I%20LA~1

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Che la destra, anche quella più grossolana abbia sempre avuto un grande interesse per la propaganda, è risaputo. Una delle modalità perseguite era lo scatenamento di piccole guerre, fuori dai confini del Paese, campagne condotte per dispiegare trionfalismo e giustificare poi i costi dei relativi archi di trionfo sotto i quali far passare gli sconfitti e i carri col bottino.

Più o meno, oltre all’ubbidienza, è stata infatti all’origine di vecchie campagne coloniali italiane e poi la partecipazione alle missioni umanitarie e all’export di democrazia – grazie all’eufemismo contemporaneo così si chiamano pudicamente le guerre imperialistiche – appagando il bisogno dei nostri governi di dimostrare al popolo l’ammissione al tavolo dei Grandi, sia pure in ruoli di appoggio subalterno e gregario.

Nell’ambito della guerra che alcune oligarchie trasversali ai Paesi, hanno mosso ai popoli gli uffici di propaganda girano e proiettano il film di Grandi Kermesse, Grandi Treni, Grandi Illusioni che porterebbero benessere, movimenterebbero crescita, svilupperebbero occupazione e soprattutto servirebbero a rispolverare immagini e a accreditare facce altrimenti oggetto di parodie e scherno. È così per la Tav della quale da tempo i partner hanno svelato la totale inutilità, salvo arrivare puntuali alla mise en place del coq au vin di Paul Bocuse. È così per certi pomposi restauri di facciata cari al partito dei sindaci e preferiti alla manutenzione oscura ma generosa del nostro patrimonio. È così per l’Expò, che dovrebbe convogliare in Italia e a Milano carovane di forzati del turismo interessato alla coltivazione della citronella, allo zenzero, ai nuovi astri dei discepoli di masterchef, ai tanti miti acchiappacitrulli che francamente non presentano più attrattiva dei documentari sulle mucche rosse danesi con i quali sono state infelicitate mattinate istruttive dei meno giovani di noi.

Ma l’inestinguibile attaccamento per questi sviluppi concreti della mania di grandezza, non scaturisce certamente e solo dalla necessità improrogabile di darcela a bere, processo che viene ancora meglio nella Milano da bere appunto, città che, non me ne vogliano i suoi indigeni, si appassiona al rito ambrosiano delle liturgie del dinamismo, della muscolarità produttiva, della religione degli affari, purtroppo molto più ormai di quella del lavoro. Come abbiamo ripetuto fino alla stanchezza, affari megalomani producono falle grandiose nel tessuto dei controlli, nutrono gigantesche ambizioni e smisurate voracità, si prestano nel fervore da Belle Epoque a incontri opachi, giri di valzer sospetti, perverse alleanze. Sono sempre gli stessi promoter a pensarli e promuoverli, in sostituzione di radiose visioni e interessi collettivi: infatti rappresentano i contesti dove si muovono meglio le oligarchie, i pochi che hanno credito dalle banche, quelli a loro agio nei salotti buoni, negli studi professionali, tra i gelidi marmi della sale riunione delle multinazionali, come ai bordi delle piscine delle ville nei paradisi fiscali, o addirittura nella case coloniche dei paeselli d’origine dei signori delle mafie, che ormai si tratta di ambienti che si incrociano in questa economia che da informale si avvia inesorabilmente ad essere illegale e criminale.

Sono loro che dirigono i giochi, che selezionano il loro personale di fiducia, preferendo, si è visto, antiche e collaudate competenze, professionalità maturate nella commistione tra politica, pubblica amministrazione, aziende, funzionari degli organismi di controllo, tutti spericolati telefonatori, che si scambiano sfrontate impressioni e esperienze, contatti e voti, donne e malignità. Non facciano finta i guappi al governo di non conoscerli, li hanno sfiorati mille volte a eventi di partito, dietro le quinte dei think tank, magari accompagnavano volonterosi mecenati, probabilmente si presentavano come solerti e trasparenti lobbisti portatori di altrettanto trasparenti interessi comuni. Perché là sta il segreto del successo, poco segnato da disavventure giudiziarie, nel rappresentare obiettivi condivisi, nella comunanza del brand del profitto.

La crisi avvantaggia loro, benefica le oligarchie proprio perché si muove contro popoli e democrazie, giustifica dirigismo e autoritarismo. Qualcuno ha detto che la democrazia è il regime dei momenti eroici, nasce quando distrugge i privilegi feudali castali, quando scuote gli equilibri dell’iniquità, quando sconvolge il lavorio impuro dell’intrigo, della corruzione, della sopraffazione e dello sfruttamento. È la manutenzione che non ha nulla di eroico, ma che , paradossalmente richiede ancora più impegno, perché a una oligarchia cancellata ne subentra un’altra, più potente grazie a una selezione basata sulla crudeltà, sulla capacità di rapina, sullo smarrimento consapevole e fiero di ogni valore di civiltà. Se quella era stata la Prima Repubblica, oggi non possiamo che temere l’arrivo della Terza, se ancora si chiamerà Repubblica.