Italiani-a-Ellis-IslandwebAnna Lombroso per il Simplicissimus

Non so se la giornata di ieri segnata dall’incontro epocale, faccia già parte della storia. Della cronaca nera di sicuro. Ma è certo che abbia indotto molti a pensare a una fuga da qui, da un Paese dove si approva e si incoraggia il dialogo e la collaborazione con un fuorilegge, con l’obiettivo esplicito di creare le condizioni per la definitiva cancellazione della democrazia in favore di un sistema autoritario che possa esautorare la volt e la sovranità popolare in favore di autonominati inamovibili.

In molti, anche se non sembra, ci sentiamo stranieri in patria e potenziali rifugiati politici, anche se non sappiamo dove andare, che pare che “tutto il mondo sia paese” se è ormai chiara l’egemonia incontrastata di un disegno e di una ideologia basati sul profitto, lo sfruttamento e l’annullamento dello stato di diritto   e dei diritti, quell’isteria dell’austerità esercitata contro le utopie, le speranze e il futuro. Così se non si emigra per fame si vorrebbe emigrare verso chissà che lido, per salvaguardare coscienza e dignità, merci ormai senza valore, come l’intelligenza, la civiltà intesa  come tutela della persona che invece si vuol ridurre in schiavitù, moderna, mobile e precaria come si addice al dinamismo globale.

E oggi cade la centesima giornata dell’emigrante e del rifugiato. Mi lamento sempre che queste giornate assumano l’aspetto di funebri celebrazioni, di doverose commemorazioni, di lapidi piazzate sopra alla cattiva coscienza personale e collettiva: “festeggi” un giorno per rimuovere tutti gli altri.

Ma magari,  a parte l’immancabile pistolotto papale, ne facessimo almeno una giornata della memoria in modo da ricordare quello che noi stessi abbiamo vissuto e immaginare quello che potrebbe essere e probabilmente sarà.

Ma magari dopo aver tollerato quando non favorito, rifiuto, respingimenti, seconde e terze edizioni di brutali leggi razziali, dopo aver giustificato infamie pubbliche e private in nome della difesa di privilegi sempre più ridotti e minacciati dall’alto, non da chi ci sta sotto o di fianco, ci rammentassimo non edificanti letture deamicisiane, la il censimento del 1960, che segnalava come abitassero più persone di origini o di genitori italiani a New York che non a Roma, quando un giornale di allora riservò ai nuovi arrivati italiani questo pittoresco bozzetto degno di Salvini e Calderoli, ma anche di Panebianco e Sartori: «Le cateratte sono aperte. Le sbarre abbassate. Le porte sono incustodite. La diga è stata spazzata via. La fogna è sturata […]. La feccia dell’immigrazione si sta riversando sulle nostre coste. Dai serbatoi di melma del Continente la marmaglia di terza classe viene travasata nel nostro paese».

Sapevo di aver già letto da qualche parte e molto tempo fa, le preoccupazioni per le nuove malattie portate dagli immigrati, di prevedere  come è facile fare la pulizia etnica in senso stretto, con gli idranti contro i disperati in fila come deportati, di avere la triste certezza dell’ineluttabilità di certe trasgressioni, della consegna a padroni criminali, a caporali, a sfruttatori,  della implacabilità della svendita di se stessi come schiavi quando non si ha nulla da perdere, quando la propria esistenza è ridotta a una vita nuda, di conoscere già quanto poco possa resistere la dignità, la tutela della propria identità e delle prerogative umane, quando si è un numero – e nemmeno quello, se non si hanno documenti, riconoscimento –  quando l’”accettazione” è affidata a burocrazie e amministrazioni indifferenti quando non ostili.

Perfino gli Usa colpevoli di schiavismo, di misure obbrobriose nei confronti dei frontalieri, di discriminazioni oscene, hanno ritrovato nel loro passato l’humus per coltivare il riconoscimento dei diritti di tutti, per dare forma all’utopia quotidiana di un’accoglienza che è obbligato a dare chi è stato accolto o invece si è imposto con le armi e deve pagare quel debito. Perfino loro, che pure perseguono un aberrante export di imposizione di regimi o di sostegno ai più infami, si sono sentiti impegnati a non cancellare da storia e memoria le parole di George Washington: «Il grembo dell’America è pronto ad accogliere non solo lo straniero ricco e rispettabile, ma anche gli oppressi e i perseguitati di ogni nazione e religione; a costoro dovremmo garantire la partecipazione ai nostri diritti e privilegi, se con la loro moralità e condotta decorosa si mostrano degni di goderne». O a riflettere sulla meraviglia di  Tocqueville che vide in America “una società di immigrati che avevano cominciato una nuova vita su un piano di uguaglianza”, una nazione fatta di uomini che avevano ancora vivo il ricordo delle antiche tradizioni e si erano avventurati a esplorare nuove frontiere, uomini desiderosi di costruire da sé la propria esistenza in una società in cui c’era posto per tutti e che non limitava la libertà di scelta e di azione.

Noi no, si direbbe. Noi non vogliamo ricordare come siamo stati. Forse perché dovremmo ricordare anche chi ha avuto il coraggio che non possediamo più, la volontà di esigere e guadagnarsi rispetto, che non conosciamo più, la bellezza di avere uguali diritti nel rispetto delle differenze, tanto ci siamo abituati al brutto della rinuncia e dell’indifferenza.