blocchi forconi torino5Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ci sono vecchi che stanno seduti su una panchina a dare consigli a stradini e muratori. Ci sono vecchi che brontolano ricordando tempi migliori, gente migliore, perché sono loro ad essere peggiorati. Poi ci sono quelli che incantano, persuasi  che possa ancora venire venga il meglio e non stanno a sentire chi dice che è nemico del bene, convinti che ci siano ragazzi vivi e rabbiosi come sono stati loro, così che a volte sembra che le nostre speranze siano riposte nei bambini e nei vecchi, nelle loro innocenze simmetriche, le uniche rimaste a coltivare visioni del futuro. E che sono come i paesi del mondo, quelli più nuovi e quelli più antichi che a differenza di noi, sono intenti a pensare a come saranno, mentre lo smaliziato occidente impoverito ha perso il gusto del sogno, dell’utopia, dell’ambizione al bene, che non si limiti a accumulare e contare pezzi di carta.

Sarà per quello che hanno gioco facile i governi che ingannano cittadini che vogliono farsi ingannare, perseguendo politiche intese a ridurre speranza, aspettative, determinate a creare le condizioni della perfetta servitù, con la promessa della soddisfazione di elementari bisogni in cambio della cessione di responsabilità e della rinuncia a diritti e prerogative, quando la felicità si riduce alla concessione dell’irrinunciabile, al conseguimento del necessario, niente di più del possibile, niente altro.

Siamo così incolleriti per quello che ci è stato tolto infatti, che non vogliamo più l’impossibile? Siamo così adirati che non  esigiamo più la felicità? Siamo così feriti che abbiamo abiurato la solidarietà?

In un suo pezzo Marco Revelli che non si è fermato al folklore forcaiolo dei forconi ci ha raccontato che tra i manifestanti di Torino non c’erano solo fascistoidi, fan dei golpisti ungheresi, antisemiti, ammiratori della criminalità organizzata. E ha certo ragione nel diagnosticare che doveva succedere prima o poi che le nuove povertà, il senso di perdita che accomuna ormai estesi segmenti della società, come topolini storditi dalla ricerca dei soldi per pagare debiti impagabili, che corrono su e giù dalle ruote dentro alle gabbie che si sono comprati col mutuo, doveva succedere che si trovassero in estemporanee coesioni, intorno a occasionali cause con l’unico elemento unificante della collera legittima contro un ceto dirigente che ha voluto fallire per garantire la sua indispensabilità nel curare gli stessi mali che ha prodotto.

Anche senza transitarci in mezzo, anche solo guardandoli nei servizi del Tg abbiamo tutti tratto l’impressione di avere davanti le facce dei poveri contemporanei, quindi degli impoveriti, di chi ha annusato certi beni, qualche privilegio, alcune promozioni per essere ricacciato indietro alla condizione di indebitato, esodato, precarizzato, mobilizzato, fallito, chiuso, ricattato, incravattato, ex qualcosa. E dentro ai negozi assediati, alle macchine ferme, agli androni coi portoni socchiusi, altri esodati, altri ex qualcosa, altri indebitati, altre vittime, ancora più incazzate perché braccati su due fronti, dai carnefici, da quella politica ormai antropologicamente remota e indifferente fino alla crudeltà, e da chi manifesta la propria rabbia che è o sarà anche la loro, e disprezza il loro silenzio dimissionario.

A Torino, una città spaesata dal Paese più di altre perché con la sua fabbrica è stata espropriata anche del valore e dell’orgoglio del lavoro, e sente la perdita come una ferita avvelenata, c’era certamente di tutto, fascisti e sfascisti, golpisti e populisti che cantavano l’inno di Mameli, no Tav e commercianti che avevano tirato giù per sempre la saracinesca, tassisti e artigiani, gente privata della stella polare della sinistra e quelli che hanno trovato casa in Casa Pound, insomma i pezzi centrifugati di una realtà disgregata e disomogenea che si amalgama col collante della disperazione.

E la colpa più criminale non è averli ridotti così, è quella di averli condannati a un impoverimento di civiltà, a una de-moralizzazione, che è a un tempo il dolore e il disfarsi di ideali che potrebbero alleviarlo, ma che pare di non potersi più permettere. E c’è da sospettare che sgorghi di lì kl’antieuropeismo, legittimo e spiegabile, ma che si rivela come un aspetto del rifiuto di un mondo altro, che va insieme alla reiterata ostilità nei confronti degli immigrati, nella rabbia contro i negozianti cinesi, i pony pakistani, le infermiere peruviane, accomunati ai rom contro i quali negli anni scorsi amministratori e cittadini hanno condotto spedizioni punitive. Ma come possiamo aspettarci che vogliamo difendere i diritti degli altri se non abbiamo saputo difendere i nostri?