Anna Lombroso per il Simplicissimus

L’ondivago giovanotto attempato torna alle idee forti che gli avevano assicurato popolarità:  quel nulla, apoteosi della flessibilità, che si adatta a qualsiasi situazione, quel nuovo formale e inoffensivo che permette la più proterva conservazione, quella rottamazione sbruffona che abbaia senza mordere, intesa com’è al beato recupero e all’esultante riciclaggio del più noto dei soliti noti e dei suoi sistemi di governo: corruzione, interesse privato, dileggio delle regole, uso del voto come copertura “democratica” di intenti golpisti, derisione della giustizia e delle leggi, la promozione delle disuguaglianze e la cancellazione dei diritti come consolidamento di una oligarchia.

Nelle società più arcaiche e remore chi comandava e deteneva il potere, escludendo la cittadinanza, rivendicava di farlo perché era più competente, perché possedeva qualità e conoscenze superiori oltre al detenere il potere economico. Nel momento nel quale al capitano d’industria, all’imprenditore audace si è sostituito il sistema finanziario globale, anche quel tocco di nobiltà è venuto meno e ci si dovrebbe chiedere perché la società e il suo “progresso” debbano ruotare intorno al benessere di un ceto di pochi, fondato sulla speculazione più licenziosa e sulla contemplazione passiva della ricchezza, che si moltiplica come un moto perpetua di accumulazione, sopraffazione, e sfruttamento solo apparentemente virtuali. Secondo una spirale diabolicamente avida che si avvita su se stessa, ammassare sempre più denaro e sempre più potere, finché ce n’è. e quando non ce n’è più produrne ancora, all’infinito, si vorrebbe, e  illimitatamente,  per garantirsi la permanenza di quella forza appropriatrice che dovrebbe assicurare l’immortalità grazie al possesso e alla prevaricazione, quindi a una supposta superiorità.

Se c’è da temere che all’istruzione possa sostituirsi per decreto l’ignoranza, è invece sicuro che a quella che pareva l’età dell’oro del progresso scientifico e tecnologico, contrassegnata da conquiste sociali, politiche e culturali, sta succedendo un’era ferina nella quale l’arricchimento e  la potenza che ne deriva possiedono una forza sempre più irresistibile.

Quante volte abbiamo ripetuto le parole del principe di Salina, cambiare tutto perché non cambi nulla. Don Fabrizio viene soppiantato dal suo fattore. Sembra l’emergere di una èlite esordiente, che non importa che studi abbia fatto, dove sia nata, ma che conosce l’arte del sapersi imporre dimostrando alla “ammuffita e inetta” aristocrazia, per dirlo con le parole di Renzi, che è ora che si ritiri. Ma in tutto questo c’è ben poco di nuovo, se non una logica trasformista che ispira tutti gli attori in campo, in modo che comunque, con l’opportunismo, il gattopardismo, il mimetismo, sia salvaguardata e difesa quella oligarchia, che ne nostro caso limita perfino l’avvicendamento generazionale, assorbendo insieme alle pulsioni innovative le vecchie immorali aspirazioni, in un gioco chiuso tra intimi, in un patto, in questo caso è talmente esplicito che si dubita di chi dta a guardare senza far nulla come fosse in una sala de Casinò dove intorno al tavolo ci sono solo bari, che perseguono gli stessi interessi e la stessa esclusione e la stessa espropriazione dei cittadini.

A asseverarlo ci pensa il gradasso bis, che fa lo spavaldo rovesciandosi in testa un secchio d’acqua, e che ci vuol persuadere del suo coraggio al servizio del popolo, che si manifesta stringendo una discutibile alleanza con un condannato per reati contro lo Stato e i cittadini. A lui  e a chi ancora preferisce credergli invece di pensare e agire con spirito indipendente,  bisognerebbe ricordare che se l’evasione è un crimine ancora di più lo sono i delitti commessi contro il lavoro, contro la democrazia, contro la partecipazione libera e non condizionata alle elezioni, contro la giustizia, tramite leggi ad personam e la promozione di scudi, condoni, deroghe, perdonanze, decreti salvaladri. E contro la solidarietà, così che gli italiani sono diventati più cattivi e più egoisti prima ancora che la crisi facesse pensar loro che era necessario esserlo, per difendersi e tutelare quel poco che era rimasto nelle loro tasche e nei loro cuori.

Perché il Vecchio avesse vinto allora era intelligibile. L’illusione con la quale nutriva il consenso era il “sogno italiano”, il sesto paese industrializzato, grandi fabbriche al Nord Ovest e al Nord Est una piccola industria diffusa, un Centro, paradiso in terra per bellezza delle città e qualità della vita, un Sud da colonizzare con grandi opere e turismo, magari in associazione più o meno temporanea con la criminalità. I jingle della tv compreso quello che inneggiava a Forza Italia erano così orecchiabili e sembravano così inoffensivi. E d’altra parte quel che restava a sinistra era diviso e remissivo, triste e sfigato, mentre i miti del tycoon erano così positivi e invidiabili: il successo, la ricchezza, la moglie bella, le ville e le piscine, la furbizia, l’ambizione, la volgarità, .la capacità di alimentare la cortigianeria con soldi, promesse, compromessi considerati virtuose rinunce all’ideologia dei “comunisti”. E poi aveva l’affettuoso sostegno dell’industria (non fu l’elegante e snob Gianni Agnelli a dire “se perde lui, perde lui. Se vince lui, vinciamo tutti”?), sapeva mettere in riga i sindacati, aveva dalla sua il Vaticano.

Bobbio allora disse: ha vinto una destra estremista contro una sinistra in cui aveva prevalso l’ala moderata. Oggi ha vinto una destra estremista della quale sono entrati a far parte quello che restava di quella sinistra, l’ala moderata,  ma senza nemmeno quel sogno italiano.