenza. Ce ne sarebbero nove di vascelli fantasma, con coordinate conosciute ma senza il nome dell’imbarcazione. Potrebbero essere la Capraia, la Orsay e la Maria Pia,  affondamenti sospetti – o almeno da verificare – secondo i dati dei Lloyd’s e anche altre navi mancano all’appello, e c’è il relitto di Cetraro. Quella CunSky della quale si torna a parlare anche ne dicembre scorso quando il presidente della Commissione sulle ecomafie nel ricordare in una intervista televisiva  le dichiarazioni di un pentito di mafia che aveva ammesso di aver affondato imbarcazioni cariche di rifiuti radioattivi,  ha praticamente smentito  il ministro in carica ai tempi del ritrovamento, la Prestigiacomo, che aveva ipotizzato che la nave fosse un inoffensivo piroscafo andato sotto durante la prima guerra mondiale.

Anche di questo mistero non verremo a capo:  ci fu chi disse che il relitto fosse stato poi rottamato in India, chi ritiene che giaccia ancora nel fondo continuando a produrre sostanze a rischio.

Così come non si è venuti a capo di cosa fosse stipato nei container disinvoltamente buttati a mare dal Cargo Toscana nel 2009. Così come tante ombre sussistono sulla morte di Ilaria Alpi e Miram Hovratin con quasi totale certezza collegata  alla vicenda del porto di Eel Ma’aan, 30 km a nord di Mogadiscio,   costruito da imprenditori italiani, interrando nei moli centinaia di container di provenienza assai sospetta, che, si legge in una nota della polizia giudiziaria del 24 maggio 1999,   erano pieni di rifiuti: fanghi, vernici, terreno contaminato da acciaierie, cenere di filtri elettrici. Così come non sono  mai state verificate in dieci anni le ammissioni  di un imprenditore di Fondi,   poi arrestato con l’accusa di usura a proposito di un      accordo con la Liberia per l’esportazione di rifiuti in Africa per un valore di 170 milioni di euro.

Così come non è stato mai davvero stabilito come e perché siano morte le vittime del Probo Koala, quel mercantile a cui Trafigura – una delle maggiori società mondiali per il commercio di idrocarburi – affidò il trasporto di liquidi destinati allo smaltimento in sicurezza. 528 tonnellate di sostanze altamente tossiche che furono invece sversate illegalmente, la notte tra il 19 e il 20 agosto del 2006, in varie discariche abusive nella periferia di Abidjan, capitale della Costa d’Avorio, provocando una cinquantina di morti e almeno mezzo milione di persone intossicate.

Perché l’export illegale dei rifiuti è proprio un business globale. Ma in Italia ha dei risvolti particolari.  Da indagini giudiziarie, inchieste e rapporti di Greenpeace e Amnesty si sa che il sistema delle rotte tossiche è stato utilizzato da almeno 140  esponenti del  gotha del sistema industriale italiano, avviluppati  in una stessa rete di connivenze, complicità criminali, dove accanto a pezzi dello stato hanno operato le  mafie – camorra e ‘ndrangheta. Si è accertato che  in passato settori dell’Enea si allearono  con faccendieri come Flavio Carboni per gestire presunti traffici illeciti di amianto. Che lo scorso dicembre la Commissione parlamentare d’inchiesta sui rifiuti nell’ambito di indagini sullo smaltimento dei rifiuti nucleari e sul caso delle navi dei veleni ha chiesto l’acquisizione della documentazione relativa a due importanti casi irrisolti della gestione dei rifiuti italiani degli anni ’80 e ’90: quello del deposito di rifiuti radioattivi dell’ex Cemerad di Statte, in provincia di Taranto, e dei suoi rapporti oscuri con Enea e Nucleco, enti pubblici incaricati della gestione del nucleare, e il caso delle imbarcazioni rientrate in Italia tra il 1988 e il 1990 dal Libano e dalla Nigeria, cariche di  scorie delle industrie italiane.

E che ancora patiamo le attività della società Monteco _ sua la responsabilità delle tonnellate di veleni sepolte sotto la discarica Burgesi di Ugento, in provincia di Lecce, probabilmente i resti di 600 fusti contenenti rifiuti speciali smaltiti illegalmente alla fine degli anni Novanta – la cui mission era appunto la gestione del rientro delle navi con i rifiuti pericolosi italiani provenienti dal Libano su incarico del Ministero degli Esteri, alcune delle quali  affondate dolosamente nel Mediterraneo insieme al loro carico.

Figuriamoci se con questi precedenti possiamo fidarci delle nuove frontiere della cooperazione dispiegata a “scopo umanitario”  per contrastare l’esodo biblico e aiutarli a casa loro. Che poi un Terzo modo da sfruttare e insozzare lo trovano sempre, anche dentro casa, anche in geografie un tempo felici e fertili convertite in terre dei fuochi.

 


Il compianto e il silenzio della ragione

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

A circolare nella rete, che si sia modesti autori di post o compulsivi incollatori di link, gattini o jingle, l’impressione che se ne trae è che le reazioni ai fatti di Parigi sia talmente emotiva da diventare ideologica, che la paura e i processi scaramantici che mettiamo in atto inconsciamente si traducano in convinzioni morali e politiche. Insomma, il peggio che ci possa capitare:  la premessa velenosa perché il comportamento richiesto dagli avvenimenti e da chi li traduce e li condiziona non sia razionale, ma infarcito di totem – quelli della civiltà minacciata – e tabù, l’Islam, il fanatismo barbaro, l’assassinio, una forma di morte che si immagina non debba mai capitare a noi.

E infatti la tendenza in voga è quella di reclamare silenzio, una specie di de profundis muto da officiare come tributo ai morti e come lapide sulla  riflessione in merito a  colpe, responsabilità, storia. E quindi sulla possibilità per ognuno di noi di reagire, di contribuire per non accettare supinamente scelte fatte passare sulle nostre teste, che sono poi quelle che potrebbero cadere – è ormai dimostrato – ben prima di quelle di monarchi e tiranni. Un altro orientamento in voga  è rappresentato dall’obbligo che si pretende,  sempre nel rispetto delle vittime, di anteporre o meglio ancora di sostituire ad ogni analisi, ad ogni storicizzazione, ad ogni critica, la condanna dei macellai, senza la quale si potrebbe essere legittimamente tacciati via via di buonismo, criminale indulgenza, fino a esplicita correità. Di un atteggiamento a dir poco debosciato, disfattista, per non dire codardo e degenerato, mentre gli eventi chiamano alle armi, alla lotta contro la religione oscurantista, i suoi profeti e i suoi carnefici missionari. Il che ricorda da vicino altre professioni di fede: non sono razzista, ma i rom .., non sono xenofobo, ma sono troppi .., adoro la Sicilia e  vado in vacanza a Taormina, però non hanno la nostra dedizione al lavoro … secondo quella  logica dei “distinguo” che produce omologazione perfino dove governa la signora con la falce, a dimostrazione che ormai nemmeno ‘a livella usa criteri ugualitari e i morti di Kabul, Beirut, della Nigeria o della Siria è “naturale”  che si piangano meno dei “nostri”, che pescatori ammazzati non abbiano  diritto alla giustizia, quella delle corti e dei tribunali,  quanto i marò che hanno sparato e così via in una obliqua rivendicazione di superiorità, avallata dal  sedicente scontro di civiltà.

Nulla avviene per caso e non può non nascere il verosimile sospetto  che l’abiura della “storicizzazione”, la rinuncia all’analisi, la capitolazione del pensiero e del giudizio prevedano la possibilità di chi tesaurizza il letargo e la delega, di far fruttare al meglio la partecipazione emotiva e i contenuti simbolici del lutto per ricavarne utili propagandistici, politici, culturali. E infatti come c’era da aspettarsi per molti e non solo oltralpe, è il momento della vendetta che comanda l’oscuramento della giustizia, dell’ordine che impone rinunce, della sicurezza che obbliga alla dismissione di libertà,  secondo regole e criteri già vigenti da tempo, da quando il ricatto rientra tra gli strumenti per governare, l’intimidazione è un’arma usata nella negoziazione perlopiù unilaterale tra parti sociali, la repressione delle opposizioni in parlamento e in piazza una inderogabile difesa nei confronti di chi vuole fermare la crescita, una stampa imbavagliata come ubbidiente altoparlante di veline e tweet di regime.

Se qualcosa cambia , è perché adesso c’è un motivo “superiore”, un’emergenza più stringente per limitare gli spazi di autonomia e libertà. Ma soprattutto per farci accettare come ineluttabili e fatali le scelte di chi ci ha governato e ci governa  e che in nome di una ritrovata unità di intenti ci fa imboccare definitivamente una strada xenofoba, razzista e guerrafondaia, spacciata ancora una volta per “necessità” e spianata da coalizioni che nominalmente si ispirano alla socialdemocrazia, e che ci persuade ogni giorno, anche grazie a quella condanna preventiva che dobbiamo ripetere come un mantra, che i droni che uccidono in  Afghanistan,  in Iraq, secondo, pare, un rapporto di nove civili per ogni terrorista “eliminato,  sono più  buoni dei terroristi islamici, che quelle vittime  sono  meno vittime, che quelle morti hanno un catartico effetto pacificatore, a cominciare da quello delle nostre coscienze.

Proprio grazie all’anatema, proprio grazie allo scontro tra civiltà e religioni, cui paradossalmente l’unico capo di Stato intenzionato a sottrarsi pare essere il Papa, possiamo in tutta tranquillità dimenticare che in questa guerra, che è stata acutamente definita “nomade,  polimorfa, dissimmetrica”,  le popolazioni del Mediterraneo diventano ostaggi come le vittime degli attentati di Parigi, dopo Madrid, Londra, Mosca, Tunisi, Ankara, anche se le sue radici affondano nella rivalità  fra Stati che aspirano tutti all’egemonia regionale e se  in essa c’è la resa di tutti i conti non saldati delle colonizzazioni e degli imperialismi: minoranze oppresse, frontiere disegnate arbitrariamente, risorse espropriate, zone di influenza oggetto di disputa, opulenti e infami contratti di fornitura di armamenti, quelli che il nostro premier come un piazzista è andato a favorire in un recente viaggio in Arabia Saudita, finanziatore privilegiata dell’Isis, o quelli della vendita di cacciabombardieri al Kuwait.

E infatti a una di quelle cene dei grandi rotary planetari, di una di quelle cupole che compiono crimini eleganti e beneducati, proprio il giovinastro di Rignano, insolitamente cauto, ha fatto capire che per placare «odi teologici» millenari serve più business, sic,  da esportare nei teatri di guerra, in modo da sostituire profittevolmente Allah con il dio mercato. Per carità, conoscendolo, c’è da dubitare che si  sia convinto perfino lui che dietro a ogni conflitto ben oltre la religione,  si agiti sempre  un «substrato» di oppressioni, conflitti di potere, strategie economiche, l’eterno conflitto tra ricchezze troppo grandi e troppo grandi miserie.  No, è che come un tempo Adam Smith, e poi via via il pensiero liberale sussiste la consolatoria convinzione che la manina della provvidenza faccia cadere un po’ di polverina del benessere inviato in terra per chi ha anche sulle teste chine di chi invece ha sempre di meno. O quella che si possa propagare un benefico contagio dei valori occidentali:  consumi, Tv, rock, master chef, coca cola, che convinca anche i più riottosi fanatici della bellezza del capitalismo.

Il bullo non sa e non vuol sapere che gli assassini,  molti dei quali residenti da generazioni degli imperi del benessere, le sinistre virtù del capitalismo le conoscono bene, a differenza dei loro popoli di origine ne approfittano, ben foraggiati, finanziati, armati dai suoi governi, al servizio esplicito o occulto degli stessi padroni. E non gliene importa un bel nulla dei rifugiati che cercano asilo o trovano la morte a migliaia a poca distanza dalle coste dell’Europa, dei  curdi presi di mira dall’esercito turco, dei  cittadini dei paesi arabi, tutti ugualmente vittime e ostaggi, sotto la pressione di un tallone di ferro fatto di terrore di Stato, di  jihadismo fanatico, di bombardamenti di potenze straniere.

Se c’è una lezione orrendamente pedagogica che viene da questi giorni di paura, deve essere quella di non smettere di pensare, di capire, di voler vedere, per non arrendersi al destino di vittime.


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