776acdf2a3d07009eb0fbc421b30cdfeAnna Lombroso per il Simplicissimus

La rappresentanza culturale italiana, la nostra vetrina a Bruxelles, è in piena smobilitazione. Il direttore non è stato confermato per presunte irregolarità contabili e amministrative. Le risorse  finanziarie venivano “investite”  in “eventi” vernissage e rinfreschi, compreso un “pranzo per D’Alema” da 16mila euro, mentre  gli insegnanti di lingua avrebbero lavorato per anni senza un contratto, perfino dentro la Commissione Europea, allegorica anticipazione comunitaria del Job Act. Intanto un condannato per reati contro lo Stato e la collettività, pretende, esige, vuole rappresentarci in Europa.

Si fa un gran parlare dell’hit parade della corruzione nell’Unione, che ci vedrebbe finalmente sul podio più in alto dei Grandi. Ci accorgiamo che dei caccia erano non solo una spesa superflua ma anche una sfrontata patacca quando non li vogliono più nemmeno quelli che ce li avevano imposti.

Chiamiamo “riforme” e dovremmo essere incriminati per abuso, annunci di misure segnate dall’ubbidienza a diktat e comandi, in nome di una austerità spacciata come arma, ma che in realtà rappresenta un’aspirazione ideale, quella che garantirà la cancellazione dell’edificio democratico.

Ci presentiamo al mondo con una legge elettorale,  decisa dagli accordi d’interesse di tre persone (Berlusconi, Renzi, Alfano), votata da un Parlamento delegittimato, che, contro un’indicazione precisa della Corte costituzionale, crea una profonda disomogeneità politica tra le due Camere, che ristabilisce l’egemonia decisionale del Governo, dando al Parlamento un ruolo puramente notarile, che esclude la possibilità di scelta per gli elettori.

E sempre prendendo a pretesto un’emergenza nutrita ed alimentata all’interno e all’estero per avviare un restringimento forzato di sovranità, partecipazione, godimenti dei diritti, è stata legittimata  l’assunzione di compiti e il compimento di atti che nella storia costituzionale repubblicana, non si erano mai incontrati, dando forma a una repubblica presidenziale che ha preso il posto del sistema parlamentare. Un presidente autonominatosi monarca ha esibito un dinamismo nominalmente indirizzato alla stabilità e la continuità, ma che si traduce invece in  conservatorismo politico, economico e sociale, favorendo un rinnovamento della vita politica, artificiale e “spettacolare”, con la sostituzione a carattere generazionale di incompetenti con altri incompetenti.

Il Governo appena entrato in carica vanta un certo numero di indagati, la cui presenza è difesa ad oltranza in nome di un sedicente garantismo: in fondo si tratta ‘solo’ di procedimenti penali avviati e non conclusi (con una condanna). Come se giustizia e politica non dovessero seguire logiche diverse, quelle ad esempio dell’opportunità, dell’autorevolezza e della credibilità, come se la permanenza di un inquisito in una compagine governativa non dovesse essere giustificata agli occhi dei cittadini da particolari insostituibili qualità.

Potremmo continuare a lungo: Pompei che crolla, circondata da insediamenti abusivi, l’immondizia che assedia la Reggia di Caserta, la Campania Felix convertita in Terra dei fuochi, il dissesto idrogeologico che trasforma ogni pioggia in un cataclisma, la poco sorprendente scoperta che gran parte dei gioielli dell’imprenditoria non ha mai seguito le norme di sicurezza ambientale, producendo poche merci e molti veleni, un sistema bancario al servizio dell’azzardo finanziario, cui partecipa con perdite che penalizzano risparmiatori, imprese e economia nazionale, la commistione perversa tra aziende, pubblica amministrazione, sotto l’ala nera della criminalità organizzata, che partecipa a incarichi, appalti, grandi opere da operatore privilegiato, una produzione di leggi che assolvono abusivismo e irregolarità e che vanno di pari passo con lo smantellamento della rete dei controlli.

Ma oggi Renzi va dalla Cancelliera con quel suo piglio da spacconcello, da guappo inguaribile, di quelli che prima di uscire minacciano sfracelli e poi si prostrano, che tanto non lo verremo a sapere perché è confermato dalla visita in Francia, che ben poco importa agli augusti ospiti di questa remota e quasi ininfluente provincia, che assumerebbe interesse solo se si ribellasse a cappi e ricatti.

Partendo e recando in dono propiziatorio ad Angela Merkel la maglia autografata dell’attaccante tedesco della “sua” Fiorentina Mario Gomez, si volta indietro verso le telecamere di Canale 5 a berciare un po’ delle sue smargiassate, quelle che ripete per rassicurare gli illusi che preferiscono andare al macello bendati: Vado in Europa consapevole di rappresentare un grande Paese, di cui sono orgoglioso, l’Italia non è l’ultimo vagone, se delle volte abbiamo fatto degli errori, siamo pronti a rimediare – dice infatti il presidente del Consiglio – ma non siamo gli alunni somari da mettere dietro la lavagna, vogliamo guidare l’Europa non per sei mesi nel semestre di presidenza, ma per i prossimi 20 anni e se ce la faremo daremo ai nostri figli un’Europa diversa. Siamo l’Italia e se l’Italia fa l’Italia non deve avere paura di nessuno.

Infatti è di lui che abbiamo paura, per una volta incolpevoli di averlo eletto, a differenza del suo padre spirituale, dal quale ha mutuato alcuni tipi di comunicazione su cui vale la pena di soffermarsi. Dopo anni di prudente pudore e delicata ritrosia, l’Italia è tornata a chiamarsi Italia, proprio come una volta, non è più Paese, meglio ancora sistema paese, nemmeno Azienda Italia. Anche il ragazzotto come il suo nume ci vuole galvanizzare con l’orgoglio di popolo, proprio quando sta mettendo in atto gli ultimi interventi per sopprimere fierezza e dignità, quelli che derivano dalla memoria, dalla cultura, dal paesaggio, dalla bellezza bene comune, dal lavoro e dai suoi diritti, dalla certezza del domani.

Non è una novità che il richiamo all’amor patrio, all’appartenenza a una unica identità di popolo, di solito viene da collaudati traditori di quelli che ci vendono al nemico e ci fanno perdere guerre che non abbiamo voluto. E in questo caso lui, come il suo sponsor sanno bene come tutti gli imbonitori e in venditori, compresa Vanna Marchi, che la ripetizione continua e sfacciata di una parola, la coazione a replicare la stessa menzogna, sono il segno di una malattia degenerativa della vita pubblica, ma funzionano eccome, consolidano stereotipi rassicuranti che per questo trovano accoglienza e consenso, trasformando pensieri e sentimenti che dovrebbero essere sottoposti al vaglio della ragione e al controllo della coscienza individuale in patrimonio comune e perciò accettabile passivamente.

Lo sapeva un altro esperto di propaganda, Joseph Goebbels: “ripetete una cosa qualsiasi cento, mille, un milione di volte e diventerà verità”. Temo avesse ragione, se ancora oggi qualcuno crede alla sua verità e nega la storia. È meglio prevenire dunque, Renzi si persuada, quella sua Italia non è la nostra.