oP6pSEikGO7JgzIDThP3gXEwn8aAnna Lombroso per il Simplicissimus

C’è fondazione e fondazione, mica siamo tutti uguali. Anzi pare che istinto e indirizzo dei regimi contemporanei sia proprio incrementare differenze e gerarchie, celando la loro indole dietro proclami, come fa il comico vernacolare di Firenze quando si duole che si salvino le banche e non i cittadini.

E mettiamoli alla prova, vediamo se dopo la perigliosa operazione di salvezza e redenzione della Fondazione dei Paschi di Siena, il cui intero consiglio di amministrazione poteva vantare referenze di inquisiti eccellenti, qualcuno penserà che possa essere profittevole salvare la Fondazione Arts Academy che finanzia e gestisce l’Orchestra Sinfonica di Roma e che è stata costretta ad annunciare con una lettera lapidaria il licenziamento dei suoi 70 dipendenti, musicisti e amministrativi. La Fondazione, della quale sono stati presidenti onorari Rubinstein, Ferrara, Zafred, Gavazzeni, Petrassi, e che ha selezionato talenti, contribuendo a formarli prima di integrarli nella formazione orchestrale, dichiara di “dover cessare, con la conclusione della stagione in corso, l’attività dell’Orchestra Sinfonica di Roma, e conseguentemente di procedere alla risoluzione del rapporto di lavoro con tutti i propri dipendenti, per la necessaria e drastica riduzione dei contributi dell’unico soggetto finanziatore e in assenza di altre risorse finanziarie disponibili e di prospettive di ulteriori e futuri finanziamenti”.

Di primo acchito verrebbe da consigliare ai musicisti dell’Orchestra dismessa di coprire con le loro trombe i proclami dei tromboni che ogni giorno, ogni volta che oltraggiano il territorio, ogni volta che tagliano il welfare, ogni volta che “semplificano” sistemi di autorizzazione in modo da rendere più agevoli saccheggi e abusi, ogni volta che ci tolgono col sonno anche i sogni, ci vengono a raccontare che la bellezza, la cultura, l’arte, sono i nostri giacimenti, il nostro petrolio, la nostra ricchezza. E si compiacciono degli eventi spot, delle lunghe file davanti all’esposizione di un unico quadro, bello per carità, ma che gode di fama usurpata grazie al sostegno pubblicitario di film e romanzi, che si vantano dell’indiretta “valorizzazione” dei nostri monumenti, promossi e esaltati mediante l’esposizione di talentuosi pushup come nel caso della Gipsoteca di Canova o in Santo Stefano al Ponte, con la benedizione della Curia. party sontuosi come nel caso del Cappellone degli Spagnoli, sala capitolare trecentesca di Santa Maria Novella a Firenze, per non parlare della immaginifica trovata di Farinetti intenzionato a portare in esposizione pastorale un pezzo del Duomo di Milano nel suo supermercato sulla Fifth Avenue, a New York, per la precisione “due guglie”. Ci siamo vantati di un Auditorium, la cui fama è attribuibile più al valore architettonico che a un programma raccogliticcio, contornato da iniziative estemporanee ed estranee alla musica, fiere dei fiori, riunioni dell’Associassion Piemontèisa e fogolari friulani.E dire che il trailer del film degli effetti dell’austerità ce lo hanno proiettato in tutti i modi, quando abbiamo espresso cordoglio per la chiusura dell’orchestra nazionale greca o della sua televisione di Stato, quando abbiamo saputo di ragazzini che non andavano a scuola dove ci si dovrebbe nutrire di sapere, vergognandosi della loro fame, quella vera.

Ma per l’imperialismo finanziario sapere, bellezza, arte, creatività, conoscenza sono merci che funzionano solo se lo metti in vendita, o li esponi nei padiglioni delle fiere del malaffare. Altrimenti costituiscono per loro un pericolo, favoriscono il pensiero, promuovono consapevolezza, alimentano virtù e dignità, facendo ricordare come si sta bene quando si conta, quando si sceglie, quando si decide della propria vita, quando suona dentro di noi una musica di riscatto e libertà.