downloadAnna Lombroso per il Simplicissimus

Ma non sarà che il Presidente del Consiglio ha problemi di scissione della personalità? Un po’ premier e un po’ sindaco, sintesi non riuscita a guardare le performance del partito dei “primi cittadini”?

Perché, magari, forse, qualche tentennamento a proposito dello Sblocca Italia, approdato al Consiglio dei Ministri dopo le rassicurazioni del Lupi, quello che sembrava così dimesso, Silvio’s victim, da approvarne, lui che è uomo di chiesa, perfino le voluttuose compagnie e le nipoti famose, e che invece si rivela dinamico affarista esperto in marketing e commercializzazione di territorio e beni comuni, poteva essere suscitato da uno dei pensieri forti del provvedimento: la accelerata espropriazione di poteri e democrazia dei comuni, costretti ad abdicare non solo per via della spending review ma anche in vista della svendita delle aziende di servizio e quindi del governo delle risorse, prime tra tutte l’acqua. Ma poi l’esempio  del presidente dell’Anci, l’amico di partito sfuggito trionfalmente alla rottamazione grazie alla sua piena adesione all’ideologia di governo, a quella attiva modernità che deve aver funzionato da Viagra e da Multicentrum, lo deve aver persuaso. In fondo i comuni potevano rappresentare un pericolo, costituire un ultimo baluardo a garanzia della democrazia: è meglio addomesticarli con una oculata confisca di competenze, con una rigorosa alienazione di beni, con una feroce limitazione delle facoltà di governo e quindi di vicinanza e rappresentanza delle comunità locali.

Le coperture ci sono, ha detto Lupi. E ci credo, i soldi si trovano sempre se servono a movimentare appropriazione da parte di circoli amici, se servono a mettere al bando regole e vigilanza sul territorio in modo da favorire proprietà privata e speculazione, se servono a  riempire gli scaffali dell’outlet Italia grazie alla dismissione del patrimonio pubblico degli enti locali e alla privatizzazione dei servizi pubblici, sostenuta da un fondo di investimenti apposito “a cura” della solita immancabile Cassa Depositi e Prestiti.

È che gli piace strafare al bullo di Rignano, con una bravata peggio di quelle di Berlusconi, che noncurante della vittoria referendaria del 2011 ci aveva riprovato a imporre l’obbligatorietà della privatizzazione dei servizi pubblici locali. Bocciata nel 2012 dalla Corte  Costituzionale, quella provocazione ritorna in peggio, più sbruffona e oltraggiosa che mai nello Sblocca Italia, prevedendo   l’ obbligo alla quotazione in Borsa: entro un anno dall’entrata in vigore della legge, gli enti locali che gestiscono il trasporto pubblico locale o il servizio rifiuti dovranno collocare in Borsa o direttamente il 60%, oppure una quota ridotta, a patto che privatizzino la parte eccedente fino alla cessione del 49,9%. Se si rifiuteranno, nel giro di un anno indire una gara per la gestione dei servizi, gara che sono destinati a perdere, così che il vincitore privato potrà godere di oltre 22 anni di concessione, quale che sia qualità, costo, prezzo delle sue prestazioni.

Non si parla di acqua, è vero, ma non occorre essere maliziosi per sospettare un veloce processo imitativo da parte di comuni soggetti al ricatto del patto di stabilità, che estenderà l’area di interesse della legge alle società multiutility per poi arrivare agli altri servizi, da donare a  società finanziarie, che da un bel po’ puntano a profitti  sicuri, quelli dei beni “primari”, essenziali e insostituibili, da gestire per lo più in regime di monopolio, grazie a “razionalizzazioni” e utili concentrazioni.

Cancellate le Province nel modo più goffo e irrazionale, adesso si vanno a colpire i Comuni, vittime della rapacità di chi spadroneggia con la spending review, in modo da colpire  la rappresentanza  di “prossimità” e  quel che resta della partecipazione anche in virtù della responsabilità sui servizi pubblici locali, di ciò quindi che più direttamente condiziona lo svolgimento della nostre esistenze.  Via via c’è sempre meno democrazia in tutte le sue articolazioni, se a restare inviolate sono quelle Regioni nelle quali si sono consumati i più abbietti crimini contro l’interesse generale, quegli organismi con poco potere ma molta potenza o prepotenza anche in vista della loro affiliazione, tramite instancabili part time, al nuovo Senato, quelle che fanno poche leggi e per fortuna, ma hanno mostrato di saperne trasgredire molte.

Quel referendum sull’acqua, ma anche su  tutti i servizi pubblici locali, resta come memoria di una invitta testimonianza di cittadinanza. Facciamo che non sia un ricordo.