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Archivi tag: Nigeria

Avveleniamoli a casa loro

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

La prossima volta che vi infastidisce vederli: somali, nigeriani,  “bighellonare” offendendo l’operoso senso morale dei villeggianti di Capalbio, ogni volta che vi preoccupate per la remota possibilità che vi contagino con qualche patologia che avevamo imparato a dimenticare, chiedetevi se siamo davvero innocenti, noi che con quelle antiche malattie abbiamo scordato un passato di depredati e assoggettati, per non vedere cosa ci succede e succederà, noi che ci siamo convinti di essere legittimati a rifarci a nostra volta, invadendo, derubando, corrompendo, sporcando.

Sono stati desecretati i documenti provenienti dall’ex Sismi con i rapporti informativi dei servizi segreti militari, che arrivano fino a metà degli anni 2000, riguardanti il traffico  illegale di rifiuti tossici e  radioattivi. Si tratta delle indagini sulle attività di un  imprenditore  coinvolto nello smaltimento nell’area di Taiwan di “200.000 cask di residui radioattivi”, per una cifra d’affari di “227 milioni di dollari”. Ma anche delle carte che riguardano il non casuale affondamento nelle acque del Mediterraneo  di 90 navi  i cui relitti potrebbero contenere  rifiuti pericolosi o radioattivi.

Non è molto, quello che viene alla luce su  quel braccio di mare percorso dai più empi commerci d nuovi schiavi, disperati, vergogne, su quei fondali che nascondono da decenni  verità che nessun governo ha voluto rivelare, su quello scenario fatto    di trafficanti di rifiuti, di logge massoniche più o meno coperte che sulle scorie fanno campare generazioni di imprenditori senza scrupoli, di servizi intenti alla copertura degli affari sporchi che alla difesa della legalità, di ceti dirigenti, tra politica e imprenditoria,  impegnati ad appoggiare intese inconfessabili con paesi lontani, per esportare varie scorie molto sporche, immondizia, armi, corruzione, come dimostra la vicenda che ha portato alla richiesta di processare Scaroni e Descalzi per le tangenti in Nigeria. .

Dai tempi della Lynx, della Radhost, della Jolly Rosso, della Rigel, della Zanoobia, alla fine degli anni ’80, le traiettorie non sono cambiate, mentre la cupola internazionale dei trafficanti   si è arricchita di soggetti blasonati, come l’ODM (Ocean Disposal Management), la Instrumag AG, la International Waste Group SA, la Technological Research and Development Ltd con base in Svizzera, Lichtenstein, Inghilterra, ma con filiali  nei tradizionali paradisi fiscali, come le British Virgin Islands o Panama. E i  paesi europei, come l’Italia, non solo l’hanno sempre fatta franca, ma hanno rafforzato il loro export verso destinazioni (dal Libano alla Somalia, da Haiti alla Costa  d’Avorio, dalla Nigeria a Gibuti, dal Cile al Venezuela)  caratterizzate da istituzioni deboli, carenza di strutture di controllo, regimi autoritari esposti a corruzione, anche grazie a normative internazionali permissive e a relazioni opache tra organismi e aziende statali e broker internazionali.

Da noi, dai tempi  delle navi dei veleni, dal caso Zanoobia che riempì i giornali, lo scandalo ebbe intensità e frequenza intermittente. I ministri dell’Ambiente che si sono avvicendati hanno ripetuto le loro dichiarazioni di impotenza: la capacità di smaltimento dei rifiuti tossici è perfino in tempi di eclissi delle produzioni, irrisoria rispetto alle quantità prodotte. Così l’esportazione  è diventata la soluzione migliore per tutti: per il governo, per le industrie, per i trafficanti e per quella rete di interessi indicibili che si è creata.

E infatti vent’anni dopo, nel 2009 riaffiora lo scandalo quando   la direzione marittima di Reggio Calabria consegna alla commissione antimafia un elenco di quarantaquattro navi affondate nella zona di sua competenza. Ce ne sarebbero nove di vascelli fantasma, con coordinate conosciute ma senza il nome dell’imbarcazione. Potrebbero essere la Capraia, la Orsay e la Maria Pia,  affondamenti sospetti – o almeno da verificare – secondo i dati dei Lloyd’s e anche altre navi mancano all’appello, e c’è il relitto di Cetraro. Quella CunSky della quale si torna a parlare anche ne dicembre scorso quando il presidente della Commissione sulle ecomafie nel ricordare in una intervista televisiva  le dichiarazioni di un pentito di mafia che aveva ammesso di aver affondato imbarcazioni cariche di rifiuti radioattivi,  ha praticamente smentito  il ministro in carica ai tempi del ritrovamento, la Prestigiacomo, che aveva ipotizzato che la nave fosse un inoffensivo piroscafo andato sotto durante la prima guerra mondiale.

Anche di questo mistero non verremo a capo:  ci fu chi disse che il relitto fosse stato poi rottamato in India, chi ritiene che giaccia ancora nel fondo continuando a produrre sostanze a rischio.

Così come non si è venuti a capo di cosa fosse stipato nei container disinvoltamente buttati a mare dal Cargo Toscana nel 2009. Così come tante ombre sussistono sulla morte di Ilaria Alpi e Miram Hovratin con quasi totale certezza collegata  alla vicenda del porto di Eel Ma’aan, 30 km a nord di Mogadiscio,   costruito da imprenditori italiani, interrando nei moli centinaia di container di provenienza assai sospetta, che, si legge in una nota della polizia giudiziaria del 24 maggio 1999,   erano pieni di rifiuti: fanghi, vernici, terreno contaminato da acciaierie, cenere di filtri elettrici. Così come non sono  mai state verificate in dieci anni le ammissioni  di un imprenditore di Fondi,   poi arrestato con l’accusa di usura a proposito di un      accordo con la Liberia per l’esportazione di rifiuti in Africa per un valore di 170 milioni di euro.

Così come non è stato mai davvero stabilito come e perché siano morte le vittime del Probo Koala, quel mercantile a cui Trafigura – una delle maggiori società mondiali per il commercio di idrocarburi – affidò il trasporto di liquidi destinati allo smaltimento in sicurezza. 528 tonnellate di sostanze altamente tossiche che furono invece sversate illegalmente, la notte tra il 19 e il 20 agosto del 2006, in varie discariche abusive nella periferia di Abidjan, capitale della Costa d’Avorio, provocando una cinquantina di morti e almeno mezzo milione di persone intossicate.

Perché l’export illegale dei rifiuti è proprio un business globale. Ma in Italia ha dei risvolti particolari.  Da indagini giudiziarie, inchieste e rapporti di Greenpeace e Amnesty si sa che il sistema delle rotte tossiche è stato utilizzato da almeno 140  esponenti del  gotha del sistema industriale italiano, avviluppati  in una stessa rete di connivenze, complicità criminali, dove accanto a pezzi dello stato hanno operato le  mafie – camorra e ‘ndrangheta. Si è accertato che  in passato settori dell’Enea si allearono  con faccendieri come Flavio Carboni per gestire presunti traffici illeciti di amianto. Che lo scorso dicembre la Commissione parlamentare d’inchiesta sui rifiuti nell’ambito di indagini sullo smaltimento dei rifiuti nucleari e sul caso delle navi dei veleni ha chiesto l’acquisizione della documentazione relativa a due importanti casi irrisolti della gestione dei rifiuti italiani degli anni ’80 e ’90: quello del deposito di rifiuti radioattivi dell’ex Cemerad di Statte, in provincia di Taranto, e dei suoi rapporti oscuri con Enea e Nucleco, enti pubblici incaricati della gestione del nucleare, e il caso delle imbarcazioni rientrate in Italia tra il 1988 e il 1990 dal Libano e dalla Nigeria, cariche di  scorie delle industrie italiane.

E che ancora patiamo le attività della società Monteco _ sua la responsabilità delle tonnellate di veleni sepolte sotto la discarica Burgesi di Ugento, in provincia di Lecce, probabilmente i resti di 600 fusti contenenti rifiuti speciali smaltiti illegalmente alla fine degli anni Novanta – la cui mission era appunto la gestione del rientro delle navi con i rifiuti pericolosi italiani provenienti dal Libano su incarico del Ministero degli Esteri, alcune delle quali  affondate dolosamente nel Mediterraneo insieme al loro carico.

Figuriamoci se con questi precedenti possiamo fidarci delle nuove frontiere della cooperazione dispiegata a “scopo umanitario”  per contrastare l’esodo biblico e aiutarli a casa loro. Che poi un Terzo modo da sfruttare e insozzare lo trovano sempre, anche dentro casa, anche in geografie un tempo felici e fertili convertite in terre dei fuochi.

 

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Il compianto e il silenzio della ragione

 Anna Lombroso per il Simplicissimus

A circolare nella rete, che si sia modesti autori di post o compulsivi incollatori di link, gattini o jingle, l’impressione che se ne trae è che le reazioni ai fatti di Parigi sia talmente emotiva da diventare ideologica, che la paura e i processi scaramantici che mettiamo in atto inconsciamente si traducano in convinzioni morali e politiche. Insomma, il peggio che ci possa capitare:  la premessa velenosa perché il comportamento richiesto dagli avvenimenti e da chi li traduce e li condiziona non sia razionale, ma infarcito di totem – quelli della civiltà minacciata – e tabù, l’Islam, il fanatismo barbaro, l’assassinio, una forma di morte che si immagina non debba mai capitare a noi.

E infatti la tendenza in voga è quella di reclamare silenzio, una specie di de profundis muto da officiare come tributo ai morti e come lapide sulla  riflessione in merito a  colpe, responsabilità, storia. E quindi sulla possibilità per ognuno di noi di reagire, di contribuire per non accettare supinamente scelte fatte passare sulle nostre teste, che sono poi quelle che potrebbero cadere – è ormai dimostrato – ben prima di quelle di monarchi e tiranni. Un altro orientamento in voga  è rappresentato dall’obbligo che si pretende,  sempre nel rispetto delle vittime, di anteporre o meglio ancora di sostituire ad ogni analisi, ad ogni storicizzazione, ad ogni critica, la condanna dei macellai, senza la quale si potrebbe essere legittimamente tacciati via via di buonismo, criminale indulgenza, fino a esplicita correità. Di un atteggiamento a dir poco debosciato, disfattista, per non dire codardo e degenerato, mentre gli eventi chiamano alle armi, alla lotta contro la religione oscurantista, i suoi profeti e i suoi carnefici missionari. Il che ricorda da vicino altre professioni di fede: non sono razzista, ma i rom .., non sono xenofobo, ma sono troppi .., adoro la Sicilia e  vado in vacanza a Taormina, però non hanno la nostra dedizione al lavoro … secondo quella  logica dei “distinguo” che produce omologazione perfino dove governa la signora con la falce, a dimostrazione che ormai nemmeno ‘a livella usa criteri ugualitari e i morti di Kabul, Beirut, della Nigeria o della Siria è “naturale”  che si piangano meno dei “nostri”, che pescatori ammazzati non abbiano  diritto alla giustizia, quella delle corti e dei tribunali,  quanto i marò che hanno sparato e così via in una obliqua rivendicazione di superiorità, avallata dal  sedicente scontro di civiltà.

Nulla avviene per caso e non può non nascere il verosimile sospetto  che l’abiura della “storicizzazione”, la rinuncia all’analisi, la capitolazione del pensiero e del giudizio prevedano la possibilità di chi tesaurizza il letargo e la delega, di far fruttare al meglio la partecipazione emotiva e i contenuti simbolici del lutto per ricavarne utili propagandistici, politici, culturali. E infatti come c’era da aspettarsi per molti e non solo oltralpe, è il momento della vendetta che comanda l’oscuramento della giustizia, dell’ordine che impone rinunce, della sicurezza che obbliga alla dismissione di libertà,  secondo regole e criteri già vigenti da tempo, da quando il ricatto rientra tra gli strumenti per governare, l’intimidazione è un’arma usata nella negoziazione perlopiù unilaterale tra parti sociali, la repressione delle opposizioni in parlamento e in piazza una inderogabile difesa nei confronti di chi vuole fermare la crescita, una stampa imbavagliata come ubbidiente altoparlante di veline e tweet di regime.

Se qualcosa cambia , è perché adesso c’è un motivo “superiore”, un’emergenza più stringente per limitare gli spazi di autonomia e libertà. Ma soprattutto per farci accettare come ineluttabili e fatali le scelte di chi ci ha governato e ci governa  e che in nome di una ritrovata unità di intenti ci fa imboccare definitivamente una strada xenofoba, razzista e guerrafondaia, spacciata ancora una volta per “necessità” e spianata da coalizioni che nominalmente si ispirano alla socialdemocrazia, e che ci persuade ogni giorno, anche grazie a quella condanna preventiva che dobbiamo ripetere come un mantra, che i droni che uccidono in  Afghanistan,  in Iraq, secondo, pare, un rapporto di nove civili per ogni terrorista “eliminato,  sono più  buoni dei terroristi islamici, che quelle vittime  sono  meno vittime, che quelle morti hanno un catartico effetto pacificatore, a cominciare da quello delle nostre coscienze.

Proprio grazie all’anatema, proprio grazie allo scontro tra civiltà e religioni, cui paradossalmente l’unico capo di Stato intenzionato a sottrarsi pare essere il Papa, possiamo in tutta tranquillità dimenticare che in questa guerra, che è stata acutamente definita “nomade,  polimorfa, dissimmetrica”,  le popolazioni del Mediterraneo diventano ostaggi come le vittime degli attentati di Parigi, dopo Madrid, Londra, Mosca, Tunisi, Ankara, anche se le sue radici affondano nella rivalità  fra Stati che aspirano tutti all’egemonia regionale e se  in essa c’è la resa di tutti i conti non saldati delle colonizzazioni e degli imperialismi: minoranze oppresse, frontiere disegnate arbitrariamente, risorse espropriate, zone di influenza oggetto di disputa, opulenti e infami contratti di fornitura di armamenti, quelli che il nostro premier come un piazzista è andato a favorire in un recente viaggio in Arabia Saudita, finanziatore privilegiata dell’Isis, o quelli della vendita di cacciabombardieri al Kuwait.

E infatti a una di quelle cene dei grandi rotary planetari, di una di quelle cupole che compiono crimini eleganti e beneducati, proprio il giovinastro di Rignano, insolitamente cauto, ha fatto capire che per placare «odi teologici» millenari serve più business, sic,  da esportare nei teatri di guerra, in modo da sostituire profittevolmente Allah con il dio mercato. Per carità, conoscendolo, c’è da dubitare che si  sia convinto perfino lui che dietro a ogni conflitto ben oltre la religione,  si agiti sempre  un «substrato» di oppressioni, conflitti di potere, strategie economiche, l’eterno conflitto tra ricchezze troppo grandi e troppo grandi miserie.  No, è che come un tempo Adam Smith, e poi via via il pensiero liberale sussiste la consolatoria convinzione che la manina della provvidenza faccia cadere un po’ di polverina del benessere inviato in terra per chi ha anche sulle teste chine di chi invece ha sempre di meno. O quella che si possa propagare un benefico contagio dei valori occidentali:  consumi, Tv, rock, master chef, coca cola, che convinca anche i più riottosi fanatici della bellezza del capitalismo.

Il bullo non sa e non vuol sapere che gli assassini,  molti dei quali residenti da generazioni degli imperi del benessere, le sinistre virtù del capitalismo le conoscono bene, a differenza dei loro popoli di origine ne approfittano, ben foraggiati, finanziati, armati dai suoi governi, al servizio esplicito o occulto degli stessi padroni. E non gliene importa un bel nulla dei rifugiati che cercano asilo o trovano la morte a migliaia a poca distanza dalle coste dell’Europa, dei  curdi presi di mira dall’esercito turco, dei  cittadini dei paesi arabi, tutti ugualmente vittime e ostaggi, sotto la pressione di un tallone di ferro fatto di terrore di Stato, di  jihadismo fanatico, di bombardamenti di potenze straniere.

Se c’è una lezione orrendamente pedagogica che viene da questi giorni di paura, deve essere quella di non smettere di pensare, di capire, di voler vedere, per non arrendersi al destino di vittime.


Mazzetta nera, sarai italiana….

download (1)Anna Lombroso per il Simplicissimus

“Sono felice di aver scelto Claudio Descalzi, ceo di ENI. Potessi lo rifarei domattina. Io rispetto le indagini e aspetto le sentenze”. L’instancabile produttore di tweet al posto delle riforme (e tutto sommato è meglio così, che quelli fanno meno danno) non si smentisce.

La vicenda che vede Descalzi indagato per le mazzette nigeriane altro non è che un punto d’onore in più nella carriera di un boiardo, collocato ai vertici dell’ente proprio per quello, per quel suo curriculum di negoziatore spregiudicato,  scandita da successi in insidiose trattative con Paesi africani nei quali, narra la letteratura in materia, è impossibile concludere affari trasparenti, condurre operazioni pulite senza oliare i meccanismi, pronubo il consueto “facilitatore”, quel Bisignani tuttora in auge come e più dei “lobbisti”  del Mose e dell’Expo, molto invitato in televisione dove sussurra l’evidenza stranota, per lanciare avvertimenti trasversali che gli assicurano il mantenimento di posizioni d’oro e in futuro una onorata pensione,se non addirittura la vita.

Descalzi e Scaroni, protagonisti della vicenda che si propone come madre di tutte le tangenti, superando finora inviolati traguardi, sono sempre stati un binomio inossidabile: Scaroni è il padrino dell’ingegnere milanese entrato all’Eni nel 1981 come “ingegnere di giacimento”, che in questa veste inizia subito a girare il mondo, dalle piattaforme del Mare del Nord alle raffinerie libiche. E che rientra in Italia nel ’90 come responsabile delle attività operative nazionali, ma poi riparte per l’Africa, guidando dal ’94  prima la consociata congolese e poi anche quella nigeriana. È quello il suo territorio, lo ammette quando rivendica di non sentire legami forti con l’Italia. Tanto che vive a Londra con moglie congolese e 4 figli, dove gioca a golf e porta l’ombrello al braccio come Sordi in “fumo di Londra”, si vanta di non aver mai intrecciato relazioni con il sistema economico e politico nazionale mentre  non c’è un presidente o un capo di governo che gli sfugga, in Africa come in Asia, laddove Eni ha interessi e joint-venture.

Almeno fino a Renzi, si direbbe, che lo incontra una sola volta pochi giorni prima del conferimento dell’incarico ed è folgorato dalle sue idee, prima tra tutte il “trasferimento” geografico degli interessi dalla Russia, terreno di scorrerie privilegiato di Scaroni, ad altri contesti. Ma non solo: è Descalzi il “tecnico”giusto per accreditare lo sfruttamento e lo sviluppo dello shale gas tanto caldeggiato dagli americani,  che lo assimilano alle energie rinnovabili,  omettendo pudicamente controindicazioni ed impatto ambientale.

L’accusa della magistratura, cui Renzi guarda con la rituale fiducia, fa rife­ri­mento alle procedure e alle modalità della licenza Opl 245, con­tesa da Shell e vari attori nige­riani sin dall’inizio degli anni 2000. Sembra che l’intero importo di un miliardo e 92 milioni di dol­lari, pagato a metà 2011 dall’Eni al governo nige­riano dopo un arduo   nego­ziato pieno di colpi di scena, possa essere stato uti­liz­zato in vari modi per foraggiare ogni cor­rente poli­tica e con­ten­dente in Nige­ria.  Ma non è tutto, pare che ben 200 milioni siano serviti per assicurarsi i servigi di alcuni media­tori nige­riani e ita­liani, tra i quali proprio Bisignani. Niente di nuovo sotto il sole:  è consuetudine dell’Eni farsi aiutare da “facilitatori” locali nel suo business  in giro per il mondo: in Iraq e in Algeria, in Kazakhstan e in Nigeria. Per le attività in quel  Paese è stata indagata anche negli Stati Uniti: il Dipartimento della giustizia ha già incassato, nel luglio 2010, una multa di 240 milioni di dollari.  E la Saipem, nel luglio 2013 è stata   condannata a pagare in Italia una multa di 600 mila euro, dopo una confisca di 24,5 milioni di euro considerati il profitto di   illeciti in Nigeria.

Qualche quotidiano oggi ricostruisce la trama fitta di rapporti, l’intrico di relazioni spesso minacciate da cambi di vertice più o meno cruenti, da rivoluzioni e controrivoluzioni più o meno sanguinose. Ma è facile immaginare retroscena, contatti, dialoghi, scambi di valigette e più moderni accrediti in quel gioco di scatole cinesi, favorito dalla turbo-finanza.  E stamattina TGCom 24 ci ha impartito grazie a quel Pamparana che frequentava i palazzi di giustizia ai tempi di Fede, una feroce lezione di pragmatismo: così fan tutti,in Francia paga mazzette il governo, per via dei suoi gioielli di famiglia. Negli Usa le pagano le multinazionali private. Non si può sfuggire a questa regola che garantisce la competitività, messa in discussione da noi da una magistratura che la ostacola, ignara che queste sono le regole del gioco.

Eh si, ma se si tratta  proprio dell’import export della corruzione, al quale non ci si può sottrarre, se sono le frontiere, note e collaudate della cooperazione allo sviluppo, allora non dovrebbe batterci nessuno, allora si tratta di un sapere che è stato tramandato a tutte le classi dirigente che si sono succedute nel Paese, allora chi meglio di noi ha comprato consensi e appoggi da tiranni indecenti, despoti improbabili, allora pochi sono alla nostra altezza nel largheggiare in favori e bottini a disposizione di gerarchie politiche e amministrative di tutte le latitudini, estendendo la sudditanza e la cortigianeria anche agli inviti da noi, tramite tende berbere nel centro di Roma, urì del Quarticciolo, merende in piscina. Ma soprattutto decidendo del nostro approvvigionamento sulla base dei profitti personali più vantaggiosi, degli appoggi infami più redditizi per incrementare propaganda e consenso interno, dell’assoggettamento più supino al ricatto dei Grandi, gli stessi che ci impongono alleanze, guerre umanitarie, anche solo nel ruolo di zelanti maggiordomi.

Che poi quello che il nostro ceto dirigente fa fuori altro non è che quello che sperimenta operosamente in patria: sfruttamento dei più deboli che pagano due volte, servizi e le tangenti che li procurano, manomissione delle regole della concorrenza, mettendo in condizione di svantaggio i soggetti meno strutturati o più estranei alle cordate consolidate, uso di sistemi criminali di intimidazione, ricatto, esclusione dalle procedure di aggiudicazione e appalto, e al tempo stesso opera instancabile di alterazione delle relazioni con le pubbliche amministrazioni e le istituzioni, in modo che la commistione degli interessi avveleni il contesto privato come quello pubblico, retrocesso a cornice per giovamenti proprietari e personali.

C’è un codice genetico che si trasmette e che, da dormiente, si sviluppa con l’ascesa al potere, c’è un’indole che si esalta quando si vuole che una poltrona diventi un trono, quando Gheddafi, Bokassa, cioccolatai, pericoli pubblici, boia diventano di volta in volta alleati o antagonisti, amici o molesti rischi commerciali e politici da rinnegare. Mentre non si rinnegano né tantomeno si rottamano certi sistemi ben collaudati e nemmeno gli ingegneri chiamati a farli funzionare, costi quel che costi, tanto i soldi ce li mettiamo noi.


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