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I Don Chisciotte della Mancia

120611_opinion_art_mahrin_605 Anna Lombroso per il Simplicissimus

È probabile che a fianco del culto devoto dei classici del fascismo e al sostegno offerto ai guru del terrorismo nero, Casa Pound nel prestigioso stabile offerto da un sindaco progressista svolga attività  di aiuto umanitario. È sicuro che qualche ex detenuto ha compiuto un percorso di redenzione e integrazione nella legalità grazie alla cooperativa di Buzzi, osannata e finanziata in forma bipartisan per lunghi anni. è certo che nessun profugo fugge senza soffrirne, che i più muoiono nei deserti prima di arrivare in Europa durante il loro esodo forzato di pedine mosse sulla scacchiera dei  “grandi giochi” geopolitici ed economici che hanno militarmente devastato o desertificato le loro terre. E è altrettanto certo le Ong, qualcuna, pare, appoggiata dall’uomo dell’anno, riempiono – viene da dire al pari dei trafficanti – un vuoto,  perché non esistono vie legali di fuga e scelte  politiche per la loro salvezza. E poi sarà capitato anche a voi di andare in pizzeria e invece della ricevuta fiscale, vedersi presentare la tessera di iscrizione ad una associazione che promuove una qualche cultura “altra”.

Si tratta a vario titolo del potere sostitutivo che esercita il “terzo settore”, sempre più autorevole, presente e intoccabile, perché si tratta di un moderno tabù al quale a volte sarebbe consigliabile applicare la massima di Rosa Luxemburg: dietro a ogni dogma c’è un affare da difendere. Mi è capitato in passato di dire che si dovrebbe gratitudine al cane rabbioso all’Interno che permette a vari target di benpensanti  di sentirsi a posto con la coscienza e di sedersi sulla poltrona davanti al pc dalla parte giusta a poco prezzo, così basta un clic sulla satira contro il mangiatore di pizza e nutella e  sottoscrivere una petizione di Chance  e mettere la foto del sindaco disubbidiente  nel profilo, per sentirsi generosi, compassionevoli, equi e solidali ( ne ho scritto qui:   https://ilsimplicissimus2.com/2018/10/04/salvati-da-salvini/ )

Sono i rischi che si corrono in un tempo nel quale la carità ha sostituito la solidarietà, la visibilità la reputazione, le mance i diritti. E verrebbe da rimpiangere la severità di certe religioni se la laicizzazione a intermittenza ha stabilito un prezzo nemmeno tanto elevato, e scaricabile dalle tasse, per la responsabilità e la coscienza, esonerando da una colpa concerta l’operatore che pilota il drone  dall’ufficio e sgancia le bombe sulla Siria,  tranquillizzando chi accoglie benevolmente l’accettabile giardiniere che pota gli ulivi del giardino di Capalbio, ma concorda con l’educato Minniti sull’opportunità di stringere accordi con i despoti che hanno spinto qui per mare migliaia di disperati, non meno disperati dei terremotati per i quali pare di aver fatto abbastanza mandando un sms tre anni fa.

Esiste una proibizione silente a guardare meglio dietro a potenti industrie della pietà che mantengono prima di tutto la faraonica struttura comprensiva di congiunti illustri, ma anche i modi e i benefattori che celebrano  i riti della filantropia su scala minore, se si pensa che sono il Veneto e la Lombardia, le grandi elettrici della Lega, le regioni dove c’è la più alta densità di  volontari che si spendono per elargire servizi caritatevoli a quelli che non hanno trovato chiusi i porti o che si distribuiscono come animali in fuga fuori dai lager ufficiali.

A me la decisione del Governo di spezzare l’interdizione sacrale che mette sullo stesso piano le grandi imprese della misericordia e le piccole associazioni di gente che mette in tavola un pasto caldo o concorre per la refezione in scuole che praticano la selezione etnica e di censo anche alla mensa, pareva quanto mai opportuna: si trattava infatti di identificare e esigere che rispettasse la disciplina fiscale vigente, limitando l’agevolazione Ires, “quella parte del terzo settore che è persona giuridica e non persona fisica e che fa utili e profitti quando teoricamente non dovrebbe farli,  tassando quei soggetti che fanno utile”.

Così tra gli istituti che pagheranno l’Ires raddoppiata, per fare qualche esempio, ci sono il Cottolengo di Torino, il Pio Istituto sordomuti di Milano, la Fondazione Girola (che una volta gestiva orfanotrofi, ora gestisce strutture per i bisognosi e assegna per lo più borse di studio per i non abbienti). Enti  come la Croce Rossa, Misericordie d’Italia, Anpas (Associazione nazionale Pubbliche assistenze), o il Don Gnocchi , l’Opera San Francesco, diversi Istituti di Ricerca contro il Cancro, e anche enti culturali come ad esempio, la Fondazione Gramsci, il Centro Gobetti, la Fondazione Einaudi.

Apriti cielo! Si è levato un coro sdegnato per il semplice sospetto che alligni tra tanti Giusti qualche furbetto. In testa, oltre agli addetti ai lavori, c’è l’alta gerarchia della Chiesa, esponente di punta della cura pietosa per i chandala di tutto il mondo, che peraltro continua a non pagare l’Imu e a non far comparire davanti ai nostri tribunali i sacerdoti che dei diseredati anche in età minore si approfittano. Il presidente della Cei si rivolge a Sanvini: se la prenda con i vescovoni, come ha fatto, con la stampa cattolica,  lasci stare le migliaia di istituzioni senza fini di lucro che coprono uno spettro enorme di bisogni ed esigenze, da quelle ambientali a quelle sanitarie, da quelle di supporto alla coesione sociale e di contrasto alla povertà a quelle ricreative, culturali ed educative.

E figuriamoci se il vice – zerbinotto di Palazzo Chigi non chinava la testa dopo l’accorato appello, subito imitato dal leguleio degli italiani fervente devoto di Padre Pio. Il governo interverrà per mettere mano alla imprudente misura per riformulare e calibrare meglio la relativa disciplina fiscale,  in considerazione del fatto che le iniziative di solidarietà degli enti non profit rappresentano uno strumento essenziale per un’efficace politica di inclusione sociale.

C’è poco da sperare in un ceto dirigente che ha fatta sua la ideologia delle mancette, delle elargizioni, della raccolta punti per i fidelizzati al posto dei diritti. La sinistra non c’è più ma la destra invece vive e ci fa sapere cosa fa in cambio di un pugno di voti.

 

 

 

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Da Casinò a casino

sito-bisca-03-1600x1032Finalmente il panorama si va rischiarando, la luce illumina realtà palpabili e ingombranti che la penombra della ragione e della paura ha permesso di  non vedere per troppo tempo: questa ‘Europa non ha un futuro, anzi non ha nemmeno un passato perché da costruzione utile e funzionale alla guerra fredda è diventato nei suoi tempi migliori un quasi ovvio mercato comune e dopo la caduta del muro un alibi per imporre la dittatura della finanza e le sue ricette politiche reazionarie. In più possiamo finalmente scoprire che tutto questo meccanismo retorico e pletorico che sta agli ideali di partenza come l’amore di certi mariti assassini, è servito da una parte al tentativo di cancellare gli stati nazionali come reperto del passato e ostacolo alla consunzione della democrazia reale che in essi trovava gli strumenti di rappresentanza, dall’altro però, nel livello sotterraneo è stata l’arma per una guerra di egemonia che si è risolta a favore della Germania quando se ne è stata adottata la moneta cambiandole il nome in euro e accettando di giocare sul campo stesso dell’avversario.

Globalismo ed egemonia sono le due facce contraddittorie a cui si  ridotto l’occidente dei banchieri e dei magnati e che ha trovato in Europa il luogo di realizzazione più completa e dunque al tempo stesso più fragile, ormai coperto da appena un velo di retorica e da una montagna di ricatti. Così accade, è solo un esempio di cronaca, che i soldati di mon cherie Macron scarichino immigrati nei boschi italiani di confine dopo che il nei mesi scorsi il residente francese aveva sputato veleno sull’Italia che rifiutava gli immigrati. Gia un Paese che ha sulla coscienza Ventimiglia e Calais dovrebbe starsene zitto, ma appare chiarissimo come il tema dell’accoglienza sia stato solo  un espediente per creare una sorta di complesso di colpa al governo “populista” italiano. Non c’è alcun dubbio che a questa gentaglia degli immigrati, del resto creati da loro immondo colonialismo, gliene frega meno che niente, perché è interessata soltanto alla manodopera a basso costo e a soffiare col mantice sulla retorica del globalismo e sul tentativo di scompaginare i suoi nemici.

Un’ altra evidenza parte sempre dalla Francia che l’anno prossimo avrà un deficit molto più alto dell’Italia e per giunta in un quadro generale peggiore, ma che viene lodata e non bastonata come l’Italia: è  evidente persino a un cieco che Bruxelles vuole colpire il governo di Roma perché il suo piccolo deficit costituisce una sorta di guanto di sfida e non un mellifluo accordo sottobanco nel quadro di servo ossequio alla governance continentale. E’ anche chiaro che Berlino considera l’Italia come un pericolo per la continuazione del gioco egemonico europeo e dopo aver fatto un ampio bottino in questi vent’anni  di euro si sta convincendo che le conviene ridurre il gioco alla Francia, all’Austria e al Benelux, liberandosi dell’Italia e dei Paesi mediterranei che oltretutto costituiscono una fonte di contagio anche all’interno. Infatti la classe dirigente tedesca non vuole soltanto salvare il tesoretto acquisito, ma non ha altra strada per sopravvivere dopo aver congelato i salari per quattro lustri, creato un’ampia fascia di precariato di sussistenza, dimezzato il welfare e creato persino una corrente di emigrazione giovanile. Meglio affrontare i rischi insiti in una moneta più forte che onorare il senso e i doveri di un’Unione che finora è stata la gallina dalle uova d’oro per loro e non per i presunti beneficiati. Ma per Berlino il riequilibrio si chiama ricatto tanto che uno dei più seguiti economisti tedeschi Hans Werner Sinn dice apertamente che se l’Italia non butta all’aria il governo poulista e non fa atto di sempiterna contrizione, allora tanto vale che esca dall’Euro: “La verità è  che  siamo arrivati ​​in un vicolo cieco, dove non ci sono vie d’uscita più convenienti. Un’unione di trasferimento non è una soluzione reale: porta a una certa stabilità, ma a una stabilità che può anche essere descritta come un assedio”. Certo finché il trasferimento era a  loro vantaggio non pareva poi così negativo, ma Sinn fa di meglio  e di più: suggerisce quali possano essere i metodi per un’uscita morbida, in linea più o meno con alcune proposte che in Italia sono in campo da anni fra i profeti che gridano nel deserto del montismo e del renzismo, ma che non hanno mai avuto fino ad ora uno spazio politico: “Introducendo una moneta parallela sotto forma di titoli pubblici”.

Certo molto di tutto questo è stato accelerato dalla vittoria inaspettata di forze più o meno consapevolmente contrarie a queste logiche o ad alcune di esse, mostrando in maniera inequivocabile come la forza di trascinamento della retorica europea e quella collegata del neoliberismo, si sia affievolita insieme all’oggettiva difficoltà di supportane le ragioni ed è per questo che la strategia di ritirarsi su linee più sicure comincia ad apparire conveniente. D’altronde per l’Italia sarebbe un terno al lotto intanto perché gran parte dei suo debito, oltre i due terzi, sono interni, poi perché con una moneta più debole avrebbe immediatamente molte più possibilità di crescita  sia per i suoi semilavorati verso l’Europa del Nord, sia verso il mondo: la globalizzazione stessa rende piuttosto superfluo l’esistenza di un mercato comune dentro un’area ristretta e che per giunta include Paesi a moneta debolissima e a basso costo del lavoro. Naturalmente saremmo portati a dare la colpa di tutto questo alla Germania che tuttavia ha fatto solo i propri interessi, la colpa  è invece di un ceto politico italiano che sulle diverse sponde, ha commesso errori catastrofici dovuti in ultima istanza sia a scarsa capacità di analisi sia a  una sorta di fideismo servile e torpido verso i dettami del neoliberismo e dei suoi promotori -padroni. E oggi abbiamo ancora i nipoti a fare fronte per tutto questo. Siamo come quelli che hanno fatto fuoco e fiamme per entrare nel casinò dell’euro pensando di sbancare, senza nemmeno far caso alle regole di gioco incoerenti con la stessa idea d’Europa e che ne facevano piuttosto una bisca dove il banco vince comunque anche se perde, ma che dopo aver perso le mutande non hanno il coraggio di andarsene, aspettano di essere cacciati in malo modo pur di non prendersi nemmeno questa responsabilità.


I benemeriti di Firenze

Anna Lombroso per il Simplicissimus

I fatti sono noti. Firenze, due americanine – quante ne abbiamo viste nei film anni ’50, ugualmente esposte ai rischi della sindrome di Stendhal e all’abuso di Chianti?, dopo una tumultuosa serata in discoteca accettano il passaggio di due “garbati” carabinieri in divisa che si offrono di accompagnarle a casa con la “gazzella”. Poi arrivati là, parcheggiano l’auto di servizio, avvisano la centrale che sono impegnati in un controllo e cominciano a “prendersi dei passaggi” sempre più aggressivi con le ragazze prima in ascensore, poi in un rapporto sbrigativo  quanto violento, sul pianerottolo.

Una volta entrate nell’appartamento, accolte dalle compagne di stanza le due ventunenni paradossalmente extracomunitarie si rivolgono alla polizia che avvia il protocollo rosa per gli stupri. E con grande imbarazzo dell’Arma e della ministra l’accusa dei due ora indagati è di violenza.

A rischiare una diagnosi di sociologia un tanto al metro, possiamo dire che si tratta dell’ennesimo caso che dimostra la difficoltà che l’integrazione in un contesto civile, in una società matura, in una cultura attenta alla dignità e all’uguaglianza di genere incontra sia presso etnie allogene che tribù locali. Perché viene da pensare che i due carabinieri si siano persuasi proprio come certi branchi colorati che parlano altri idiomi, ma allo stesso modo frugano i coroi, minacciano, prendono a schiaffi e pugni per consumare un po’ di sesso  gratis, che l’esprimersi di libertà, qualche innocente trasgressione, un abbigliamento disinvolto autorizzino un approccio che non ha bisogno di consenso, anzi  che sia un invito, addirittura che sia una provocazione  e una sfida alla mascolinità da raccogliere per confermare la proprio identità e forza virile.

Come mi è già capitato di scrivere (anche qui https://ilsimplicissimus2.com/2017/09/04/attente-alluomo-nero/  e qui https://ilsimplicissimus2.com/2017/05/13/serracchiani-meglio-lo-stupro-strapaesano/) c’è poco da cercare rincuoranti differenze e rassicuranti gerarchie criminali tra stupratori indigeni e forestieri, tra quelli perpetrati da sconosciuti e quelli prodotti da amici e  famigliari. Alla base c’è sempre l’istinto predatore, la concezione della donna come di una risorsa da consumare perfino con più gusto se di dibatte e chiede pietà in modo da riconfermare potenza e supremazia, la percezione che si tratta di roba propria che si può alternativamente difendere in qualità di proprietà e profanare, maltrattare e distruggere, che il dio cui si guarda sia Allah o Domineddio.

Così ci sarebbe da suggerire che il piano per l’integrazione che il Viminale si accinge a predisporre per governare l’invasione straniera, si annoverino corsi di italiano anche in favore di amministratori leghisti, programmi di “galateo” diretti sì a forestieri ma pure a  connazionali, ispirati a relazioni mature e rispettose con l’altro sesso, per non dire di robuste lezioni di educazione civica per chi desidera prendere la nostra nazionalità ma soprattutto per chi ne rinnega il valore e di popolo e le radici, sia quelli di Forza Nuova, rappresentanti politici, governanti o forze dell’ordine sleali che allo stesso modo tradiscono il loro mandato-

Perché un’aggravante c’è nel comportamento dei due carabinieri, che hanno usato la divisa per accattivarsi fiducia per poi intimidire e minacciare, che proprio come succede con la tortura, si fanno forza e esercitano sopraffazione nei confronti di chi si affida o viene posto sotto la loro protezione e tutela. Ugualmente, anzi peggio, di quanto si consuma grazie all’abuso di autorità di un medico, di un insegnante, di un educatore, di un prete, perché a compiere un crimine odioso oltraggiando la persona e la legge è chi è incaricato di farla applicare. Che in questo modo rompe il rapporto di fiducia tra stato e cittadini, la speranza che ci sia giustizia, l’illusione che la libertà nei pensieri e nei comportamenti sia rispettata e tutelata.


Abusati e sgomberati, sotto a chi tocca

Anna Lombroso per il Simplicissimus

C’è una vecchia città, capitale di un paese, che fino a qualche tempo fa si sarebbe definito industrializzato e che è stato sede di governo di una superpotenza – niente a che fare con odierni imperi autonominatisi che si arrogano l’incarico di guardiania del mondo e di sacerdozio della civiltà – e che accoglieva i suoi barbari, li annetteva e infine li  integrava, dando loro status di cittadini, li faceva lavorare e combattere in suo nome, certa che era preferibile e ragionevole che facessero parte del popolo romano piuttosto che far lievitare e poi esplodere malanimo e rancore.

E ci sono partiti e movimenti allo sbando. All’inseguimento di fermenti razzisti  e xenofobi estratti da profondità  un tempo rimosse e vergognose, poi legittimati da soggetti politici e istituzionali presenti in un Parlamento che ha sempre di più perduto rappresentanza, occupato a interpretare e testimoniare di interessi privati e laddove gruppi dominanti, corporation, potentati finanziari e i loro sistemi regolatori hanno sostituito gli stati sovrani, servendosi di classi dirigenti sempre più assoggettate a profitto, rendite speculative, ricatti delle lobby.

Sicché eccoli proclamare gli stessi slogan, ostacolare le ruspe contro l’abusivismo ma autorizzare quelle non solo virtuali contro i profughi,  uguali al governo o all’opposizione,  nazionali o locali, nell’adeguarsi al nuovo modello di sicurezza – e della giustizia che ne conseguirebbe – imperniata sulle disuguaglianze e l’iniquità, agitata coi daspo contro immigrati e indigeni parimenti colpevoli di  offendere il comune senso del pudore che si vergogna della miseria e l’ostenta compromettendo decoro e ordine pubblico. Unanimi nel chiedere più militari, più agenti, più carabinieri e pronti alla rinuncia a prerogative e diritti, purché non vengano condizionati quelli al concerto rock, all’apericena, al pergolato della pizzeria.

Come hanno dimostrato di volere le new entry 5Stelle, che procedono a tentoni, a Roma, ma anche a Torino e in città che non godono di altrettanta luce dei riflettori, certamente malevola e viziata da pregiudizio, ma che illumina improvvisazione e inadeguatezza, e come non nasconde un Pd con una sindrome compulsiva di imitazione delle peggiori destre sovranazionali e trasversali alla ricerca di un malsano consenso e in vena di blandizie nei confronti di una plebaglia che ha umiliato e offeso e che ora viene buona per restare in sella in attesa di regole elettorali che ne cancellino definitivamente la volontà e il peso. E che usa come indicatori le esternazioni sugli stessi social che vuole censurare, le vignette e gli insulti che finge di deplorare, per indirizzare la comunicazione e le azioni di amministratori che tirano su muri parimenti abusivi e criminali, quelli delle case non autorizzate e quelli contro gli stranieri, pronti a condonarli tutti in nome di volere di popolo.

C’è un capo della polizia che nell’avviare la doverosa inchiesta disciplinare per una frase tossica ricorda che le forze dell’ordine non possono essere l’ultimo e più esposto anello di una catena di incompetenze, cattive gestioni, incapacità, frustrate e ricattate come sono da trattamenti economici avvilenti,  esposte a rischi e pure al malessere legittimo della gente che se li trova di fronte quando chiede giustizia. Ma dimentica che  se è vero che sono uomini come tutti, loro per primi, e lui che li dirige, dovrebbero esigere di poter essere messi in grado di garantirla la giustizia, di essere meglio degli altri, scevri da pregiudizi, liberi da intimidazioni in modo da non ritorcerle contro indifesi e vulnerabili.

E c’è una sindaca che è stata votata essenzialmente per regalarci quelle smorfie stupefatte, quelle facce livide  e livorose dei tanti sorpresi allora e qualche mese dopo dalla rivelazione di non essere immuni dallo scontento, che era forse finita la loro era, che in tanti non credevano più alle loro promesse, incapaci perfino di regalarci i sogni illusori del cavaliere, portatori solo di cancellazione di garanzie e diritti, che i regali e i premi per loro andavano solo a banche, cordate distruttive e corruttrici.

Che ha goduto di una sospensione del giudizio perché rompere la continuità con le catene di nefandezze del passato – che quello era il mandato che le era stato dato – era impresa ardua. Ma che ha dimostrato di non saperlo e volerlo fare: gli sgomberi di Piazza Indipendenza fanno parte di una tradizione cittadina che viene da lontano, che ricorda quelli dei campi rom prodotti in forma bi partisan da Veltroni e da Alemanno, l’indifferenza per i richiedenti asilo e i rifugiati mostrata da sindaci del centro sinistra, nel silenzio delle agenzie Onu e dei loro celebrati portavoce, quando erano kosovari o bosniaci, confinati per chissà che affinità etnica, nei campi del zingari ai margini della città, scenari avvelenati e implacabili per cruente guerre tra poveri. E pure di quella del probo Marino che ai senza tetto che occupavano le case, promettendo opportune commissioni di indagine, non sapeva far altri che togliere acqua e luce, perché c’è da temere che sia intermittente e arbitraria l’idea che su in alto di colli e palazzi hanno della legalità, come qualcosa che in basso va rispettata e su va negoziata secondo i comandi dell’opportunità, della necessità, dei vincoli di bilancio, dei diktat delle alleanze e delle clientele. E figuriamoci per la sindaca tirocinante in un influente studio legale, che ha fatto pratica di sgomberi al Baobab, all’Alexis, nei centri sociali troppo remoti rispetto ai cittadini del movimento che non vogliono essere né di destra né di sinistra, sprofondando in un  inequivocabile qualunquismo esposto a inevitabili rigurgiti fascisti, razzisti, xenofobi. Della stessa qualità di quelli che animano quel che resta del Pd di Goro, del reatino, di Capalbio, etc., ben nascosti dalla foglia di fico dello ius soli rinviato per ragioni di realpolitik, quelle chi ispirano la nuova forma assunta dall’ “aiutiamoli a casa loro”, con le oscene alleanze a fini colonialisti con dittatori e tiranni sanguinari, con la cooperazione a suon di sfruttamento e rapina.

Siamo sulla stessa barca, dicevano un tempo i precursori del Jobs Act, i sacerdoti del collaborazionismo tra aguzzini e vittime in nome di una pace sociale basata sulla tutela di uno status quo e della salvaguardia dei privilegi dell’establishment. Non è vero: adesso chi ha, ha tolto perfino i barconi e le scialuppe dei disperati, sperando di salvarsi dal naufragio che ha prodotto. E chi ha ancora un tetto, dovrebbe aiutare chi non ce l’ha, profughi o terremotati, occupante senza casa o ospite che dopo tre giorni puzza, perché tra poco sotto lo stesso cielo potrebbe capitare anche a lui.

 

 


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